sabato, Settembre 25

Rwanda: Facebook accusato di sostenere i negazionisti del genocidio Facebook fa parte di quei Big della New Economy di cui il Presidente Kagame ha deciso di legarsi per migliorare il tenore di vita della sua popolazione. Nonostante che vi siano in atto ottime collaborazioni economiche tra il governo ruandese e Facebook, non sarà possibile ignorare a lungo la scelta di non combattere le pagine negazioniste dell’Olocausto Ruandese

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In questi giorni, in cui il nostro tempo è scandito dalla pandemia da Covid19, mai un termine è stato così usato fuori luogo come ‘negazionista’. L’uso incorretto di questo termine è stato originato dai media nazionali e da qualche ‘Guru della comunicazione on line’, fedele discepolo della New Economy. Il termine originale indica persone che negano i genocidi, da quello ebreo all’ultimo genocidio del Ventesimo secolo, quello del Rwanda nel 1994. Ora viene usato per indicare chi nega l’esistenza della pandemia. Il termine è stato esteso a qualunque voce critica sul protocollo sanitario applicato per la malattia, sui metodi di prevenzione e sul rischio di involuzioni autoritarie in nome della sanità pubblica. L’abuso di questo termine rappresenta, soprattutto tra i social media, un campanello d’allarme che segnala una intolleranza al confronto e al dialogo sociale.

I negazionisti, quelli veri, non sono coloro che si fanno ammaliare da affascinanti teorie complottistiche sul Covid19 o le voci critiche sorte durante la gestione pandemia. Sono persone che consapevolmente negano l’esistenza di genocidi deliberatamente programmati, ideologizzati ed eseguiti da governi autoritari: il nazismo in Germania, lo stalinismo nell’Unione Sovietica, Pol Pot in Cambogia e gli HutuPower in Rwanda. Nella categoria dei ’negazionisti’ rientrano sia coloro che tendono a minimizzare la portata dei genocidi che coloro che affermano che gli atroci fatti di sangue siano mai avvenuti.

Mentre i negazionisti legati al nazismo e alla negazione della Soah rappresentano le ultime scorie del virus hitleriano sconfitto dai vaccini della Democrazia e dell’Unione Europea e quindi incapaci di imporre nuovamente gli orrori nazisti, i negazionisti del genocidio ruandese sono strettamente legati a potenti gruppi armati che tutt’ora agiscono nella Regione dei Grandi Laghi per riconquistare il Rwanda e terminare il lavoro del 1994, sterminando tutti i tutsi. Questi gruppi armati sono anche appoggiati dall’attuale regime burundese che ha fatto dell’ideologia di supremazia razziale hutu la sua ragione di esistere.

Se il negazionista filo nazista rappresenta un patetico nostalgico, il negazionista dell’Olocausto Africano è un pericoloso militante attivo di una causa di morte ancora viva nella tormentata regione dei Grandi Laghi, Burundi, Congo, Rwanda, Tanzania, Uganda. Le principali teorie negazioniste dei ‘100 Giorni Ruandesi’ sono proprio sorte dalle forze che hanno perpetuato il genocidio, supportate all’epoca dalla Francia e da una parte del clero cattolico africano, congregazioni religiose europee e missionari belgi ed italiani.

Due le principali teorie negazioniste legate al genocidio ruandese. L’aereo che trasportava il presidente Juvenal Habyarimana fu abbattuto dai ribelli di Paul Kagame per far scatenare il genocidio e prendere il potere. Una volta giunto al potere Kagame avrebbe scatenato un secondo genocidio contro gli Hutu e contro i congolesi nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Queste teorie, a lungo sostenute dai vari governi francesi e da alcune congregazioni cattolicheeuropee sono state ora sconfessate. La prima demolizione del doppio genocidio provenne dalle Nazioni Unite. Uno studio demografico sulla popolazione all’est del Congo dimostrò la presenza di massacri etnici ma non un drastico calo demografico causato da un genocidio come avvenne in Rwanda nel 1994.

