venerdì, Ottobre 22

Salvini: uno di 'bassa Lega'

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Qualcuno avrà certamente notato, riportata dai giornali qualche giorno fa, un’uscita particolarmente sgradevole del Segretario della Lega Nord  Matteo Salvini. Costui, parlando di una Ministra in carica, l’ha gratificata (non escluderei che nel profondo inconscio del leader in questione galleggiasse l’idea di una vera gratificazione) di un aggettivo incredibilmente volgare. Non nomino né la Ministra né l’offesa, per ridurre al minimo l’effetto cassa di risonanza certamente desiderato da Salvini, in osservanza al principio noto come qualunque cosa, purchè se ne parli‘, mutuato dai guru della pubblicità e che pare funzioni alla grande, nel commercio come nella politica.
Non è certo una novità, infatti, questo andazzo sommamente detestabile. E quel che è peggio, sembra non avere limiti nella sua escalation, quasi fosse in atto una gara a chi è capace di scovare l’epiteto più eclatante, quello che è impossibile non riferire sui media a causa della sua vis vulgaris senza precedenti.
Ne ho parlato su un social network, e sono rimasto sorpreso nel realizzare che qualcuno, sia pur nel commentare in negativo l’episodio, abbia parlato di sarcasmo, stigmatizzando la generalità dei toni eccessivamente irridenti, usati a mani basse praticamente da tutti  -cittadini, comici, giornalisti, politici- nel momento in cui si lanciano nel discorso politico.
Detto che l’aumento esponenziale dei mezzi espressivi a disposizione dell’opinione pubblica ha prodotto un effetto senza precedenti di tsunami satirico, o presunto tale, non è certo l’uso del sarcasmo a generare problemi. Il sarcasmo è arte raffinata e non va assolutamente confuso con la battuta greve, becera.
Salvini, per tornare a bomba, non è quasi mai sarcastico, e nell’ occasione di cui si parla,  è stato semplicemente, volgarmente, inaccettabilmente offensivo e sessista.
Silvio Berlusconi, quando era in auge, era spesso sarcastico, ma non riusciva quasi mai a contenere il suo debordante ego nei limiti della battuta di spirito, sia pure pungente. Diventando, così, puntualmente volgare e offensivo, con l’effetto di produrre nel Paese, tra gli altri, anche questo danno di non poco conto. Soprattutto nella destra sua erede che, come Salvini insegna, aspira a copiare certi atteggiamenti del perduto leader nella speranza di rinnovarne il successo.
Sbaglierò, ma credo che i tempi dell’insulto libero e remunerativo in termini di consenso siano in via di superamento. E che, fatto salvo l’uso del fioretto acuminato, e se necessario anche avvelenato, nella dialettica politica, la sinistra abbia capito che l’errore vero sia rispondere con i medesimi toni alle provocazioni, esprimendo i contenuti di cui certamente dispone nell’unico linguaggio condivisibile tra persone civili.

 

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