domenica, Maggio 16

San Siro e il pallone: tanta festa, niente ‘Apocalisse’; tifosi migliori di tutti i Tavecchio Ogni tanto spegnere e riaccendere aiuta. Un fenomeno sociale potente come il calcio merita da tempo altri dirigenti, invece, la situazione è imbarazzante. Un esempio per tutti? il Presidente federale

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Parole grosse anche il giorno dopo, su altre testate, ‘disfatta’, nemmeno Caporetto. Espressioni fuori luogo, estranee al clima che si respirava dopo la partita. Titoli scritti per stupire, in grado di indurre percezioni sballate della realtà, dimenticando la situazione, quella vera, del nostro calcio, povero di campioni e di progetti, ma ricco di dirigenti inadatti. Semmai l’apocalisse sta nel fatto che metà dei giovani presenti allo stadio non trova lavoro e quando lo trova è sottopagata.

Sarebbe meglio se il calcio lo raccontassero loro, i disoccupati, le persone che passano il tempo tra fabbrica e ufficio, le mamme che alle sette del mattino sono sedute, pensose, sulla metropolitana, con la mente a quello che lasciano a casa, figli piccoli inclusi.

Non andrebbe, invece, raccontato da quei cantori che lo prendono troppo sul serio, generando echi da tragedia greca, trovando complicità persino nei settori giovanili, popolati di genitori che stimolano competitività esasperate. Alcuni giovani calciatori, dirigenti e allenatore di una squadra di Inzago, vicino Milano, militante nel campionato provinciale Juniores, nei giorni scorsi si sono macchiati di comportamenti razzisti nei confronti dell’arbitro di colore.

Ma fuori dal calcio fioriscono le speranze. Bellissimo il cartello affisso nella sede di una società di Rugby con sede a Settimo Milanese: «Chi pensa di avere un figlio CAMPIONE è pregato di portarlo in altre società».

L’Italia è stata eliminata dalla Svezia perché quest’ultima, non essendo una grande squadra, si è messa a fare bene ciò che sapeva fare, mentre noi non abbiamo preso le necessarie contromisure che, dopo la prima partita, sembravano logiche e alla nostra portata, anche se in panchina ci fosse stato un magazziniere della Magneti Marelli, che avremmo potuto pagare assai meno del Commissario Tecnico.

Sono tornato a casa alle due di notte, stanco morto e un tantino malinconico, ma soddisfatto, ero stato insieme a settantamila persone a urlare, ridere, imprecare. Abbiamo perso tutti insieme, e non c’è niente di più bello che cimentarsi in un’impresa corale e poi accettarne l’esito. In fondo, soprattutto oggi, il coraggio rimane «la capacità di tollerare l’insuccesso e ricominciare daccapo», in questo mondo di tamarri iperbolici, esagerati, individualisti. La poesia di questa coralità va protetta, resa sempre più civile, ma ci vogliono guide nuove, capaci, consapevoli. E va difeso anche il demone dell’insuccesso, compagno di viaggio scomodo, eppure insostituibile motore del progresso, con buona pace di giornalisti e addetti ai lavori che confondono l’insuccesso con l’apocalisse. Un poco di senso della misura non sarebbe male.

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