martedì, Settembre 28

Rwanda: in vista del voto, social media sotto controllo

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Il Governo ruandese ha approvato una legge per regolare la campagna elettorale sui social media. Ogni candidato e partito dovranno chiedere l’autorizzazione alla National Electoral Commission NEC prima di pubblicare su Facebook, Twitter, YouTube, WhatsApp, Instagram dichiarazioni, interviste, articoli, foto, video. “Abbiamo già formato un team di esperti che analizzeranno i messaggi elettorali veicolati sui social media. Il team avrà potere decisionale sulla eventuale pubblicazione dopo aver analizzato i contentuti. Tra l’analisi dei contenuti e l’autorizzazione a pubblicare passeranno 24 ore”, spiega Charles Munyaneza direttore della NEC.

Quali sono i motivi di questa insolita e controversa legge? Il principale obiettivo sarebbe quello di impedire messaggi di odio etnico o propaganda indiretta a favore dell’ideologia di superiorità razziale HutuPower, base ideologica per il genocidio del 1994. Il provvedimento sembra giustificato dalla presenza di 12.000 miliziani del gruppo terroristico ruandese FDLR nei vicini Congo e Burundi. Le Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda furono create nel 2001 all’est del Congo grazie al sostegno politico e finanziario della Francia. Trattasi di una unione delle forze genocidarie del 1994 che dopo aver trucidato un milione di persone furono sconfitte dal Fronte Patriottico Ruandese di Paul Kagame. L’obiettivo delle FDLR è di completare la soluzione finale eliminando tutti i tutsi e re-instaurare il regime razziale del defunto presidente Juvenal Habyrimana.

Le FDLR traggono i loro finanziamenti grazie alle varie miniere di oro e coltan sotto il loro controllo all’est del Congo e ora detengono una grande potere in Burundi grazie alla alleanza con il partito burundese al potere CNDD-FDD siglata nel 2014. Una alleanza che probabilmente è all’origine dell’omicidio di Stato delle tre suore italiane avvenuto nel settembre 2014. In Burundi le FDLR stanno addestrando militarmente l’ala giovanile del CNDD, Imbonerakure, che è stata trasformata in una milizia paramilitare con una evidente connotazione anti-tutsi e genocidaria. L’obiettivo è di addestrare almeno 20.000 miliziani burundesi per utilizzarli successivamente nella invasione militare del Rwanda. Il potere di diffusione dei messaggi sui social media potrebbe favorire la propaganda di odio razziale e il sostegno politico alle FDLR.

I social media permettono una larga diffusione di messaggi e video che possono arrivare ad oltre 100 spot giornalieri dello stesso candidato se sorretto da aziende specializzate in comunicazione. I fans delle pagine contribuiscono a diffondere lo spot che in poche ore può raggiungere decine se non centinaia di migliaia di persone. Il social media che permette una maggior diffusione dei messaggi è WhatsApp. Normalmente su questo social media vengono utilizzati i messaggi audio e video più efficaci dei messaggi testo, più indicati su Facebook.

La potenza di diffusione dei messaggi su WhatsApp è impressionante. Un video ben studiato può raggiungere un milione di persone in meno di due ore. Il primato di diffusione è spiegabile se si analizza l’utilizzo che gli africani fanno di questa applicazione. WhatsApp sta letteralmente sostituendo l’utilizzo dei servizi di comunicazioni offerte dalla varie aziende Telecom operative nel Continente. Si usa WhatsApp non solo per scambiare foto, video e chattare on line ma anche per fare telefonate dirette tramite l’opzione Call. Ora WhatsApp aggiungerà un’opzione che permetterà di inviare anche documenti in World o PDF di medie dimensioni. Visto le alte tariffe applicate dalle Telecom in Africa WhatsApp è diventato il mezzo più economico per telefonare. Basta pagare il collegamento ad internet. Con una media di 2 euro a settimana si può accedere senza limiti a Facebook e WhatsApp in vari Paesi africani. WhatsApp è il social media più utilizzato per diffondere messaggi politici e organizzare proteste popolari.

La decisione di controllare i contenuti dei social media durante la campagna elettorale ha esposto il governo a dure critiche nazionali ed internazionali. Il provvedimento è stato interpretato come un tentativo di controllare le campagne elettorali dell’opposizione e di applicare la censura sui messaggi non graditi al governo. Il rischio è reale poiché la legge non specifica quali contenuti sono proibiti, per esempio messaggi di odio etnico, terroristici o diffusione di idee di supremazia razziale. I contenuti che potrebbero rappresentare un pericolo di sicurezza nazionale saranno decisi dal pool di tecnici ingaggiati dalla NEC su cui il governo esercito un controlla totale. Un’altra accusa rivolta è quella di voler boicottare la campagna elettorale dell’opposizione selezionando i messaggi da diffondere e rallentando la loro diffusione.

