giovedì, Settembre 23

Salvini a Pontida: ‘il padrone sono me’, leader del partito, Ministro, premier di fatto In Italia l'opposizione non c'è più, ma forse si prepara, con Nicola Zingaretti, pronto a immaginare l'Italia del 2050

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Un giorno si esibisce in un selfie girato per le strade di Roma, sostenendo che in città le buche nelle strade non sono un problema; un altro predice dalla finestra dell’hotel romano dove alloggia la privatizzazione di due reti Rai; un altro ancora sfiducia  il gruppo dirigente del Movimento sostenendo che più delle elezioni via internet maggiore garanzia e affidabilità viene dalla casuale estrazione a corte. Il padre (e non si sa più fino a che punto ‘padrone’) del M5S, Beppe Grillo, ricorre a vere e proprie boutade per guadagnare qualche spazio in televisioni e giornali, e cercare di bilanciare il dinamismo dell’alleato di Governo, il leader incontrastato della Lega, Matteo Salvini.
Quest’ultimo effettivamente domina la scena, e riveste contemporaneamente i panni del leader di partito (e di fatto della coalizione di centro-destra) del Ministro dell’Interno, del sostanziale Presidente del Consiglio e mette becco sull’operato di praticamente tutti i ministeri. E’ il suo momento; e sul carro leghista si affollano isoccorritori‘, come sempre accade quando qualcuno vince, o sembra farlo.
Nel tradizionale appuntamento nel grande prato di Pontida, Salvini l’ha fatta da padrone, unico protagonista con una quantità di caratteristi e comparse che non fanno storia. Dei ‘vecchi’ leghisti, ormai sopravvive solo Roberto Calderoli. Spariti perfino Umberto Bossi e Roberto Maroni. Si: decisamente la Lega ha subito una mutazione genetica per quel che riguarda il personale politico, e anche le aspirazioni e obiettivi, pur se sono sempre venati dall’originario dna. Non deve sfuggire che Salvini non parla più a nome deilumbard‘ o dei ‘padani’, ma rivendica orgoglioso un’italianità da difendere dagli inquinamenti esterni portati di volta in volta da extra-comunitari, ONG finanziate da George Soros, la Germania di Angela Merkel, gli euro-burocrati di Bruxelles.
Cosi’ a Pontida Salvini si lancia in una lunga filippica, dove trova il modo di dire, a proposito delle ondate migratorie, che «…Dobbiamo spendere veramente in Africa», e vai a capire dove, dal momento che tutti i Paesi del Magreb rispondono picche alle proposte salviniane e la recente trasferta in Libia si è rivelata un sostanziale buco nell’acqua. Salvini, poi, trova il modo anche di aprire un fronte polemico anche con «multinazionali che sponsorizzano  le giornate dell’Orgoglio gay solo per guadagnare qualche consumatore in piu». Chissa’: spezzeremo le reni alla Coca Cola, si berrà solo italico chinotto e cedrata certificata…
Salvini ne ha per tutti. Si prepara a mietere un grande raccolto alle prossime elezioni europee, e annuncia un progetto che  «consiste nel fare una alleanza internazionale dei populisti, che per me è un complimento. Penso che saremo maggioranza». Annuncia che intende governare l’Italia per almeno trent’anni; i porti italiani vanno chiusi alle navi che hanno soccorso gli extra-comunitari, con buona pace del Presidente della Camera, Roberto Fico; assicura che lavora per un «futuro pacifico e sorridente»; riconosce che ognuno «a casa sua fa quello che vuole. Ma finchè avrò voce e sangue nelle vene, difenderò, fino alla vita, il diritto dei più deboli: il diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà e il diritto delle donne e non aver un utero in affitto. Mi fa schifo solo il pensiero dell’utero in affitto»; promette pistole elettriche per le forze dell’ordine; cambierà la legge Fornero, «legge ingiusta, disumana e profondamente sbagliata»; omaggia Rosario Livatino, «magistrato che non faceva interviste, non andava a fare proclami in tv, non faceva con le parole milioni di euro… unagrande battaglia che da ministro farò di tutto per vincere, sarà quella di cancellare e sradicare da questo splendido Paese le schifezze che rispondono al nome di mafia, camorra e ‘ndrangheta». Si abbandona a toni lirici: «C’è una marea di gente, nuovi sindaci. Ieri notte ragazzi che ballavano e si divertivano insieme dalla Sicilia, Calabria, Veneto, Puglia, Emilia e Toscana. Adesso vi portiamo sul prato a toccare con mano la gente che c’è. Vi regaliamo emozioni che altre tv difficilmente vi regaleranno. Adesso andiamo in mezzo alla ‘ggente’… Quei populisti, sovranisti fascisti egoisti, razzisti che sono invece padri e madri di famiglia normalissimi».
Parole, frasi roboanti, come se ne fanno sempre nei comizi. Annunciano volontà e danno fiato a velleità; spesso fumo con poco arrosto.

