sabato, Ottobre 16

Salvini sotto accusa, in forza della Costituzione Il come e il perché l’accusa contro l’ex Ministro degli Interni è atto che applica a pieno la Costituzione, in particolare gli articoli 2 e 10 ce lo può ben spiegare Piero Calamandrei

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Matteo Salvini è accusato dal Tribunale dei ministri di Catania, che ora ne chiede l’autorizzazione a procedere per sequestro di persona. La Giunta per le Immunità del Senato oggi è chiamata a decidere. «Abusando dei poteri» da Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, avrebbe «privato della libertà personale i 131 migranti bloccati a bordo di nave Gregoretti Guardia Costiera italiana dalle 00:35 del 27 luglio 2019 fino al pomeriggio del 31 luglio» successivo. Così recitano le agenzie.

Un mio amico, colto di quelli che hanno tutte le frasi e ‘pezzi’ celebri sotto mano e li tirano fuori a comando come mitraglie, mi ha ‘ricordato’ questa, secondo me impagabile, frase di Piero Calamandrei. Chi sia stato Piero Calamandrei, se non lo sapete, peggio per voi, ma, diciamo così, era uno che sapeva, e bene, il fatto suo. Calamandrei disse in un discorso al Teatro Lirico di Milano il 28.2.1954: «I ragazzi delle scuole imparano chi fu Muzio Scevola o Orazio Coclite, ma non sanno chi furono i fratelli Cervi. Non sanno chi fu quel giovanetto della Lunigiana che, crocifisso ad una pianta perché non voleva rivelare i nomi dei compagni, rispose: “Li conoscerete quando verranno a vendicarmi”, e altro non disse. Non sanno chi fu quel vecchio contadino che, vedendo dal suo campo i tedeschi che si preparavano a fucilare un gruppo di giovani partigiani trovati nascosti in un fienile, lasciò la sua vanga tra le zolle e si fece avanti dicendo: “Sono io che li ho nascosti”, (e non era vero), “fucilate me che sono vecchio e lasciate la vita a questi ragazzi”. Non sanno come si chiama colui che, imprigionato, temendo di non resistere alle torture, si tagliò con una lametta da rasoio le corde vocali per non parlare. E non parlò. Non sanno come si chiama quell’adolescente che, condannato alla fucilazione, si rivolse all’improvviso verso uno dei soldati tedeschi che stavano per fucilarlo, lo baciò sorridente dicendogli: “Muoio anche per te… viva la Germania libera!”. Tutto questo i ragazzi non lo sanno: o forse imparano, su ignobili testi di storia messi in giro da vecchi arnesi tornati in cattedra, esaltazione del fascismo ed oltraggi alla Resistenza».

1954, non 2019, non c’è qualcuno che sente una puntina, piccolina, di vergogna? Certo, ormai anche Orazio Coclite è uno sconosciuto e poi occuperebbe il 10% dello spazio di un tweet!

Purtroppo, molti di quei testi di storia oltraggiosi sembra che siano tornati di moda, in una scuola che sempre meno si cura di insegnare ai ragazzi (che poi siamo noi, in fondo) ad essere prima di tutto cittadini, a conoscere quella Costituzione che è costata sangue e fatica e volontà e lotta, ma che da qualche politicante di bassa lega, di strapazzo, incolto, rozzo e volgare (quasi tutti, insomma), viene definita un vecchio arnese superato, ridondante e non so che altro. Certo, una Costituzione che a molti dei nostri politicanti non piace. Si potrebbe dire ‘dimenticando’, ma non sarebbe corretto, perché non dimenticano, non sanno, anzi, non solo non sanno, ma non gliene importa di sapere, questa è la tara peggiore del nostro pessimo oscuro ceto politico. Che della Costituzione sa solo esprimere disprezzo e scherno, che si fa vanto oltraggiosamente di stracciare, di avvilire, e comunque di ignorare. Lo abbiamo ben visto!

Chi? Mah, guadiamoci in giro, tra questi politicanti di basso conio, ignoranti e culturalmente imberbi, che pensano a modificarla per torcerla ai propri interessi e quindi agli interessi del potere, o peggio ancora a ridurne la funzionalità e specialmente il valore, definendo ad esempio i rappresentanti del popolo dei poltronaridetto magari da chi come unico mestiere ha quello dipoltronaro’.
A questa gente nemmeno vale la pena di fare leggere (se sanno farlo) l’altra celeberrima frase dello stesso Calamandrei, quando con cruda ironia definiva la Carta che aveva contribuito a scrivere una Carta morta dicendo, amo pensare digrignando i denti: «quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione».
Perché tutto questo?