«I candidati dell’opposizione hanno meno fondi per le campagne elettorali classiche rispetto al partito al governo: il FPR. L’utilizzo dei social media permette loro di raggiungere un gran numero di persone e di limitare raduni e convention, diminuendo drasticamente i costi della campagna elettorale. La legge che regolamenta l’uso dei social media durante la campagna elettorale di fatto impedisce alla popolazione il diritto di leggere e visionare messaggi politici non censurati», spiega al settimanale regionale The East African un commentatore politico ruandese protetto da anonimato. Il tempo stabilito dalla NEC per analizzare e autorizzare i messaggi, 24 ore, sembra studiato apposta per neutralizzare l’utilizzo dei social media. Una efficace campagna elettorale sui social media necessita di una sostenuta pubblicazione di messaggi e risposte a incoraggiamenti, critiche o dubbi sollevati dal pubblico. Per essere efficace la campagna elettorale sui social media deve essere condotta in tempo reale. Attendere 24 ore per ricevere l’autorizzazione significa perdere ogni vantaggio offerto dai social media.

«Non concordo che le critiche che sollevano dubbi di boicottaggi o censure. I social media possono rapidamente veicolare messaggi dannosi per la comunità. Per evitarlo occorre monitorare i contenuti che si vogliono trasmettere. Questo controllo deve partire dagli autori dei messaggi. Il governo non vuole applicare alcuna forma di censura o controllo. Vuole solo essere certo che i social media non siano utilizzati per veicolare messaggi dannosi alla sicurezza dei cittadini», spiega il direttore della NEC, Munyaneza.

«Comprendo i timori del governo ruandese. Le FDLR sono un rischio reale. Eppure qualcosa non quadra. La decisione di impedire messaggi di odio razziale nasconde forse una realtà sotterranea dove l’ideologia HutuPower promossa dalle FDLR può trovare ampio eco tra la popolazione hutu ruandese? Se si questa misura può essere giustificabile ma apre serie domande sul controllo effettivo del governo e delle forze di difesa nazionale contro la minaccia terroristica. La minaccia delle FDLR è una minaccia esterna, di oltre confine. Gli otto tentativi di invasione attuati dal 2002 al 2014 sono falliti nelle prime ore di campagna militare proprio a causa del mancato sostegno tra la popolazione hutu ruandese che dopo il genocidio non è stata sottoposta a sudditanza ma è parte integrante e fondamentale della ricostruzione del Rwanda e del suo attuale successo economico.

Sarebbe stato preferibile non applicare nessun monitoraggio preventivo abbinato alla autorizzazione a pubblicare. Un programma che individua le parole chiavi ritenute sospette permetterebbe al governo di monitorare a distanza i contenuti emessi dalla opposizione sui social media e di intervenire duramente in caso di diffusione di odio razziale, reato previsto non solo in Rwanda ma in molti altri Paesi africani per evitare tragedie continentali come quella del 1994.  Il provvedimento sembra essere studiato per indebolire l’opposizione e ridurre la sua capacità di veicolare proposte politiche in tempo reale per ottenere maggior voti. Dico sembra perché la situazione politica in Rwanda non è certamente sfavorevole al Fronte Patriottico Ruandese o al Presidente Paul Kagame che mantengono alto il consenso popolare».

«Di fatto la campagna elettorale è solo una formalità in quanto Kagame ha già la vittoria in tasca con percentuali di consenso previste dal 70 al 80% senza ricorrere a frodi elettorali. La legge sull’utilizzo dei social media durante la campagna elettorale, quella sulla verifica dei finanziamenti stranieri ai partiti durante il periodo elettorale, il controverso scandalo sessuale teso a distruggere la reputazione del candidato indipendente Diane Shima Rwigara sono tutti episodi che intaccano la reputazione del Rwanda e del suo governo. Si rischia di dare un’immagine di dittatura quando in realtà, pur governando con il pugno di ferro, la legittimità del Fronte Patriottico Ruandese si regge sul consenso e sostegno popolare. Il FPR è ben lontano dalla situazione di conflitto sociale aperto affrontata da due anni dal CNDD-FDD in Burundi», spiega un professore di politica internazionale della Università di Makerere, Uganda.

Il Fronte Patriottico Ruandese e il Presidente Paul Kagame devono compiere maggior sforzi per superare il trauma del genocidio e allentare il controllo sociale, garantendo maggior spazi di espressione. Non è un caso che spesso gli interventi di esperti regionali su temi scottanti riguardanti il Rwanda sono preceduti dalla richiesta di salvaguardare la propria identità tramite l’anonimato. La ‘sindrome israeliana’ che comprime gli spazi di libertà in Rwanda deve essere superata. Occorre evidenziare che il superamento dell’attuale situazione socio politica nel Paese deve essere sostenuta dalla comunità internazionale con specifici impegni tesi a eliminare definitivamente la minaccia terroristica delle FDRL che si stanno rafforzando a livello regionale. La distruzione di questo gruppo terroristico attuata da operazioni militari congiunte dei Paesi interessati con chiaro sostegno dei Caschi Blu ONU e delle forze militari regionali è l’unica soluzione per superare la sindrome israeliana. Fintanto che ci saranno potenze regionali o straniere che sostengono e armano le FDLR difficilmente diminuirà la paranoia politica di Kagame dettata dalla necessità di evitare un secondo genocidio nel Paese.

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