Meglio concentrarsi su quello che dice il Richelieu (ma anche cardinal Mazzarino) della Lega Giancarlo Giorgietti, Sottosegretario alla presidenza del Consiglio, uomo concreto e di poche, misurate parole: «Non abbiamo più opposizione qui perchè il popolo è con noi. In Italia l’opposizione non c’è più. Ma abbiamo capito bene dove ce l’abbiamo. Abbiamo lanciato la sfida a chi comanda il mondo, a chi comanda in Europa, a chi ha deciso che l’immigrazione e la sostituzione dei popoli sono una cosa buona, naturalmente per le vostre pensioni».
Ecco il problema, individuato con precisione e che autorizza i dirigenti della Lega a un ottimismo se non di lungo, siuramente di medio corso. Per esempio i recenti sondaggi confermano, unanimi, che la  Lega cresce ancora a spese di Forza Italia, di Fratelli d’Italia e di 5 Stelle. Il PD e le altre piccole formazioni di centrosinistra non vanno né avanti né indietro. La corsa degli elettori è solo verso Salvini. A chi resta con Grillo, Casaleggio e Di Maio va bene l’alleanza di Governo con Salvini. Le astensioni sono sempre alte.
Questo quadro è confermato da alcune notizie che vengono dalla Sicilia.
A sinistra in generale, nel PD specificatamente,  non c’è alcun segnale di iniziative volte  a cogliere  i processi economici, sociali, civili e umani nuovi che percorrono il Paese.  Non c’è analisi che indichi quali sono i temi che nel 2018 dovrebbero emergere per una battaglia di alternativa.
E’ questo che si paga, è questo che consente di dire a Giorgetti: «Non abbiamo più opposizione».
Silvio Berlusconi è confinato  in un angolo e irrilevante. Il PD deve decidere (e capire, innanzitutto)  cosa vuole rappresentare, a chi rivolgersi e cosa proporre.
E’ quello che per ora chiedono invano padri ‘nobili’ come Romano Prodi, Walter Veltroni, e sommessamente Paolo Gentiloni. E’ quello che non comprende (non vuole comprendere) Matteo Renzi, solo apparentemente disinteressato alle contingenze politiche, nei fatti, attraverso quello che rimane del ‘giglio toscano’ e dintorni più di sempre impegnato nel tentativo impossibile di riguadagnare posizioni e consensi irrimediabilmente perduti.
Al PD in generale, a Renzi in particolare, nulla ha insegnato la caduta di Torino, Roma e della Liguria, la sonora sconfitta nel referendum istituzionale del dicembre 2016, i successivi rovesci elettorali. Li hanno sempre considerati una sorta di incidente di percorso, ‘tirrem innanz…’,  la parola d’ordine, dimenticando che a dirla fu Amatore Sciesa, finito davanti al plotone d’esecuzione austriaco.
Da più parti qualcuno mostra di cominciare a capire. Più che leader (servono anche questi, beninteso) urgono luoghi d`incontro per discutere e ritrovare una vera ragione d’essere. Tra questi forse lo ha compreso il governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Intervistato dal ‘Corriere della Sera‘, annuncia ufficialmente la sua intenzione di correre per la segretaria del PD. Chiede un congresso del partito prima delle elezioni europee, sostiene che vanno azzerate le forme-partito, compresa quella del suo partito: «Dobbiamo saper includere e valorizzare le forze produttive, le energie popolari e sociali, in una forma-partito radicalmente democratica, capace di conciliare una forte leadership collegiale e decisioni dal basso».
Un movimento capace di animare una larga alternativa per il Governo del Paese; che non significa rimettere insieme i cocci, ma immaginare l’Italia del 2050: «Noi dobbiamo pensare alle nuove generazioni. Di più: dobbiamo imparare da loro. In Italia c’è un’enorme questione giovanile, che la politica neanche riesce a vedere. Forse è la prima volta nella storia che la nuova generazione ha tanto da insegnare a quella precedente. I nativi digitali rappresentano un’opportunità anche per i ‘padri analogici’. Non riesco ad accettare questo spreco di energie e talenti».
Da tenere d’occhio.

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