sabato, Luglio 24

Rwanda: Kagame statista e despota per necessità

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Oggi circa 6,9 milioni di ruandesi si recheranno alle urne per le presidenziali e incoroneranno per la terza volta Paul Kagame, da oltre 20 anni alla guida del Paese.

«La campagna elettorale è solo una formalità in quanto Kagame ha già la vittoria in tasca con percentuali di consenso previste dal 70 al 80% senza ricorrere a frodi elettorali», spiegava, qualche settimana fa, un docente di politica internazionale, rigorosamente sotto anonimato. Kagame con queste elezioni sarà incoronato per quel che oramai è da anni, ovvero il ‘redel nuovo Rwanda, uno statista che sicuramente potrà nei prossimi anni non solo far crescere ulteriormente il suo Paese ma, forse, incidere pesantemente sul futuro della regione dei Grandi Laghi. «La legge sull’utilizzo dei social media durante la campagna elettorale, quella sulla verifica dei finanziamenti stranieri ai partiti durante il periodo elettorale, il controverso scandalo sessuale teso a distruggere la reputazione del candidato indipendente Diane Shima Rwigara sono tutti episodi che intaccano la reputazione del Rwanda e del suo Governo. Si rischia di dare un’immagine di dittatura, quando, in realtà, pur governando con il pugno di ferro, la legittimità del Fronte Patriottico Ruandese si regge sul consenso e sostegno popolare. Il FPR è ben lontano dalla situazione di conflitto sociale aperto affrontata da due anni dal CNDD-FDD in Burundi», proseguiva il docente dell’Università di Makerere, in Uganda.

Quella di oggi sarà la terza grande vittoria di Kagame, forse la più importante della sua parabola politica, per ora tutta in salita. Paul Kagame era un combattante di 36 anni quando il suo partito, il Fronte Patriottico Ruandese, prese il potere a Kigali, nel luglio 1994, mettendo fine al genocidio costato la vita a 800.000 persone, la maggior parte delle quali di etnia tutsi. Dopo aver ricoperto la carica di vice Presidente e Ministro della Difesa, sebbene sia sempre stato considerato il leader de facto del Paese, venne nominato Presidente dal Parlamento nel 2000, prima di vincere le elezioni nel 2003 e poi nel 2010, ottenendo in entrambe le occasioni oltre il 90% dei consensi.

Vincerà, Kagame, per l’etichetta che si è appiccicato addosso di essere l’uomo che ha liberato il Paese dai genocidari e poi lo ha ricostruito e lo continua a tutelare dai pericoli che obiettivamente permangono    -il risvolto della medaglia è che Kagame e il suo partito, il Fronte patriottico ruandese, al potere da dopo il genocidio del ’94, hanno lavorato per costruire e mantenere viva la sindrome israeliana e la paranoia per un nuovo genocidio, alimentato dall’hutu power-;   vincerà perché è percepito come garante della sicurezza e della stabilità; vincerà forte della fama di essere un politico che mantiene tutte le promesse sempre; vincerà per essere l’uomo del miracolo economico ruandese -un Pil che cresce tra il 7% e l’8% all’anno e recessione del 2013 (crescita economica del 4,7%) brillantemente superata da una politica economica che si basa su terziario, alta tecnologia, energie alternative-, riconosciuto sulla scena internazionale come un ‘campione di connettività, imprenditorialità e sviluppo dell’Africa’. Per quanto non abbia bisogno del riconoscimento internazionale per vincere, gli appoggi dei quali gode -dal Vaticano agli Stati Uniti, fino alla Cina che ha investito sul futuro economico del Paese– lo proiettano sulla scena internazionale come un leader visionario e una speranza per l’Africa, per la sua agognata rivoluzione industriale, la sua ‘dignità’ e il suo ‘orgoglio’.

«Non ci sono elezioni in Rwanda, è l’incoronazione di Kagame, il re», ha detto uno dei pochi giornalisti critici, Robert Mugabe, «non possono esserci una vera opposizione, persone con voci vere». Per l’analista politico ruandese Christopher Kayumba, «non ci sarà una competizione, l’opposizione sarà battuta. Non c’è dubbio».

