mercoledì, Giugno 16

Rwanda: la situazione dei diritti umani

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A più di 20 anni dal genocidio consumatosi nel 1994, il Rwanda ha risolto gran parte dei propri conflitti etnici e il rispetto dei diritti umani è migliorato sotto molti aspetti. Tuttavia le numerose restrizioni alla libertà di espressione e al dissenso politico sono ancora fonte di preoccupazione.

 

Ratifica delle risoluzioni internazionali

Il Paese ha ratificato i punti fondamentali dei trattati sui diritti umani, eccezion fatta per la Convenzione per la protezione dalla sparizione forzata. Secondo il Ministro della Giustizia il Rwanda ha accettato e messo in atto quasi tutte le raccomandazioni ricevute dall’Universal Periodic Review (UPR) del 2011. Il secondo UPR del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU è iniziato a novembre 2015. Il Rwanda ha ratificato tutti i trattati vincolanti per l’Africa, e la sua Costituzione garantisce che essi abbiano la precedenza sulle leggi nazionali. Nel 2013, il Paese ha consentito ai singoli individui e alle ONG di riferire all’ African Charter on Human and Peoples’ Rights su eventuali violazioni dei diritti umani.

 

Il sostegno UE al rispetto dei diritti umani

 

Il National Indicative programme 2014-2020 dell’Unione Europea per il Rwanda, redatto dall’11° European Development Fund (EDF) ha destinato 10 di Euro per gli enti civili attivi nel campo dei diritti umani, del miglioramento amministrativo e dell’accesso alla giustizia.
In una risoluzione del 2013, il Parlamento ha condannato la natura politica del processo a uno dei leader dell’opposizione, Victoire Ingabire, e l’uso politico della legge sulla negazione del genocidio durante il processo stesso. Il Parlamento ha inoltre deplorato la mancanza di un’opposizione in un Paese dove la politica è strutturata attorno ad un partito unico, nonché condannato tutte le forme di repressione, intimidazione e detenzione degli attivisti politici; ha quindi indicato il rispetto dei diritti umani e delle leggi come assoluta priorità.

 

Contesto politico

 

L’eredità del genocidio del 1994, costato la vita a un milione di persone, pesa ancora sull’atmosfera politica del Rwanda. Nonostante le divisioni etniche siano state in gran parte eliminate, le leggi sulla negazione del genocidio e altri provvedimenti anti settarismo hanno contribuito a ridurre la libertà di espressione dei cittadini e dei mezzi di comunicazione. Negli ultimi vent’anni il Paese è stato teatro di un notevole sviluppo economico, riforme istituzionali e modernizzazione dell’economia, che hanno migliorato la vita dei cittadini e ridotto la corruzione ai più bassi livelli dell’intero continente africano. Questa evoluzione positiva è stata però ottenuta attraverso un governo che i critici definiscono come “autoritario”. I recenti sviluppi politici hanno spianato la strada a una modifica costituzionale che consentirebbe all’attuale presidente di correre per un terzo mandato. Questo cambiamento, seppur in apparenza sostenuto da una petizione popolare, solleva preoccupazioni circa il miglioramento della democrazia.

 

 

I diritti umani in pratica

 

Dignità umana

Il Rwanda è stato accusato – da Human Rights Watch (HRW), Amnesty International e altre organizzazione umanitarie – di serie violazioni dei diriti umani tra cui la detenzione arbitraria, la tortura e la sparizione forzata. Secondo gli osservatori interni, centinaia di persone sono scomparse in seguito alle operazioni di sicurezza del 2014. Nell’agosto dello stesso anno sono stati rinvenuti sul lago Rweru, al confine con il Burundi, dozzine di cadaveri legati e torturati, ma il Governo ha escluso che si trattasse di cittadini rwandesi.

 

La situazione Rwandese secondo l’EPRS

 

Negli ultimi 5 anni ci sono stati diversi episodi di attentati od omicidi di dissidenti politici residenti all’estero, compreso un ex dirigente dei servizi segreti e leader dell’opposizione. Nonostante le accuse, comprese quelle delle autorità SudAfricane, sostengano il contrario, il Governo Rwandese ha negato qualsiasi coinvolgimento.