Perché oggi (e cito solo questa, ma ne avrei almeno altre dieci da citare) leggo l’atto di accusa della procura al Tribunale dei Ministri, contro Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona. Che, di quell’accusa fa addirittura un vanto, giungendo ad affermare: «Ritengo che sia una vergogna che un ministro che ha difeso i confini del suo Paese possa essere processato per essersi occupato della sicurezza dei suoi cittadini. Vorrei sapere quanto costerà alla collettività questo processo … Mi spiace che tribunali italiani, oggi intasati, debbano perdere tempo per indagare un ministro che ha fatto quello che gli italiani gli hanno chiesto di fare»: la rivendicazione becera dei propri atti, scaricandone cinicamente la responsabilità su italiani che nessuno ha mai consultato. Magari nel suo raffinato entourage sarà considerato pure coraggioso, ormai in Italia nulla più mi sorprende. Ma è un insulto a sé stesso oltre che alla Costituzione sulla quale ha giurato, non solo e non tanto ciò che ha fatto (che sarà valutato dai giudici, anzi, non sarà valutato perché certamente il Senato ripeterà lo sconcio di qualche mese fa) quanto il disprezzo che esprime, violento e minaccioso, contro una istituzione dello Stato che si chiama Magistratura, e che è un potere autonomo, voluto tale, tra gli altri, da quel Calamandrei di cui parlavo all’inizio.

Nel merito non vale la pena di entrare. Ma vale la pena di ripetere quelle che sono le regole fondamentali del vivere civile disegnate dalla nostra Costituzione, con riferimento in particolare a due punti, peraltro strettamente integrati: i diritti dell’uomo e il diritto internazionale.

L’art. 2 della nostra Costituzione dice esplicitamente che la Costituzione, e quindi l’intero ordinamento giuridico italiano, rispettano e applicano i diritti dell’uomo, cioè quella serie di diritti che sono in gran parte di derivazione internazionale e che, scritti, si leggono nella Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo e nei Patti del 1966 sui diritti dell’uomo. Dove, senza tediare inutilmente i Lettori, si dice sostanzialmente una cosa semplicissima, benché odiosa a molti politicanti e loro seguaci sguaiati e urlanti (e, badate bene, non sono solo i leghisti quelli cui alludo): gli uomini sono tutti uguali, quale che sia la loro razza e la loro religione ecc. Il che non vuol dire che hanno diritto a stare da noi, ma che hanno diritto ad essere trattati per quello che sono: esseri umani, appunto, come perfino quel soldato tedesco che si accingeva a fucilare quel ragazzo italiano.

Ma poi, in particolare all’art. 10, la Costituzione (e qui la discussione alla Costituente fu calda e importante e ‘bella’, per la profondità e l’impegno) che dice due cose semplicissime. La prima è che il diritto internazionale, tutto il diritto internazionale, è parte del diritto interno italiano, e del diritto internazionale fa parte quella norma importante che dice che ciascuno ha il diritto che gli venga assicurata la possibilità di lasciare il proprio Paese. E, siccome nessuno può restare sospeso nell’aria, ciò comporta che gli Stati debbono accoglierli, salvo a decidere chi e quando, ma accoglierli devono. Non è un caso che senza urli, senza insulti, senza volgarità, la Ministro degli Interni in poche settimana abbia dimostrato che è possibile fare esattamente questo, redistribuire i ‘migranti’ tra altri Paesi, oltre l’Italia -in forza dell’accordo raggiunto a Malta. Una persona responsabile dovrebbe adoperarsi perché tutti i Paesi lo facciano, non perché non lo faccia nemmeno l’Italia.

L’altra norma fondamentale dell’art. 10 dice che chiunque subisca discriminazioni politiche nel proprio Paese ha diritto a riceve asilo nel nostro. Lo stesso diritto che fu cercato e rivendicato e in molti casi ottenuto e in molti altri rifiutato, da quegli italiani avversari del fascismo e del nazismo, che cercarono di fuggire all’estero. Pietro Nenni, fino all’arresto e alla deportazione in Italia nel 1943, godette dell’asilo in Francia. Liliana Segre fu respinta alla frontiera svizzera.

Proprio perciò la Costituzione descrive l’asilo come un obbligo, per evitare equivoci. Un obbligo che non esclude che l’asilo sia concesso altrove che in Italia, ma che esclude che i migrantisiano massacrati nelle prigioni libiche da noi finanziate, lasciati affogare dalla guardia costiera libica da noi pagata, tenuti sequestrati su una nave che li abbia salvati dall’affogamento.

La realtà è questa. Se la politica non è in grado di risolvere i problemi, la realtà è questa per ogni persona che arriva. E sta ad ognuno di noi decidere, assumendocene tutta la responsabilità, se lasciarlo affogare o soccorrerlo. Ognuno di noi: troppo comodo scaricare su altri le responsabilità.
Chiedete alle sardine, se non ci credete.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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