La Francia, con il Presidente Emmanuel Macron ha aperto un doloroso ma necessario esame storico che porta all’altrettanta dolorosa ammissione che una potenza democratica europea possa aver supportato e organizzato un regime razial nazista africano nell’attuare un omicidio di massa che ha distrutto 1 milione di vite umane in soli 100 giorni. Macron tre mesi fa ha ordinato l’accesso agli storici degli archivi di Stato di quel periodo, dove sono custoditi i segreti del coinvolgimento francese in Rwanda.

Macron, ostacolato dalla Cellula Africana dell’Eliseo che ha come obiettivo il controllo ad oltranza delle ex colonie africane per assicurare all’economia francese risorse naturali a basso costo, è stato preceduto da Papa Francesco. Nel marzo 2017 è avvenuto presso la Santa Sede, lo storico incontro tra il Pontefice e il Presidente ruandese Paul Kagame. Durante l’incontro, Papa Francesco ha spezzato il muro d’omertà eretto fino ad allora e teso a negare la partecipazione attiva del clero cattolico ruandese e dei missionari europei nel sostegno alla ideologia di superiorità razziale HutuPower. Un sostegno che non venne a meno durante l’esecuzione del genocidio e nel ventennio successivo quando le forze genocidarie sconfitte dall’esercito di liberazione di Kagame hanno tentato di riorganizzarsi nei paesi confinanti per riconquistare il Ruanda.

I ‘100 Giorni Ruandesi’ rappresentano la pagina più buia della storia della Chiesa Cattolica in Africa. L’ideologia HutuPower è stata creata nel 1957 da vescovi cattolici dell’est del Congo e dalla congregazione dei Padri Bianchi tramite la pubblicazione del ‘Manifesto Bahutu’. Durante i trent’anni del regime razial nazista di Habyarimana la maggioranza del clero cattolico approvò tutte le leggi razziali contro la minoranza tutsi. Durante il genocidio solo il 26% del clero cattolico tentò di proteggere la popolazione dalla furia omicida delle milizie Interhamwe.

La maggioranza dei massacri durante le prime due settimane di aprile avvennero nelle chiese. Per due decenni il clero congolese e missionari belgi e italiani hanno sostenuto direttamente o indirettamente le forze ribelli HutuPower ruandesi, quelle in Burundi: rappresentate dal CNDD-FDD del Signore della Guerra Pierre Nkurunziza e le principali teorie negazioniste contro il genocidio 1994.

Nel marzo 2017 Papa Francesco ha avuto il coraggio di affrontare le responsabilità storiche, ammettendo il ruolo del clero coinvolto all’epoca e chiedendo perdono. Un atto non teso a gettare un colpo di spugna sul passato apponendo comode e facili scuse postume ma un atto strettamente legato ad una scelta imposta da Papa Francesco di rottura con il passato, ostacolando tutte le forze all’interno della Chiesa legate al HutuPower e promuovendo una politica di fraternità, di interscambi etnici e di unione dei popoli della Regione dei Grandi Laghi. Le scuse presentate al presidente ruandese sono l’ultimo atto di una fase epocale di cambiamento di atteggiamenti della Chiesa Cattolica nella regione iniziato negli anni Duemila. Ora la Chiesa Cattolica è in prima linea con tanto di martiri a contrastare tutti i regimi dispotici collegati all’ideologia razial nazista del HutuPower, da quello congolese di Joseph Kabila al regime burundese del CNDD-FDD.

Se la Francia sta facendo i conti con il suo passato e la Chiesa Cattolica ha invertito la politica nella regione, Facebookcontinua a sostenere i gruppi negazionisti HutuPower, liberi di diffondere online tesi negazioniste e odio razziale nelle loro pagine di profilo.

Lunedì scorso Facebook ha annunciato l’intenzione di vietare qualsiasi contenuto che neghi l’esistenza dell’Olocausto ebreo. Purtroppo il gigante dei social media ha riferito a Bloomberg che non estenderà questo servizio ad altre atrocità di genocidio riconosciute dalle Nazioni Unite, tra cui il genocidio del 1994 contro i tutsi e il genocidio armeno. Facebook non ha spiegato la sua logica a Bloomberg sul motivo per cui non stava estendendo il suo divieto ad altri paesi in cui si sono verificati genocidi e finora non è stato fornito alcun commento immediato.

