domenica, Novembre 28

Salviamo il Museo di Gino Bartali! field_506ffbaa4a8d4

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Il 18 luglio del 1914, in una casetta del Ponte a Ema, sulle colline intorno a Firenze, nasceva Gino Bartali. «Venni al mondo, ricordava Gino, che il babbo di nome  Torello,  era sotto le armi e la mamma, la ‘Sora’ Giulia, doveva provvedere alle mie due sorelline, Anita e Natalia, oltre che a me, appena nato. Due anni dopo sarebbe nato anche mio fratello Giulio. La nostra famiglia non navigava nell’oro, anche se mio padre non ci ha mai fatto mancare niente, lavorava nei campi molte ore al giorno e spesso si arrangiava la sera come manovale. La mamma, una donna gentile dal viso dolcissimo, dotata tuttavia di un’ energia straordinaria, si accollava tutto il peso della famiglia. Una famiglia unita, amata e rispettata in tutto il paese, un piccolo borgo alla periferia di Firenze dove tutti si conoscevano: novecento anime». A poche decine di  metri di distanza  dalla casa natia,  si trova il Museo del ciclismo Gino Bartali, che raccoglie i suoi cimeli e trofei, le foto della sua lunga carriera, dei trionfi e delle difficoltà, le sue maglie gialle che ricordano i due Tour de France vinti l’uno a dieci anni di distanza dall’altro, nel ’38 e nel ’48, alcune sue biciclette oltre a vecchie bici della fine dell’800 e della metà del Novecento, a ricordarci che questo è anche un Museo del ciclismo. Così Gino volle che fosse:  un museo dedicato alla bicicletta e al  ciclismo, il grande amore della sua vita, che tanto gli ha dato, così come lui  tanto ha dato a questo sport fatto di fatica e sacrifici e grossi rischi. Anche della vita. Come capitò a suo fratello Giulio e a Serse, il fratello del suo grande rivale Fausto Coppi e come è successo in epoche più recenti a molti altri. Un paio di volte   mi capitò di accompagnare personalmente  Gino alle riunioni in cui i suoi fans e i rappresentanti delle istituzioni discutevano su come poter realizzare il Museo.  Da poco era uscito il libro ‘La leggenda di Bartali‘ ( editore Ponte alle Grazie), che vinse il Premio Bancarella Sport del ’93, cosa di cui fui felicissimo soprattutto per lui, il grande Gino, tant’è che al momento della premiazione riuscii soltanto a dire: “Sono contento di aver portato Gino a tagliare un altro traguardo”.   Mi si perdoni l’autocitazione, ma è solo per far capire come in quel periodo ci frequentassimo spesso, e spesso andavamo in giro a presentare il libro,  per il quale mi avvalsi della collaborazione di Romano Beghelli, ma soprattutto della testimonianza di Gino stesso. Quanto al Museo, Gino ci teneva davvero, ma avrebbe desiderato di poterlo almeno veder nascere. E invece, discussioni a non finire e intralci burocratici di varia natura ne ritardarono la costruzione. Che comunque avvenne, su una parte di terreno concessa dal circolo l’Unione ( la Casa del Popolo del borgo)  e  con il contributo del Comune di Firenze, di quello di Bagno a Ripoli, della Provincia e della Regione.  Il  costo superò i due miliardi di lire. Il Museo fu solennemente  e allegramente inaugurato nell’aprile del 2006. Un giorno di grande festa. Ma Gino ci aveva già lasciati  da 6 anni, il 5 maggio del ‘2000. Era però ben presente nella mente e nel ricordo di tutti. Aveva fatto in tempo  a salutare il nuovo Millennio  ma non a vedere il Museo al quale teneva tanto. In nome del ciclismo e non delle sue imprese. Verso questo sport, che è stata la sua vita, anche dopo aver  attaccato la bici al chiodo, ricordo manifestava sempre grande amore e rispetto. Il Museo doveva diventare uno dei “poli” della cultura sportiva di Firenze e del territorio: l’altro polo è il Museo del calcio di Coverciano, dall’altra parte dell’Arno, non molto lontano in linea d’aria.  Col passare degli anni, purtroppo, la situazione è andata progressivamente deteriorandosi. Gli Amici del Museo di Bartali  hanno esaurito le forze e  rischiano di  arrendersi di fronte all’indifferenza dell’ istituzione  che ne ha competenza:  il Comune di Firenze. Il Museo è aperto soltanto poche ore la settimana (dalle 10 alle 13 il venerdì e sabato, dalle 10 alle 116 la domenica),  scarsa o inesistente la manutenzione, sgonfie le gomme delle bici esposte, le maglie chiuse in un armadio, inadeguata la sorveglianza, polvere ovunque. E rischio di furti.