Libertà e diritti dei cittadini

I provvedimenti legali mirati a prevenire il negazionismo e le divisioni etniche hanno giocato un ruolo chiave nella limitazione alla libertà di espressione. Secondo una legge del 2003 minimizzare, negare o giustificare il genocidio costituisce reato, mentre un’altra del 2008 punisce l’ideologia genocida. Entrambi i provvedimenti sono stati criticati perché troppo vaghi e per i potenziali abusi che ne sarebbero potuti sorgere. Nel 2013 il provvedimento promulgato nel 2008 è stato corretto: è stata adottata la definizione internazionale di “genocidio” e sono state meglio definite le imputazioni per ideologia genocida. In seguito a tale correzione le imputazioni per ideologia genocida sono diminuite sensibilmente, anche se secondo altri punti di vista potrebbero essere un presupposto per ulteriori e più gravi persecuzioni. Nel 2013 sono stati adottati graduali cambiamenti alla legge del 2009 sui media, criticata perché troppo restrittiva. Pur avendo ridotto le restrizioni al giornalismo indipendente, è ancora proibito insultare le forze dell’ordine, i vertici del Governo e il Presidente; la violazione di tali proibizioni ha già portato in passato a severe condanne al carcere. Secondo la Freedom House, le libertà di stampa e di espressione sono peggiorate nel 2014, con numerosi casi di giornalisti arrestati, minacciati o molestati. Nella classifica mondiale 2015 sulla libertà di stampa, il Rwanda occupa il 161esimo posto su 181. Lo stretto controllo sui media viene giustificato come necessario ad assicurare l’unità nazionale e a prevenire nuove violenze a sfondo etnico. Molti giornalisti parlano dell’autocensura come di una pratica molto diffusa.
Una legge del 2013 sulle intercettazioni autorizza le autorità a monitorare le comunicazioni dei cittadini considerati una minaccia per la sicurezza.
La politica è in gran parte dominata dal Rwandan Patriotic Front (RPF), il partito al potere. Secondo un rapporto del 2014 degli osservatori ONU sulla libertà di riunione e associazione, ci sono serie restrizioni al diritto all’associazionismo il cui scopo sia il dissenso pacifico. Simili restrizioni valgono anche per le ONG e i partiti politici, ma “la paura di un nuovo genocidio non può limitare le libertà fondamentali”. Numerosi prigionieri politici, tra cui anche Victoire Ingabire, sono stati condannati a lunghe pene detentive.
Per assicurare il diritto alla terra è stata messa in piedi una forte struttura legale. Data l’alta pressione demografica e la predominanza dell’agricoltura tra le attività economiche, in Rwanda la terra è un bene fondamentale.

 

Uguaglianza

La Costituzione del 2003 prevede che le donne occupino almeno il 30% dei seggi in entrambe le Camere del Parlamento. Attualmente le donne costituiscono più del 50% dei membri del Parlamento, e il Rwanda è il Paese con la più alta percentuale di donne parlamentari al mondo. Il Paese continua a promuovere la rappresentanza femminile nelle istituzioni pubbliche e ha promosso iniziative per prevenire la violenza di genere. Ci sono inoltre stati progressi sostanziali per migliorare l’uguaglianza di genere nell’accesso alla terra.
Altri passi avanti sono riscontrabili nella promozione dell’unità nazionale e nella costruzione di una società post-etnica, ad esempio nell’eliminazione della divisione per etnia: i documenti di identità, spesso utilizzati durante il genocidio per identificare i Tutsi, non indicano più l’appartenenza etnica.

Tuttavia, secondo un rapporto della Freedom House del 2014, spesso gli Hutu subiscono discriminazioni quando tentano di accedere al pubblico impiego. Anche la minoranza Twa (pigmei), che rappresenta lo 0,2-0,4% della popolazione, è vittima di marginalizzazione sociale.

 

Solidarietà

Le leggi rwandesi consentono ad alcuni lavoratori di scioperare, ma con numerose restrizioni. La libertà di associazione e di contrattazione collettiva sono quasi sempre disattese. Il diritto universale alle cure mediche previsto dalla Costituzione è stato realmente messo in atto.


Giustizia

Secondo HRW, nel 2014 decine di persone sono state detenute arbitrariamente, segregate e a volte torturate per estorcere confessioni. Alcune sono state incarcerate per presunti motivi di sicurezza, come il presunto sostegno a gruppi ribelli nella Repubblica Democratica del Congo. La Freedom House sostiene che il potere giudiziario deve ancora sviluppare la piena indipendenza da quello esecutivo. Gli ufficiali di polizia utilizzano spesso la forza in misura eccessiva e le autorità locali ignorano l’obbligo di garantire regolari processi. I tribunali locali “gacaca”, incaricati di giudicare persone accusate di genocidio, hanno completato il loro lavoro nel 2012. Sono stati accusati di aver negato il diritto ad un giusto processo agli accusati, di limitare il loro diritto alla difesa e di aver commesso errori giudiziari.

 

 

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