domenica, Luglio 25

Rwanda: investimenti cinesi per sviluppo inter-etnico

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L’obiettivo prefissato dal Governo ruandese è di portare il Paese che subì l’Olocausto tra il club dei Paesi industrializzati del Primo Mondo. Un obiettivo vitale per garantire alla popolazione un benessere diffuso, unica garanzia affinché i demoni etnici rimangano confinati nell’orribile passato. Per raggiungere questo obiettivo il Governo ha deciso di instaurare un rapporto egualitario con gli investitori stranieri di qualsiasi Nazione in grado di offrire valore aggiunto e contribuire al progresso del Rwanda. È stata scartata la scelta ideologica di agganciarsi a determinate potenze e rifiutarne altre firmando accordi di cooperazione economica sia con i Paesi occidentali che con le potenze emergenti asiatiche e sud americane. L’unico Paese che rimane escluso dal mercato ruandese è la Francia a causa il suo ruolo attivo nel genocidio del 1994.

Il Rwanda è stato identificato tra i partner privilegiati del recente Forum della Cooperazione Cina-Africa, dove il Presidente Xi Jimping ha annunciato uno sforzo negli investimenti e aiuti dal 2015 al 2018 di 60 miliardi di dollari. Esattamente il doppio dell’impegno sostenuto da Pechino in Africa nei precedenti tre anni. Questo colossale impegno cinese è guidato da un piano di sviluppo strategico del Continente che mira a due obiettivi: dislocare le industrie cinesi in Africa contribuendo al rafforzamento del processo industriale del Continente e trasformarlo nel quarto blocco economico e politico mondiale. I pilastri delle collaborazione cinese sono: equità politica basata sul reciproco rispetto e fiducia, cooperazione economica bilaterale e non unilaterale come quella occidentale, cooperazione militare e solidarietà internazionale che si dovrebbe tradurre in una approccio sinergico e unito dei Paesi africani e della Cina nel risolvere le problematiche mondiali. Tradotto in atti concreti l’impegno cinese ha come obiettivo quello di sviluppare l’industria e la finanza dei Paesi africani, offrendo contemporaneamente ottime possibilità e margini di manovra agli imprenditori privati che devono dimostrare di essere in linea con gli obiettivi bilaterali di riduzione della povertà e rafforzamento della sicurezza continentale. Oltre all’industrializzazione la Cina si è prefissata l’obiettivo di creare una sanità e un’educazione pubbliche di qualità e accessibili a tutti.

Questa visione strategica proposta da Pechino sembra rispondere in pieno alle esigenze politiche, sociali ed economiche del Rwanda. Nonostante il notevole sviluppo economico di questi ultimi venti anni, in Rwanda persistono sacche di povertà estrema che inevitabilmente si traducono in diseguaglianze sociali tra hutu e tutsi. La scrupolosa e attenta politica meritocratica adottata non è ancora riuscita a intaccare fino in fondo queste pericolose diseguaglianze sociali. I posti di dirigenza nel settore privato e pubblico sono occupati a maggioranza da tutsi. A Kigali, la capitale, la borghesia è principalmente tutsi mentre il proletariato hutu. Questa situazione è dovuta da due fattori che risalgono al regime razzial-nazista e alla delicatissima situazione post conflitto.

Durante i trenta anni del regno HutuPower il Presidente Juvenal Habyrimana, in stretta collaborazione con la Francia e la Chiesa Cattolica, non tramutò in realtà gli slogan della rivoluzione sociale contadina tanto decantati dal Manifesto Bahutu del 1957 concepito dai Padri Bianchi e dal Vaticano, a cui gli ‘intellettuali’ hutu ruandesi apposero solo la firma per far credere che si trattava di un progetto ideologico autoctono e non imposto dall’occidente. La rivoluzione sociale bahutu prevedeva grossi sforzi sulla agricoltura (dove la maggioranza dei hutu era impiegata) e sull’educazione per colmare il divario creato dal colonialismo belga e (ironicamente) dagli stessi Padri Bianchi durante il periodo coloniale dove i tutsi erano favoriti rispetto agli hutu. Il regno HutuPower non mise in pratica le promesse che erano state le basi ideologiche per far accettare alla maggioranza della popolazione uno spietato regime razziale. L’agricoltura non decollò mai, arrivando nell’ultimo decennio di potere (1983-1993) a situazioni catastrofiche di insufficienza alimentare. L’educazione era stata affidata principalmente alla Chiesa Cattolica che influiva sui Curriculum dalle scuole elementari all’Università.

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