venerdì, dicembre 14

Salvini – Di Maio: quando la lotta si fa dura Condono più, condono meno, il decreto fiscale 'passerà' se non altro perché non c’è tempo di grandi modifiche e poi ciascuno è innamorato della sua legge

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L’ho detto molte volte, io appartengo alla categoria dei malpensanti, sono sospettoso per natura e per istinto, ma anche per cultura, faccio lo ‘scienziato’ e ci vuole diffidenza per farlo … e quando vedo cose di ‘politici’ mi scatta l’allarme, come in automobile, quando si accende un segnale e squilla un campanello per dirti: attento ti stai addormentando!

I protagonisti della nostra politica sono necessariamente quei due che vediamo in continuazione in TV sui ‘social’ (ce li hanno tutti, non riesci a sfuggire a meno di tornare ai piccioni viaggiatori) a parlare e straparlare, più o meno discinti, più o meno sudaticci, più o meno impasticciati nei congiuntivi, più o meno…

Sabato e Domenica i 5S hanno celebrato la propria festa (o quel che sia) un po’ più dimessa del solito, dopo la ‘lotta’ durissima sul decreto fiscale. Lotta, non chiaramente conclusa finché non si potrà avere il piacere di vedere il decreto, leggerlo. Perché una cosa è apparsa ben chiara fin dall’inizio di questo Governo: il diavoletto si nasconde nei particolari, che sfuggono all’attenzione. Fateci caso.

Il decreto sicurezza (anche il governo del cambiamento va avanti a colpi di decreti, il Parlamento è messo a tacere, Casaleggio gongola) contiene alcune norme di estremamente dubbia legittimità costituzionale, ma intanto si approva, poi si vedrà.

Il decreto per Genova, distrattamente (e sì che lo scrive … beh insomma si fa per dire, il concentrato Danilo Toninelli) contiene norme sul condono delle case abusive di Ischia e sugli sversamenti dei fanghi inquinanti nelle campagne.

Il decreto fiscale è un pasticcio mostruoso di condoni, non condoni, mezzi condoni, tecnicalità difficili talmente difficili che perfino chi le scrive ha difficoltà a capirle e deve riscriverle in continuazione, mentre gliele spiegano. Sta in fatto, però, che il decreto prevede una serie di spese non produttive o assai poco produttive, tutte rigorosamente in deficit. Si prevedono, è vero, dei tagli di spese e degli aumenti di entrate (cioè tasse, a meno che non vogliano vendere il Colosseo!) del tutto generici e tutti da definire. Ovviamente ciò determina da un lato dei sospetti a Bruxelles, ma anche irritazione, visto che a Giugno e Luglio scorsi i nostri governanti hanno sottoscritto (leggete bene: sottoscritto) un impegno molto diverso: non a caso la seconda lettera di Dombrovskis e Moscovici è durissima proprio nei toni: si sentono presi per i fondelli e non è che abbiano torto, se ricordate la sceneggiata al balcone.

Ora, condono più, condono meno, tutta questa roba ‘passerà’ se non altro perché non c’è tempo di grandi modifiche e poi ciascuno è innamorato della sua legge e non ha nessuna intenzione di cederne un pezzo per non perdere la faccia. Ma la lotta tra i due permane e si fa sempre più dura almeno all’apparenza.

Come dico, io sono malpensante e alla storia dell’errore nel decreto fiscale non credo e mai ho creduto, meno che mai alla vergognosa sceneggiata da Vespa sulla manina. Il Quirinale, a onor del vero, farebbe opera di chiarezza se ci dicesse se realmente quella sera ha letto e respinto. Ma comunque stiano le cose io a quella scenetta non credo, non ho mai creduto: bastava la faccia ‘impostata’ di Giggino, per confermarlo, il ragazzo come attore è un frana sa solo ridere a 44 denti, come Berlusconi. Tanto per cominciare si vede bene, benissimo che i 5S sono in un momento di notevole difficoltà interna, perché una parte di essi condivide l’azione cinica e ‘governativa’ del finto Robespierre e un’altra parte invoca una sorta di verginità immacolata delle proprie idee massimaliste e per certi versi ingenue. Chi siano gli interpreti di queste anime non mi dilungo ad analizzare, ma a me pare evidente che Di Maio fatichi sempre di più a tenere in riga il partito, almeno finché la riga è quella del governo a tutti i costi.

Voglio dire, malpensante come sono: questi signori sono quello che sono, ma su una cosa mi ci gioco la testa, sono furbi, molto furbi, perfino troppo furbi. E quando dico ‘questi signori’ mi riferisco al duo Salvimaio, rispetto ai quali magari l’appellativo che ho usato è mal trovato, ma tutto sta a capirsi. Costoro, dunque, sanno perfettamente che il decreto fiscale è una follia allo stato puro, ma sanno anche che se non cercano (specie Luigi Di Maio) di fare vedere che realizzano qualcosa del loro programma, a Maggio li asfaltano per usare il magnifico linguaggio di quell’altro gentiluomo di Renzi.

