domenica, Maggio 9

Rwanda – Santa Sede, inizia la nuova era dei Grandi Laghi

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Sono fondate le accuse rivolte alla Chiesa Cattolica di aver ideato, promosso e sostenuto una ideologia di morte simile a quella del Nazismo nell’Africa Orientale? Purtroppo la storia sembra confermarlo.

Il genocidio ruandese per oltre un ventennio è stata nascosto e mistificato dalla Chiesa Cattolica causa le pesanti implicazioni nella tragedia. Il 65% delle vittime uccise tra il 06 aprile e il 24 maggio 1994 furono trucidate nelle cattedrali, nelle chiese, nei conventi e negli istituti religiosi. La maggioranza del clero cattolico hutu attirava i fedeli tutsi nei luoghi sacri con la promessa di protezione. Dopo di ché informava l’Esercito e la milizia genocidaria Interahamwe che giungevano sul luogo e facevano i massacri. Per oltre un ventennio il Vaticano ha negato l’evidenza di una partecipazione premeditata e consapevole del clero cattolico al genocidio: dalle suore alle più alte gerarchie della Chiesa in Rwanda.

Durante gli orribili 100 giorni il Vaticano adottò una posizione ambigua tesa ad alterare la percezione degli avvenimenti per nascondere complicità e colpe. “Durante il genocidio il Vaticano fu molto lento e cauto nel denunciare i massacri. Questo spinse molti religiosi cattolici a dare tacito consenso e a partecipare ai comitati di sicurezza del regime HutuPower”, ci ricorda Adrien Niyonkuru, attivista ruandese per i diritti umani.

Anche le rare voci di dissenso all’interno della Chiesa Cattolica furono ignorate dal Vaticano. Basta citare il periodico cattolico francese ‘Golias-Magazine’ che nel numero 48 dell’estate 1996 denunciava l’operato di sacerdoti italiani, belgi, francesi e ruandesi durante i massacri. Oppure l’ex seminarista presso i Padri Bianchi, Jean Demascene Bizimana, autore del libro denuncia: “La Chiesa e il genocidio in Ruanda: i Padri Bianchi e il NegazionismoEdizioni L’Harmattan 2001. Tutte queste voci critiche all’interno della Chiesa Cattolica furono ostacolate e vari furono i tentativi di ridurle al silenzio da parte della gerarchia ecclesiastica della Santa Sede”, afferma Niyonkuru.

Secondo l’attivista in difesa dei diritti umani l’appoggio della Chiesa Cattolica al regime razial nazista di Habyrimana era del tutto consapevole. “Nelle prime ore dopo l’attentato ad Habyrimana il clero cattolico avvallò la tesi del regime che individuava come autori i soldati del Fronte Patriottico Rwandese presenti nella capitale: Kigali e come mandante Paul Kagame. L’accusa diede il via al genocidio dei tutsi e moderati hutu: 1 milione di morti in cento giorni. Diecimila morti al giorno”.

Le origini del supporto del Vaticano alla ideologia razziale HutuPower risalgono al 1957, quando la Congregazione dei Padri Bianchi fu l’artefice della redazione dell’opera di propaganda: ‘Note sull’aspetto sociale del problema razziale indigeno nel Rwanda‘ noto come ‘Manifesto Bahutu‘. Seppur ideato  e scritto dalla potente congregazione cattolica belga, il manifesto fu firmato da nove intellettuali cattolici hutu: Maximilien Niyonzima, Grègoire Kaybanda, Calver Ndahayo, Isidore Nzeyimana, Calliope Mulindaha, Godefroy Sentama, Sylvestre Munyambonera, Joseph Sibomana e Juovenal Habyrimana, futuro Presidente del Rwanda. Il manifesto si basa su una dominazione degli Ibimanuka (i Discesi dal cielo) sulla popolazione hutu schiavizzata. Partendo da questa teoria, il manifesto rivendicava un processo democratico nel Paese che mettesse fine alla dominazione tutsi e promuovesse l’emancipazione degli hutu.

