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San Marco: la prima sonda italiana a 50 anni dal lancio

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Alle 10:04 ora di Greenwich del 26 aprile 1967 dalla piattaforma oceanica ancorata al largo di Malindi partiva uno razzo Scout con a bordo il San Marco B. Destinazione spazio, per posizionarsi in orbita equatoriale ellittica, con un perigeo di 218 km. e un apogeo di 748 km. secondo la missione di programma.

Gli Scout, derivati da un progetto elaborato dai militari americani, erano stati adottati dalla Nasa che ne sviluppò una propria versione, contrassegnata dalla sigla X-1, per lanciare piccoli satelliti artificiali e metterli in orbita attorno alla Terra. Un lanciatore d’oltre oceano che partiva da un pontone con nomi di santi nostri e con il carico che portava in cima ai suoi 25 metri di altezza il frutto dell’ingegno e della manifattura del nostro Paese. Alcune nazioni come il Canada e il Regno Unito rivendicano ancora di aver lanciato prima dell’Italia le loro sonde spaziali, ma sempre dopo l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America.

Noi non lo crediamo e siamo convinti che sia stata l’Italia ad aver avuto accesso per terza allo spazio fuori dall’aria e dalla gravitazione. Ma alla fine è poco importante, se pensiamo che nel 1967 l’Italia era ancora impegnata in un processo di profonda trasformazione da regione rurale con alto tasso di analfabetismo, a un territorio industriale e strategico proiettato a forti espansioni commerciali. Quell’espressione geografica, così come l’aveva sgarbatamente definita Klemens von Metternich conversando con il principe di Dietrichstein Alexander von Mensdorff-Pouilly, stava risuscitando con determinazione da una dittatura devastante e dai frantumi di una guerra perduta per cavalcare da protagonista i più importanti settori industriali: il chimico di Montedison, il petrolifero di Eni, l’elettromeccanico di Olivetti, l’automobilistico di Fiat, Lancia e Alfa Romeo. E da quella calda mattina di inizio stagione kenyota, anche l’analisi degli ambienti oltre i confini dell’atmosfera. Era quella la missione a cui faceva riferimento il progetto San Marco.

Di quell’Italia è rimasto poco. I grandi gruppi si sono dissolti più velocemente di una neve al sole di primavera e quanto ancora sopravvive nel Paese è visto con occhi affamati da quelle aggregazioni straniere che fanno di tutto per ostacolarne la crescita e radere al suolo ogni possibilità di concorrenza, forti soprattutto di una scarsa difesa delle istituzioni nostrane e arroganti di un disinteresse che aleggia nell’opinione pubblica, sempre meno stimolata alla valutazione dei propri traguardi.

La tecnologia spaziale italiana sopravvive ancora a saccheggi, turbolenze e indifferenze generali ma come altri settori di punta, è costretta a fare i conti con una esiguità dei fondi statali – necessariamente primi referenti di uno sviluppo così avanzato – e soggiogata a una corrente che si definisce con il termine di ‘Space Economy‘, in cui si vedono schierati nei soliloqui sempre i fornitori di prodotti e servizi e gli omologhi committenti ma più raramente compaiono i potenziali clienti e ancor meno gli indispensabili finanziatori senza i quali, qualsiasi affare (ma il termine business è più elegante) ha serie difficoltà nel concretizzarsi.

E dunque mezzo secolo fa una piattaforma petrolifera, ingegnosamente attrezzata in base di lancio, ospitava la grande avventura italiana realizzata dall’intraprendenza di un gruppo di professori e dalla consapevolezza di una forza armata – l’Aeronautica Militare – al cui Stato Maggiore era stata fatta intendere l’opportunità di rafforzare il potere anche oltre i propri settori di competenza. Ricercatori, allora come ora sottopagati, precari ma pieni di fantasia e di voglia di superarsi. A chi altri sarebbe venuto in mente altrimenti di trasformare un piano di perforazione in una piattaforma missilistica? E di chi altri fu l’idea di trasformare il relitto di un siluro in una camera di compressione per creare esperimenti di alto profilo scientifico?

San Marco è stato un grande progetto. Il suo ideatore fu Luigi Broglio, un docente dell’Università di Roma che assieme al suo allievo e più stretto assistente Carlo Buongiorno ma anche con un gruppo di giovani scienziati portò l’Italia a siglare accordi con i grandi della Terra con la dignità e l’autorevolezza che si addicono a chi ne ha la competenza. Abbiamo sicuramente la coscienza di aver usato enfasi in queste affermazioni ma ne diamo comunque una ragione fondata: a metà degli anni Sessanta il mondo viveva in pieno la Guerra Fredda (la paternità del nome si deve allo scrittore George Orwell ripreso poi dal consigliere presidenziale Bernard Baruch e dal giornalista Walter Lippmann), ovvero un equilibrio per niente scontato tra due giganti planetari e alle nazioni più piccole che erano di fatto delle cinture perimetriche che fungevano da cuscinetto, non restava che allinearsi all’una o all’altra potenza in modo metaforicamente democratico per mantenere il proprio assetto statalista e non perdere del tutto l’autonomia istutuzionale.

L’Unione Sovietica spingeva nella sua politica costruita sulla dittatura del proletariato e gli Stati Uniti mantenevano ferme le posizioni di presidio nel Vecchio Continente, zona di preziosi sbocchi commerciali oltre che di presidi territoriali e geografici, tanto da essere stati artefici e sostenitori di un’idea di Europa unitaria, pur di rafforzare le barriere a nord del Mediterraneo e mantenere intatti gli equilibri continentali. In questa linea ben poco pacifica ma fortunatamente mai esplosa in un conflitto reale, la necessità di tenere alte le posizioni tecnologiche e cognitive erano indispensabili mezzi di sopravvivenza e la lungimiranza di alcuni uomini di Stato – innegabile certezza – fu tale da comprendere che industrie moderne, tecnologie avanzate e università adeguate sarebbero state un mix prezioso per salvaguardare gli interessi nazionali compressi tra le cancellerie occidentali e le pressioni espansionistiche che muovevano dall’Est.

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