Questa tornata elettorale, che Kagame vincerà quasi certamente con maggioranza bulgara e, a parere di tutti gli osservatori internazionali senza bisogno di brogli, appuntamento non privo di rischi dall’esterno, il Presidente ha voluto vincerla eliminando gli avversari politici, e questo è stato un grande errore, perché gli ha attirato le critiche internazionali che appannano l’immagine dello statista che in questi anni si è costruito.
Un report ISS (Institute for Security Studies ) sintetizza i rilievi che si appuntano ora sulla figura di Kagame e che vanno dalla violazione dei diritti umani fino al mettere in dubbio le dimensioni del suo successo in economia.

Come per le due elezioni presidenziali precedenti del 2003 e del 2010 e il referendum costituzionale del dicembre 2015 per assicurare a Kagame un terzo mandato, l’opposizione al voto di oggi è davvero pocaFrank Habineza, leader dell’unica formazione di opposizione tollerata nel Paese, il Partito democratico dei verdi, e l’indipendente Philippe Mpayimana. Coloro che avrebbero potuto sfidare Kagame sono stati rimossi o spaventati.

L’avvertimento contro coloro che avrebbero potuto osare opporsi a Kagame e al Fronte Patriottico Ruandese, era arrivato fin dagli inizi dei suoi 20 anni al potere, fa notare ISS, ma si è accentuato quando l’ex Presidente Pasteur Bizimungu è stato imprigionato nel 2002 per aver fomentato,a dire dell’accusa, il dissenso cercando di dar vita a un partito. Venne poi ‘perdonato’ nel 2007. Victoire Ingabire, che si è opposto a Kagame nelle elezioni del 2010, è ancora in carcere, dopo aver avuto una sentenza a 15 anni di carcere nel dicembre 2013 riconosciuto colpevole di aver voluto rovesciare il Governo e promuovere l’ideologia del genocidio –l’accusa preferita per screditare dissidenti in Rwanda.

A questa tornata elettorale, tre dei cinque candidati che stavano progettando di correre contro Kagame sono statisqualificati’. Qualche settimana fa, un rapporto Amnesty International descrive gli abusi e le violazioni dei diritti umani e l’atmosfera di paura in cui si svolgono queste elezioni. Gli oppositori del Governo scompaiono regolarmente, sostenendo che sono stati torturati; le organizzazioni non governative indipendenti hanno difficoltà ad operare e i media indipendenti vengono monitorati attentamente, sostiene Amnesty.

ISS espone anche i rilievi che alcuni economisti hanno sollevato studiando i dati economici del Paese.
David Himbara, ex consigliere di Kagame, solleva dubbi sulle cifre della crescita del PIL e della riduzione della povertà dopo la fine del genocidio nel 1994, sostenendo che si basano su falsi calcoli. Il 40% del bilancio della Rwanda è costituito da aiuti esteri, il deficit commerciale starebbe crescendo e il reddito pro-capite annuo sarebbe inferiore a quello del Kenia e della Tanzania.

Himbara non è una voce isolata, i chiari-scuro dell’economia del Paese sono evidenti a molti osservatori.
Il Rwanda sta assumendo un ruolo di leadership mondiale su delicate tematiche di protezione ambientaleAgli inizi dello scorso ottobre a Kigali si è tenuto il meeting internazionale MOP28 dove è stata finalmente adottata l’eliminazione progressiva dei gas HFC, una tra le principali cause dell’effetto serra e dei cambiamenti climatici, emendamento inserito all’interno del Protocollo di Montreal.

Il 23 giugno 2016 il Governo ruandese ha siglato un accordo con la multinazionale americana AVX Corporation per facilitare la vendita diretta dei minerali presenti in Rwanda. L’accordo è concentrato prevalentemente sullesportazione del Coltan e permetterà al Rwanda di esportare direttamente questo raro minerale in Europa e Stati Uniti, Vi è il forte sospetto che lo storico accordo commerciale sia in realtà una  vergognosa operazione per ‘pulire‘ il Coltan depredato dal vicino Congo e immetterlo sul mercato internazionale, aggirando le sanzioni della legge americana Frank-Dood sui minerali di guerra. La rapina dei minerali congolesi è una triste realtà, sempre negata da Kigali. L’unico lato ‘positivo’ riguarda l’utilizzo dei profitti, messi a disposizione per lo sviluppo socio economico dell’intera popolazione ruandese.