Fin dalla sua nascita la teoria razziale HutuPower era basata su menzogne e verità nascoste. La prima tra tutte il pieno supporto della Chiesa Cattolica tramite i Padri Bianchi al sistema di dominazione coloniale belga che distrusse il delicato equilibrio tra hutu e tutsi promuovendo questi ultimi a classe dirigente. Durante il periodo coloniale tutta la classe dirigente tutsi fu istruita dalla Chiesa Cattolica che, contemporaneamente considerava gli hutu come dei ‘bambini’ degni solo di compassione e aiuti umanitari. La scelta della Chiesa e del colonialismo belga di supportare i tutsi era tesa ad evitare un lungo periodo di guerriglia armata dei guerrieri Banyarwanda (hutu e tutsi).

Alla fine degli anni Cinquanta era evidente l’imminenza della indipendenza. La classe tutsi formata dall’Occidente dava ampi segnali di non poter essere facilmente controllata dalla ex potenza coloniale europea. Tendenze socialiste e marxiste stavano prendendo piede tra la classe tutsi dirigenziale. Ecco che nasce la necessità della emancipazione hutu, basata su un’idea razziale assai primitiva. I coloni e i preti cattolici consideravano gli hutu come delle ‘anime semplici’ facili da manipolare.

La seconda mistificazione storica creata dalla Chiesa riguardò le origini hutu e tutsi. Da classi sociali inserite in un complicato sistema di potere basato sul equilibrio e reciproche convenienze, hutu e tutsi vengono trasformati in due etnie diverse: la prima bantu e la seconda nilotica. A livello regionale tutti sanno che gli hutu non hanno niente a che fare con le popolazioni Bantu provenienti dalle immigrazioni dall’attuale Sud Africa. Hutu e Tutsi sono una identica etnia che invase il Rwanda un millennio prima del colonialismo sterminando l’etnia autoctona: i Batwa (pigmei). Le due classi sociali condividono lingua, costumi, e credenze religiose. Tra esse vi erano una precisa dinamica economica: gli hutu agricoltori e i tutsi allevatori.

Il 5 luglio 1973 Juvenal Habyrimana depose con un colpo di Stato il presidente Grégoire Kayibanda prendendo il potere. Fu creato il MRNDS (Movimento Repubblicano Nazionale per la Democrazia e lo Sviluppo) un partito affiliato alla Democrazia Cristiana Internazionale e finanziato direttamente dall’Occidente. Habyrimana instaurò una dittatura razziale basata sul dominio hutu e supportata dall’Occidente e dal Vaticano in quanto considerata ottima alternativa al comunismo che si stava diffondendo in Africa. Habyrimana promosse tra gli anni Settanta e Ottanta varie ondate di pulizie etniche contro i tutsi, preludio del genocidio avvenuto nel 1994.

Dopo la sconfitta delle forze genocidarie inflitta dall’Esercito di liberazione Fronte Patriottico Ruandese, appoggiato da Uganda, Stati Uniti e Gran Bretagna, la Chiesa Cattolica continua a concedere il suo appoggio alle forze genocidarie messe in salvo dall’Esercito francese nel vicino Zaire (attuale Congo Kinshasa). Appoggio ampiamente e dettagliatamente dimostrato da Alberto Sciortino, Operatore umanitario internazionale di Palermo e profondo conoscitore della regione dei Grandi Laghi in una sua ricerca storica originalmente  pubblicata su ‘TerreLibere‘ nell’ottobre 2007.  L’appoggio, promosso da missionari italiani, belgi e francesi, viene riconfermato alla nascita del gruppo terroristico ruandese Forze Democratiche di Liberazione del RwandaFDLR. Tutti crimini commessi dalle FDLR sulla popolazione congolese nelle regioni del Kivu vengono addossati ai tutsi congolesi e ruandesi, alimentando un odio razziale regionale. Vari esponenti della Chiesa Cattolica, dal 2002 al 2014, supportarono discretamente ma efficacemente le FDLR e il loro progetto di riconquista del Rwanda.

Niyonkuru ci spiega che la Chiesa Cattolica nel primo decennio del Duemila ha tentato di creare un’immagine internazionale credibile di questo terribile gruppo terroristico basata sulla falsa ideologia di emancipazione Hutu contro la tirannia tutsi, quando il primo Governo ruandese (con Presidente hutu) si impegnava alla totale cancellazione della artificiale divisione etnica delle due classi sociali. L’appoggio fu concesso anche a dittatori regionali aderenti alla ideologia HutuPower, tra i quali il Presidente burundese, dal luglio 2015 illegalmente al potere, Pierre Nkurunziza.

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