Nella sua scelta di concentrarsi sull’Olocausto, Facebook ha affermato che la sua decisione è stata “supportata dall’aumento ben documentato dell’antisemitismo a livello globale e dall’allarmante livello di ignoranza sull’Olocausto, specialmente tra i giovani”. I ruandesi e i sopravvissuti al genocidio in Rwanda che speravano che fosse intrapresa la stessa azione contro l’odio e il discorso di negazione del genocidio spinto attraverso Facebook tra le altre piattaforme, hanno espresso insoddisfazione per la scelta adottata.

Secondo il blogger ruandese Nelson Gashagaza pochi anni fa Facebook aveva iniziato a studiare il genocidio ruandese e il collegato fenomeno negazionista. Degli esperti ingaggiati dalla multinazionale consigliarono di prendere azioni contro tutti i profili che apertamente inneggiavano alla causa HutuPower. Sfortunamente, nessuna delle raccomandazioni di questi esperti e stata implementata.

Durante un incontro virtuale svoltosi una settimana fa professor Jean Pierre Dusingizemungu, presidente dell’associazione ombrello ruandese del genocidio e delleorganizzazioni dei sopravvissuti tutsi, IBUKA, ha ricordato ai sopravvissuti al genocidio di essere preparati a tali incertezze di persone e organizzazioni che non desiderano che i sopravvissuti al genocidio si riprendano e che gli orrori del passato vengano definitivamente seppelliti.

Negli ultimi anni, il Rwanda ha assistito a un aumento della negazione del genocidio, perpetrato principalmente da organizzazioni e individui che operano all’estero, come Jambo Asbl, che è composto da figli di ex funzionari di governo che hanno pianificato il genocidio e propagato divisioni etniche fino ad arrivare ad uccidere 1 milione di persone. L’aumento del negazionismo è andato di pari passo all’aumento dei tentativi di invasione militare del Rwanda da parte del gruppo terroristico Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) e di altri gruppi ribelli ruandesi minori, col il supporto e la complicità del ex dittatore congolese Kabila e dell’attuale regime burundese. Tra il 2016 e il 2019 sei tentativi di invasione del Ruanda sono stati bloccati e resi vani dalle forze armate ruandesi.

In una serie di pubblicazioni, il segretario esecutivo della Commissione nazionale per la lotta al genocidio (CNLG), il dottor Jean Damascene Bizimana, sostiene che la negazione è l’ultima fase di un genocidio, in cui coloro che hanno complottato o orchestrato massacri non si sforzano negarlo affermando che gli omicidi in realtà non sono mai avvenuti.

Citando gruppi come Jambo Asbl e le FDLR, il dottore Bizimana sostiene che questa fase di negazione è sostenuta da diversi gruppi internazionali, ricercatori e giornalisti come Judi Rever che si impegnano apertamente nella negazione e banalizzazione del genocidio. La loro intenzione è quella di alterare la storia, annacquare l’impatto del genocidio a lungo termine per rendere accettabili formazioni terroristiche che ancora sognano di “terminare il lavoro” iniziato 26 anni fa. Le formazioni terroristiche HutuPower e gli intellettuali negazionisti europei trovano su Facebook la piattaforma migliore per diffondere la loro propaganda e i loro messaggi di odio razziale tesi a ricreare le condizioni per un secondo genocidio in Ruanda.

Il governo di Kigali al momento preferisce essere cauto sul problema. Facebook fa parte di quei Big della New Economy di cui il Presidente Kagame ha deciso di legarsi per migliorare il tenore di vita della sua popolazione. Nonostante che vi siano in atto ottime collaborazioni economiche tra il governo ruandese e Facebook, non sarà possibile ignorare a lungo la scelta di non combattere le pagine negazioniste dell’Olocausto Ruandese. Il Presidente Paul Kagame in un modo o nell’altro dovrà fare pressioni sul gigante dei social al fine che riveda la sua posizione.

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