giovedì, Aprile 22

Salafismo in Marocco: minaccia o no? La destra salafita: pericolo per le istituzioni o possibilità di integrazione nel mondo politico e dialogo?

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All’indomani della conclusione della stagione delle “Primavere arabe”, un’ondata di incertezza ha travolto l’intera regione del Nordafrica, aprendo una grande quantità di interrogativi sulle prospettive per il futuro dell’area e sui rischi che si sarebbero presentati negli anni successivi. Uno dei principali quesiti riguardava il ruolo che i vari movimenti islamisti avrebbero giocato nella definizione di un nuovo Nordafrica democratico: se alcuni dei movimenti islamisti sono sembrati da subito interessati a cercare di entrare nell’agone politico per veicolare i propri programmi, altri gruppi hanno mostrato disinteresse nei confronti delle dinamiche della democrazia, più interessati a cercar di effettuare un’attività di proselitismo e di sostegno sociale all’interno delle moschee dei quartieri più disagiati delle grandi città e dei centri delle province più povere.

La progressiva destabilizzazione della regione, con un ritorno di fiamma delle tensioni jihadiste che da anni giacevano parzialmente sopite nel sottosuolo del Maghreb, ha sollevato un’ampia quantità di incognite e di timori riguardanti possibili commistioni tra gli ambienti salafiti più o meno clandestini e le grandi organizzazioni fondamentaliste internazionali, prima tra tutte al-Qaeda nel Maghreb Islamico. L’esistenza di contatti tra le frange più estreme del salafismo e i gruppi jihadisti della regione ha aumentato i livelli d’attenzione da parte dei governi e dell’autorità dei Paesi del Nordafrica, con l’intenzione di bloccar sul nascere la possibilità di contatti o interazioni tra questi ambienti.

Quanto accaduto in Tunisia è esemplare delle dinamiche e dei rischi rappresentati dalle interazioni tra ambienti salafiti e estremismo jihadista. Il successo del movimento islamista Ennahda non è riuscito a impedire che alla sua destra nascessero una serie di formazioni salafite che raccoglievano sotto il loro ombrello elementi che predicavano il boicottaggio del nuovo sistema democratico, in favore della creazione di uno Stato islamico basato sulla sharia. Ansar al-Sharia in Tunisia è il più noto di tali movimenti: creato dal predicatore Abou Iyadh, il gruppo ha a tratti dialogato con Ennahda, per poi darsi alla lotta armata e finire braccato dalle autorità della Tunisia. I responsabili dell’omicidio di Chokri Belaid e Mohammed Brahmi, i due politici di sinistra uccisi nel corso del 2013, sono membri del gruppo salafita.

Pur avendo mostrato una complessiva solidità istituzionale, nonostante alcuni elementi di incertezza e segni di cedimento continuino a essere ravvisabili, il Marocco non è esente dal rischio di una radicalizzazione della lotta delle cellule islamiste presenti all’interno del suo territorio nazionale. Le politiche riformistiche adottate dal Re Mohammed VI hanno garantito la continuità del suo regime e il contenimento delle tensioni presenti nel Paese, ma il malcontento continua a sibilare all’interno di una società che presto tornerà a chiedere in massa nuove aperture. All’interno dei movimenti di protesta continua a esser presente la componente salafita, la cui crescita rappresenta un fenomeno con cui le autorità marocchine dovranno confrontarsi nell’arco dei prossimi anni.

Nel settembre 2012, nei giorni in cui l’intero mondo islamico veniva scosso per via dei disordini seguiti alla diffusione delle immagini del film “L’Innocenza dei Musulmani”, in Marocco il gruppo salafita Ansar al-Sharia in Marocco rendeva noto il proprio manifesto programmatico: richiesta di una maggiore centralità della sharia all’interno della società, proclami contro il secolarismo e domande per l’istituzione di un califfato i punti fondamentali del foglio. I principali elementi distintivi del gruppo sono la bandiera, «che è identica a quella delle sue controparti in Libia, Yemen e Tunisia» scrive il quotidiano online ‘al-Monitor’. «E’ una bandiera nera che arreca la scritta “Non c’è altro dio all’infuori di Allah”. Affermano di non avere connessioni a Paesi stranieri, ma non nascondono le proprie simpatie per i movimenti estremisti nel resto del mondo, primo tra tutti AQMI». Come negli altri Paesi della regione, è difficile definire le strutture organizzative del movimento, che fa del rifiuto di un’organizzazione centralizzata e di un elevato grado di atomismo la propria forza. Nell’ottobre del 2012, a  Tetouan venne arrestato un salafita di nome Younsi Hassan, che si presentò alle autorità del gruppo come uno dei leader del movimento. E’ possibile che rivesta una particolare importanza all’interno del gruppo anche Omar Haddouche, noto militante salafita marocchino.

Il predicatore Mohammed Fizazi, uno dei più ascoltati predicatori salafiti del Marocco, che nel 2003 venne imprigionato con l’accusa di aver istigato i fautori degli attacchi di Casablanca di quell’anno per poi essere liberato nell’amnistia del 2011, ha risposto alle domande dei giornalisti di ‘Magharebia’ sulla crescita del salafismo in Marocco. «I salafiti marocchini hanno vissuto nell’ombra, mostrandosi raramente in pubblico. Consideravano la partigianeria come una cattiva innovazione – ha affermato Fizazi. – Ora hanno deciso invece di entrare nell’arena politica, è divenuto chiaro che erano forti e stavano sorpassando i partiti tradizionali in termini di disciplina e serietà. Il loro unico problema è che non seguono solo una scuola o un percorso. […] Qualora decidessero di farlo, sconvolgerebbero completamente la scena politica marocchina».

Il rischio che l’assenza di un dialogo con gli ambienti salafiti finisca per trasformare le aree del fondamentalismo in un potenziale nucleo di destabilizzazione sta spingendo la classe governante marocchina a cercare di mantenere aperti i contatti e a tenere un atteggiamento conciliante. A marzo, Re Mohammad si è recato in una moschea a Tangeri per assistere al sermone pronunciato da Mohammed Fizazi, lanciando un forte segnale di riconciliazione con gli ambienti salafiti, nel tentativo di contenere la diffusione di tensioni che potrebbero avere un duro effetto sul Paese nel momento attuale. Tenere aperta una linea di dialogo con gli ambienti moderati della destra religiosa consentirà di non perdere d’occhio le dinamiche interne all’area fondamentalista marocchina e rispondere meglio alle sue trasformazioni.

 

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