Di Maio, in particolare, ha assoluto bisogno di fare vedere che almeno il reddito di cittadinanza si realizza, anche se sa benissimo non solo che si realizzerà, se tutto va bene, tra cinque anni, ma specialmente che i fondi per realizzarlo non ci sono. Quindi ha fretta di fare vedere che parte, prima di Maggio, quando comunque si voterà per le europee. E ha assoluto bisogno di fare vedere, specie nel Meridione (e vicino casa) che lui in fin dei conti delle regole se ne frega e sugli abusi edilizi (e fiscali) non è poi così rigido: onestà, onestà, ma con la “o” minuscola.

Matteo Salvini, a sua volta, ha realizzato molto, ma molto di più di Di Maio (che infatti è sempre più insofferente) ma non può fare a meno di due cose: mostrare che riesce a realizzare quanto più condono fiscale possibile; ottenere la conversione senza modifiche significative dell’unica cosa che ha fatto, il decreto sicurezza. Non a caso, oramai Salvini può solo cercare di fare a spintonate con Emmanuel Macron e cose del genere, dato che migranti non ne arrivano, i paesi di Visegrad gli hanno voltato le spalle e Sebastian Kurz, il sovranista ‘amico’, sbraita che l’Italia deve rispettare le norme di bilancio e promette il passaporto agli altoatesini: se passa questa ultima cosa, Salvini rischia l’impiccagione in piazza, magari solo in effige, ma impiccagione.

Bel problema per entrambi. Che vogliono più o meno le stesse cose, ma non possono dirlo. In altre parole, da quel malpensante che sono, voglio immaginare che non esistono manine di sorta, salvo che qualcuno si è accorto della porcata in corso e ha fatto la voce grossa. Grillo? Forse, almeno anche. Certo che comparire in scena con la manina … in mano, ha almeno un doppio senso.

Come dico, è Di Maio quello in difficoltà. È lui che vuole sforare il bilancio, è lui che non sa come pagare il reddito di cittadinanza, è lui che viene attaccato da Dibba, ma non solo. Una frase micidiale dell’ ‘amico’ Dibba: «dobbiamo continuare ad avere quella genuinità che ha dimostrato nelle ultime ore Luigi» (cito dallo splendido articolo, 22.10, di Fulvio Abbate su HP), inizia a stendere il velo su Gigi: eh caro Robespierre alla marinara, te l’ho detto, te lo sto dicendo da un bel po’, è arrivato Fouchè; non sai chi è? fa nulla, lo vedrai ‘addosso’.

Mi ha molto colpito, ma proprio molto, che nella manifestazione di gioia narcisistica del partito delle stelle, il primo intervento sia stato di Davide Casaleggio (& co.) con grande foto alle spalle del padre e l’ultimo di Grillo. Quando mai si è visto in un partito, che il primo e l’ultimo intervento sono fatti da personaggi che non hanno ruolo (formale) nel partito? Formale, certo, ma.

Casaleggio è quello che controlla lo strumento informatico del partito, quello cioè attraverso il quale si determina e si gestisce il consenso e per di più sostiene che il Parlamento non serve, tanto c’è Rousseau! Grillo è l’espressione loquace e comunicativa dell’idea per la quale la democrazia rappresentativa non serve, e le istituzioni di questo paese vanno rovesciate, e con riferimento al Capo dello stato che ha troppi poteri: «queste cose non vanno più col nostro modo di pensare». Capito? Una frase (forse esagero, se lo credete ditemelo) spaventosa: noi pensiamo così (noi chi? Verrebbe da chiedere, Casaleggio attraverso la piattaforma!) e quindi tutto si deve conformare al nostro pensiero. Ora tutti diranno che si tratta di una ‘scivolata semantica’ (suggerisco io questa espressione a Di Maio, Conte & co., poi gliela spiego anche, alla prima occasione) voleva scherzare, che esagerazione, per una frase di un comico … eh sì, dice la stampa che sa i giornaloni che questa volta piacciono a Di Maio, eh sì, lo stanno scaricando. Come? Con una affermazione che è peggiore assai di quella di Grillo. Non perché non se ne condivide il pensiero, non perché solo pensarlo è uno sbrego alla Costituzione inammissibile per dei politicanti che sono addirittura al governo, non perché è una bestialità priva di senso, no: «perché non è nel contratto di governo». Beh, allora basta mettercela!

È stato scaricato Grillo? Ma lo avete sentito, una delle poche frasi detta scandendo le parole, senza urlare e sbracciarsi: «Nessuno mette in difficoltà Di Maio, solo io posso farlo, perché so tutte le cose vere ma non le dirò mai» … molti giornali raccontano che dietro il palco Di Maio sudava freddo (‘aveva la fronte coperta di goccioline di sudore’, si suppone freddo) e ci credo!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.