Altre preoccupazioni riguardano il mercato del lavoro. Le statistiche ufficiali parlano di una disoccupazione del 3,4% e di una crescita occupazionale del 35% registrata tra il 2011 e il 2014. Dati impressionanti per un Paese grande come la Lombardia abitato da 11,61 milioni di persone di cui il 52% è composto da donne. I dati forniti dal Governo sono parzialmente veritieri. L’occupazione agricola è stazionaria. Non si registrano esodi significativi dalle zone rurali a quelle urbane, né un calo di occupazione giovanile dedita alla agricoltura. La crescita occupazione per il 24% è assicurata dalla creazione di piccole imprese, soprattutto nei settori alta tecnologia e informatico. Centinaia di aziende con due o tre dipendenti sono sorte negli ultimi tre anni.  I dati sulla disoccupazione (teoricamente tra le più basse nel continente) non prendono in considerazione le centinaia di migliaia di giovani sotto-occupati del settore informale: moto-tassisti, venditori ambulanti, braccianti, mano d’opera stagionale e a contratto breve impiegata nelle piantagioni di te, caffè e nella edilizia. Lavori che non generano redditi elevati.

Preoccupante la situazione occupazionale nei lavori dove è richiesta mano d’opera specializzata con laurea universitaria. Nonostante l’Università sia ora accessibile alla maggioranza della popolazione, gli sbocchi professionali rimangono limitati, creando un deficit nei lavori ben remunerati. Quasi 540.000 graduati universitari sono costretti a lunghi periodi di disoccupazione o ad accettare lavori umili per mancanza di opportunitàIl fenomeno si registra principalmente presso la capitale e nei maggiori centri urbani creando serie ripercussioni sociali e sulla sicurezza nazionale. La maggioranza dei neo laureati appartiene alla classe sociale Tutsi, vittima del genocidio del 1994. Le mancate possibilità di raggiungere posti di lavoro ben remunerati e consoni agli studi fatti, stanno creando sentimenti di rancore e rabbia nei giovani ruandesi tutsi. Dopo il genocidio e con un presidente tutsi, questi giovani speravano di essere privilegiati nell’accedere ad un futuro migliore.

Le deluse aspettative stanno creando serie conflittualità all’interno della classe dirigente tutsi. Sempre più giovani accusano il Presidente Paul Kagame di politiche tese a favorire il suo clan di appartenenza. Le due classi sociali (tutsi e hutu) hanno al loro interno una suddivisione clanica secondo la collina di appartenenza. Anche i giovani hutu stanno nutrendo pericolosi sentimenti di odio e rancore. Accusano il Presidente tutsi di impedire loro di raggiungere migliori condizioni di vita causa la loro origine sociale. Accusano anche la dirigenza hutu, che compone una importante percentuale all’interno del Governo, di averli abbandonati, non favorendo adeguate politiche occupazionali. Molti giovani hutu accusano i loro dirigenti di offrire sbocchi occupazionali solo nell’agricoltura e nell’Esercito.

I rancori nutriti dai giovani di entrambe le classi sociali si stanno progressivamente orientando su una pericolosa deriva politicaPiani di rilancio occupazionale sono collegati all’avvio della industria agro alimentare, energie pulite e della Quarta Rivoluzione Industriale. Il Governo è consapevole della pericolosità di una crescente massa di laureati disoccupati e frustrati. Dal 2010 sono state introdotte severi leggi in protezione della mano d’opera ruandese che impediscono ad agenzie umanitarie e aziende straniere di assumere mano d’opera specializzata non ruandese al di sopra del 6% della forza lavoro. Il Governo spera che l’integrazione socio-economica regionale possa offrire nuove possibilità occupazionali nei vicini Paesi: Kenya, Tanzania, Uganda.

Conclude il report ISS: «I sostenitori possono affermare che il Rwanda non è uno Stato di predatori che governa esclusivamente attraverso la corruzione e la violenza. I donatori e le organizzazioni internazionali potrebbero sostenere che le statistiche sono buone rispetto a molte parti dell’Africa. Potrebbero affermare che almeno in Rwanda c’è qualche spinta da parte del Governo per assicurare la crescita economica.

Kagame non ha nulla da temere. All’ultimo vertice di Addis Abeba è stato eletto Presidente dell’Unione Africana per il 2018 -nessuno ha nemmeno considerato la possibilità che non fosse più Presidente. E, infatti, sarà Presidente fino al 2024 e poi potrebbe fare ancora altri tre mandati quinquennali. Per rimanere al potere, dovrà continuare a circondarsi di sostenitori e impedire ogni serio dissenso», e, probabilmente, lavorare in primis proprio su quel che fuori dai confini nazionali viene considerato il maggior successo del ‘re’ di Kigali.

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