martedì, Giugno 22

Sammezzano, il fiabesco Castello da salvare

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“Per quanto si possa essere abituati agli eccessi eclettici e ai revival d’ogni tipo, di fronte a questa dimora non si può non rimanere sconcertati ed ammaliati al tempo stesso, tante sono le decorazioni, inusuali ed abbaglianti, che il sentimento più comune è quello di confusione e ottenebramento”.

Queste note, uscite dalla penna di Ovidio Guaita, ci sembrano, fra le tante, le più appropriate per descrivere il senso di smarrimento e di sbalordito stupore che il visitatore provava nel trovarsi di fronte, ma soprattutto all’interno, del Castello di Sammezzano, tra Rignano sull’Arno e Reggello, una ventina di chilometri da Firenze. L’ultima volta che qualcuno ha potuto ammirare, ma solo in parte, la fiabesca struttura è stata in occasione delle riprese del film “Il racconto dei racconti” (‘Tale of Tales’, liberamente ispirato a tre fiabe scritte tra il ‘500 ed il ‘600) per la regia di Matteo Garrone: il Castello con il suo aspetto fantastico si è sposato con il realismo immaginifico che ha ispirato il regista nel narrare le sue storie. Fino ad allora, per iniziativa di un comitato di cittadini della zona, l’affascinante struttura poteva essere visitata solo da pochi fortunati (impossibile esaudire tutte le richieste) una o due volte all’anno. E ora c’è il rischio del degrado totale. Prima di addentrarci nelle vicende storiche del Castello e di chi lo costruì, sarà bene illustrarne le sue particolarità, poiché ci troviamo davanti all’unico esempio in Italia di architettura eclettica.

Sammezzano 1

L’edificio principale è una costruzione in stile moresco ed è stata edificata nel 1605 per volere degli Ximenes D’Aragona. La tenuta di cui fa parte Sammezzano appartenne a famiglie molto importanti: in particolare gli Altoviti poi, per volere del Duca Cosimo, a Giovanni Jacopo de’ Medici che a sua volta la vendette a Sebastiano Ximenes. Tale bene restò alla famiglia Ximenes d’Aragona fino all’ultimo erede, Ferdinando, che morì nel 1816. Negli anni successivi, in base al testamento dello stesso Ferdinando Ximenes, i beni, il nome, lo stemma ed i titoli della famiglia Ximenes d’ Aragona, passarono in eredità al primogenito di sua sorella Vittoria, moglie di Niccolò Panciatichi, anch’egli di nome Ferdinando: ovvero il Marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes D’Arangona, il quale tra il 1853 e il 1889 lo riprogettò trasformandolo in quella meraviglia che incanta ancor oggi il visitatore: del resto in una delle sale vi si può leggere il motto ‘Non plus ultra’.

Il Marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, figura certamente affascinante e di grande cultura, coerente con i propri ideali e con una personalità difficile e spigolosa, fu ingegnere e architetto, esperto di botanica e di lingue antiche, politico di primo rilievo nel passaggio dal Granducato di Toscana al Regno d’Italia, di cui divenne deputato. Egli dette sfogo alle immense doti di fantasia per trasformare, in più di quarant’anni, un edificio, che aveva mantenuto fino ad allora le sue caratteristiche di palazzo-fortilizio, in uno scrigno di tesori, creato ad immagine ed onore del suo antico casato: ‘Fiero sangue d’Aragona nelle vene a me trascorre‘, è scritto in un’altra sala.

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