“ Se si continua così il Museo chiuderà. Lo stanno distruggendo…..” dice Andrea Bresci, l’amico fraterno di Gino e anima del Museo e lo afferma  con  l’ aria triste di chi si è battuto per la sua  nascita e gestione ma che ora ha esaurito ogni energia fisica. Quello di stasera è una sorta di ultimo appello per la sua salvezza “L’appello per la salvaguardia e il rilancio del Museo è stato  rilanciato la sera del 18 luglio, compleanno di Gino, dal volo benaugurale dei colombi e da una cena popolare, al primo piano del   Museo, quel piano spesso destinato dal Circolo l’Unione ad altri scopi. “E’ un appello che rivolgiamo innanzitutto al Comune di Firenze, che da una decina di mesi  ha assunto la gestione del Museo, affinché ne   consideri  il valore e  significato e  ciò che ha dato Gino in termini di immagine e di prestigio all’Italia e a Firenze. Non  considerandolo come risorsa per far cassa.  Compito delle istituzioni deve essere quello di salvaguardare la memoria e valorizzarla,  in questo caso quella di un  uomo come Gino Bartali, che generosamente ha offerto al Museo il suo patrimonio prezioso di trofei, cimeli, giornali,foto, ricordi, e che appartiene  alla storia della città, della nazione, dello sport in generale”. Questo l’appello lanciato ieri sera dal Museo del Ciclismo Gino Bartali. Un appello accorato raccolto dalle personalità presenti. Tra  loro anche i nipoti di Gino, Lisa figlia di Luigi e Giacomo, figlio di Bianca che vive in Garfagnana. A Lisa  chiedo che ricordo ha di suo nonno. “Quello di un nonno normale, tenero, affettuoso, premuroso. Ricordo che mi insegnò ad andare in bicicletta…qualche volta mi portava con sé a bordo della sua auto con la scritta Bartali. Solo  da grande mi sono resa conto  chi era Bartali. E di come sia ancora amato. Anche dai miei coetanei, ragazzi d’oggi. E quando dico il mio nome, Lisa Bartali, le persone ne sono sorprese e felici,  tanto  popolare è il nome del nonno. Circa le sue gesta umanitarie, che gli hanno valso nel 2013 il  riconoscimento di Giusto tra le Nazioni  allo Yad Vashem di Gerusalemme, le ho sapute  dopo,  dai media, dagli amici. Lui, in casa non ne aveva fatto parola, almeno con noi”.  Confermo ciò che mi dice Lisa, anche durante la stesura del libro e le nostre lunghe conversazioni ufficiali, non ne parlava. Ma qualcosa riuscìi a carpirgli durante  i viaggi in auto o nei momenti di relax, durante i  quali ci abbandonavamo  a frammentarie confidenze. E in quel libro, per primo, mi soffermai sulla grande opera umanitaria  da lui svolta a rischio della vita per il salvataggio di tanti ebrei, sia nascondendoli in casa, sia portando i falsi documenti d’identità nella canna della bici durante le sue interminabili pedalate da Firenze ad Assisi. Negli anni si è  potuto appurare che oltre 800 sono state le vite umane da lui salvate, nell’ambito di una delicata opera di salvataggio che ebbe come ispiratori il Cardinale di Firenze Elia dalla Costa e il rabbino di Firenze Nathan Cassuto. Tra le persone salvate da Gino anche   49 soldati inglesi che riuscì a consegnare ai partigiani. “Queste cose  non c’entrano col ciclismo,  le ho fatte perché me le dettava la mia coscienza di uomo e di cristiano. Non si fanno certo per gloriarsene.”  Questo e tanto altro ancora era Gino.

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E’ un vero peccato che un Museo di tale importanza sia trascurato dal Comune di Firenze che lo ha in gestione da una decina di mesi. E’ altrettanto  deplorevole  il fatto che durante i Mondiali  di ciclismo disputati a Firenze, gli organizzatori  abbiano dimenticato l’esistenza di questo Museo. Nessuna segnalazione, nessuna visita da parte della carovana del ciclismo mondiale. Ma nonostante queste carenze, il suo nome  dà ancora lustro al nostro Paese, al ciclismo, alla città di Firenze. Per giovani e anziani, Ginettaccio è ancora colui che Paolo Conte  ha magistralmente descritto in uno dei suoi capolavori:….. E tramonta questo giorno in arancione/ e si gonfia di ricordi che non sai/ mi piace restar qui sullo stradone/ impolverato, se tu vuoi andare, vai…/e vai che io sto qui e aspetto Bartali/ scalpitando sui miei sandali/ da quella curva spunterà/ quel naso triste da italiano allegro/tra i francesi che si incazzano/ e i giornali che svolazzano….In realtà,  i francesi che si arrabbiavano all’ora, poi lo hanno sempre amato, come testimoniano le tante lettere  ricevute e i rapporti  di sincera amicizia con i suoi colleghi francesi, primo fra tutti, Luison Bobet o Rafael Gemignani, colui che inutilmente si adoprò, come Gino del resto, per salvare la vita a Fausto Coppi dalla malaria.

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