sabato, Maggio 8

Rwanda: vittoria scontata e fake news diffamatorie

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Gli esiti  delle elezioni presidenziali in Rwanda tenutesi venerdì 4 agosto erano scontati. Un plebiscito per il Presidente uscente Paul Kagame che si assicura la vittoria con il 98% dei voti. I due candidati dell’opposizione si attestano a percentuali inferiori al 1%. Il candidato indipendente (sostenuto dalla Francia) Philippe Mpayimana ha ricevuto lo 0,73% dei voti mentre Frank Habineza, leader del Partito Democratico Verde lo 0,47% Secondo gli osservatori della CEMAC, EAC e dell’Unione Africana, le elezioni sono state trasparenti e lo spoglio delle urne un esempio di perfezione elettorale.

«Le elezioni ruandesi rappresentano un esempio unico nella regione da seguire. Si sono svolte in un clima di pace e pieno rispetto delle regole democratiche internazionali» afferma l’ex vice presidente keniota Moody Awori, a capo degli osservatori della EAC. Da notare che nonostante  due tentativi di invasione portati avanti dal gruppo terroristico ruandese Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda – FDLR e respinti dal pronto  intervento delle forze di difesa, Paul Kagame non ha dichiarato lo stato d’emergenza che avrebbe ulteriormente penalizzato l’opposizione o rinviato  le elezioni, limitandosi a schierare reparti d’elite dell’esercito alle frontiere con Congo e Burundi e a rafforzare la sicurezza interna.

Paul Kagame non necessitava di ricorrere a delle frodi essendosi già assicurato la vittoria grazie a tre precisi fattori. Il primo fattore è da ricercare nell’indiscusso supporto a Kagame garantito dalla maggioranza della popolazione (hutu e tutsi) per essere riuscito a superare le divisioni etniche che portarono al genocidio del 1994 e aver trasformato un Paese agricolo e sotto il controllo economico della Francia (epoca HutuPower di Juvenal Habyrimana) in un Paese indipendente e in piena crescita  economica, modello per l’intero Continente.

Un Paese dove le povertà è stata fortemente ridotta, la classe contadina (per la maggior parte hutu) beneficiaria di un progressivo aumento del tenore di vita. Un Paese dove le pari opportunità delle donne sono seconde solo alla Norvegia e la protezione ambientale è in assoluta la più avanzata  in tutta l’Africa. Un Paese che si sta avviando a tappe forzate verso la Quarta Rivoluzione Industriale: robotica, nanotecnologie, Print 3D, grazie al supporto e ai finanziamenti di importanti multinazionali americane  del settore tra le quali Microsoft che proprio in Rwanda intende installare la prima Silicon Valley dell’Africa Orientale.

Gli altri due fattori che hanno garantito la vittoria di Kagame riguardano la gestione della campagna elettorale. Il governo di Kigali ha proibito a tutti i partiti di accedere a finanziamenti stranieri, mossa considerata obbligata per impedire che Parigi potesse tentare di influenzare le elezioni come la Russia ha recentemente fatto negli Stati Uniti e tentato in Francia. Il governo ha inoltre limitato la campagna elettorale a sole tre settimane offrendo così poco tempo ai partiti di opposizione per divulgare il loro programma politico. Kigali ha infine eliminato l’avversario più pericoloso in quanto proveniente dall’interno del potere, l’imprenditrice Diane Rwigara, che non ha potuto candidarsi per mancato raggiungimento del quorum di firme necessario. Si mormora che il governo abbia pesantemente influenzato questo mancato quorum attraverso il suo capillare controllo dell’amministrazione pubblica e capi tradizionali a livello nazionale.

Questi innegabili tattiche  sono state attuate sia per impedire un inquinamento della democrazia da parte di forze genocidarie e suoi sostenitori internazionali sia per  assicurarsi la vittoria assoluta  poiché il Fronte Patriottico Ruandese e il Presidente Paul Kagame sono ossessionati nel compiere la loro missione storica per il bene del Paese. Una missione che si può sintetizzare in due punti. Rendere irreversibile la nuova era di pace e fratellanza tra hutu e tutsi sconfiggendo le ultime forze reazionarie HutuPower ancora operative nella Regione dei Grandi Laghi evitando un secondo genocidio. Rendere il Paese, dove 23 anni fa un milione di persone sono state massacrate in soli 100 giorni, una Nazione economicamente e socialmente sviluppata che possa garantire un futuro alla sua popolazione.

Il modello amministrativo imposto da Paul Kagame è fonte di invidia per i nemici del Rwanda. In prima linea la Francia, i terroristi ruandesi delle FDLR e i farisei del Vaticano collegati ad associazioni cattoliche che dal 1957 supportano l’ideologia di supremazia razziale HutuPower e sono attualmente in netto contrasto con Papa Francesco, l’unico Papa che nel marzo 2017 ha avuto il coraggio di ammettere l’orribile complicità della Chiesa Cattolica nel genocidio del 1994, chiedendo scusa e promettendo a Kagame e al popolo ruandese un cambiamento radicale dei rapporti tra la Santa Sede e il Paese vittima dell’ultimo Olocausto del Ventesimo Secolo.

Questi farisei, da ventitre anni ostili al governo ruandese, rientrerebbero nell’orbita dei nemici interni del Papa rivoluzionario che sognano la sua morte e stanno lavorando per accusarlo di ‘eresia formale’ che farebbe decadere automaticamente Bergoglio dalla carica di Pontefice. Sia la Francia che i farisei del Vaticano agiscono in concerto continuando a mantenere forti legami con le FDLR, gruppo guerrigliero responsabile del genocidio ruandese, di quasi un milione di morti congolesi all’est del Congo, delle migliaia di esecuzioni extragiudiziarie in Burundi dal 2015 ad oggi e giustamente inseriti nella lista delle più pericolose organizzazioni terroristiche internazionali redatta dagli Stati Uniti.

Gli attacchi tentati per delegittimare la palese vittoria  democratica di Paul Kagame sono stati attuati in due fasi seguendo una regia ben studiata. La prima fase della campagna anti Kagame è stata attuata tre settimane prima del voto ad opera della associazione americana in difesa dei diritti umani Human Rights Watch – HRW, che ha sempre dimostrato profonde e inspiegabili ostilità di stretta natura politica verso il governo del Fronte Patriottico Ruandese fin dai tempi del Presidente Hutu post  genocidio: Pasteur Bizimungu.

HRW ha pubblicato un rapporto accusando il governo ruandese di esecuzioni sommarie di oppositori e di regnare grazie al terrore e alla violenza cieca. Secondo questo rapporto le forze di difesa ruandesi avrebbero impunemente ucciso 37 persone tra il luglio 2016 e il marzo 2017. Le vittime sarebbero state dei piccoli criminali dediti  a furti di banane, moto, vacche,  trafficanti di marijuana che attraversavano illegalmente la frontiera con il Congo e pescatori illegali. HRW nel suo rapporto accusa il governo di Kigali di attuare esecuzioni extragiudiziarie invece di assicurare  a questi piccoli criminali un equo processo accusando il Presidente Paul Kagame di commettere una flagrante violazione della legge ruandese, del diritto internazionale e dei diritti umani. Nelle conclusioni del rapporto HRW lancia un appello al governo ruandese a «cessare immediatamente le esecuzioni sommarie di piccoli criminali sospettati dalle forze di sicurezza e di assicurare  serie inchieste contro i responsabili di queste violazioni dei diritti umani senza alcun tentativo di dissimulazione o insabbiamento».

A distanza di due settimane dalla pubblicazione del rapporto si scopre che HRW si è basato su testimonianze indirette e fonti inaffidabili di informazioni sospettate di essere vicine al gruppo terroristico ruandese FDLR. Le 37 vittime citate nel rapporto non sono altro che terroristi ruandesi delle FDLR che avevano sconfinato in Rwanda dal vicino Congo, attaccando villaggi isolati. L’intervento dell’esercito regolare ruandese, sotto segnalazione della popolazione hutu, ha causato scontri a fuoco dove 42 e non 37 terroristi sono stati uccisi mentre altri 12 sono stati catturati. I terroristi delle FDLR provenienti dal Congo sono stati abbattuti in quattro combattimenti avvenuti proprio nel periodo preso in considerazione da HRW: luglio 2016 –  marzo 2017. Nel rapporto HRW stranamente non menziona gli ultimi due tentativi di invasione compiuti dalle FDLR dal vicino Burundi.

Le accuse di HRW sono state smentite da un dipendente di origine ruandese della associazione americana che riconosce che le vittime fatte passare nel rapporto come piccoli delinquenti erano in realtà dei terroristi delle FDLR e sono stati uccisi durante dei combattimenti ingaggiati con le forze dell’ordine ruandesi che stavano proteggendo le comunità rurali hutu dai continui attacchi di questo gruppo terroristico attuati dal vicino Congo.

HRW attua le proprie indagini nella Regione dei Grandi Laghi attraverso il suo personale locale prevalentemente di cittadinanza congolese, alcuni di essi con dubbi di essere degli hutu ruandesi rifugiati in Congo dopo il genocidio e successivamente naturalizzati congolesi. La composizione degli ‘esperti’ che redigono questi rapporti è considerata dalla maggioranza dei governi della regione come un elemento di dubbio sulla imparzialità dell’operato di HRW che costantemente pubblica rapporti contro i governi ruandese e ugandese basati su testimonianze anonime e su abili alterazioni dei fatti descritti come nel caso di questo ultimo rapporto sulle presunte esecuzioni extragiudiziarie del governo di Kigali.

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