martedì, Ottobre 19

Rwanda, elezioni 2017: i pericoli vengono dall’esterno

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Paul Kagame, abituato a colloqui diretti con Obama e la Famiglia Clinton sembra non aver ancora chiaro la posizione dell’Amministrazione Donald Trump. Questo è il motivo che ha spinto il presidente ruandese a incontrare Trump negli Stati Uniti a fine marzo. La visita ufficiale di Kagame negli Stati Uniti è un capolavoro di diplomazia internazionale.

Kagame ha voluto sondare se esiste ancora una comunione di interessi economici tra Kigali e Washington. Durante i suoi discorsi ufficiali il presidente ruandese ha insistito sulla necessità per gli Stati Uniti di modificare il rapporto con l’Africa da un focus umanitario ad una cooperazione economica basata sugli scambi commerciali, lo sviluppo dei settori economici considerati strategici e della sicurezza regionale. Per sicurezza regionale Kagame intende la sicurezza interna del Rwanda. Questa proposta è tesa a assicurare il sostegno attivo degli Stati Uniti ed è stata formulata da esperti ruandesi di politica internazionale che hanno avuto il compito di modellare l’idea di Kagame (più business e meno aiuti umanitari) ai piani in politica estera di Donald Trump. L’idea di Kagame è stata immediatamente supportata dal ex consigliere per la sicurezza nazionale di Barak Obama, il militare in pensione James L. Jones tramite la sua affermazione pubblica volta a valorizzare l’economia ruandese, tra le più promettenti al mondo, secondo Jones.

Per rassicurarsi l’appoggio di Donald Trump, Kagame ha astutamente fatto pressioni sulla lobby ebraica americana giocando sul triste destino che i due popoli hanno subito passando attraverso la terribile prova dell’Olocausto. «Il mio messaggio di oggi è semplice: il Rwanda è senza dubbio un amico di Israele» ha dichiarato Kagame durante l’incontro con il AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) e l’Atlantic Council. Il sostegno al Rwanda assicurato dalla lobby ebraica americana è stato possibile solo grazie ad un lungo corteggiamento verso il premier Benjamin Netanyahu che considera il Rwanda come ‘Nazione Sorella’. Un corteggiamento iniziato nel 2008 con la visita ufficiale di Paul Kagame in Israele. Netanyahu confida sul supporto ruandese per ottenere ottimi risultati durante il vertice Israele-Africa che si terrà nei prossimi mesi.

Positive le reazioni israeliane. «Le relazioni tra i governi africani e Israele non sono mai state facili ma oggi è in atto un cambiamento diplomatico che spinge a rafforzare i sentimenti di amicizia e la cooperazione economica e tecnica, come dimostra l’esempio del Rwanda. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu durante il suo tour africano lo scorso anno ha individuato il Rwanda come un partner affidabile da mettere al centro dell’organizzazione del summit Israele-Africa che si terrà il prossimo Ottobre in Togo. Nel 2014 Israele e Rwanda hanno firmato un accordo di consultazioni bilaterali alla base degli attuali sviluppi»,  recita un editoriale pubblicato sul prestigioso sito online Israel National News.

L’appoggio della lobby ebraica americana è la seconda vittoria riportata dal governo di Kigali in questo mese. La prima consiste nell’aver indebolito le pesanti e nefaste conseguenze sul Rwanda e sulla regione esercitate dalle correnti reazionarie della Chiesa, tramite lo storico incontro di riconciliazione voluto da Papa Francesco. L’ammissione delle colpe della Chiesa durante il genocidio e i propositi di mutua collaborazione per la pace e l’integrazione dei Grandi Laghi sono state decise dal Santo Padre sia per terminare una ventennale e deleteria disputa con il Rwanda basata sul negazionismo e appoggio delle forze genocidarie regionali, sia per diminuire l’influenza delle correnti conservatrici all’interno della Chiesa, considerate un ostacolo per l’immagine del cattolicesimo moderno e progressista sulla scena internazionale.

Le stesse forze che da un anno stanno lavorando per danneggiare l’immagine di Papa Francesco, ventilando addirittura un impeachment in quanto il Pontefice non corrisponderebbe alle visioni religiose e di politica estera in Africa proposte dal 1957 da queste congregazioni italiane, francesi e belghe. La corrente conservatrice della Chiesa in Italia, compressa al suo interno dal Pontefice, ora si sta orientando sulla conquista di influenza presso il Ministero Affari Esteri e Cooperazione Italiana (AICS) per assicurarsi i precedenti spazi di manovra per la sua strategia politica in Africa che, nella regione dei Grandi Laghi, è in chiara contrapposizione al Rwanda e allineamento strategico con le forze promotrici della famosa ‘rivincita hutu’.

Non è un caso che Kagame durante il suo tour politico da Roma a Washington, abbia insistito su tre punti chiave tesi a lanciare una controffensiva diplomatica alla forse reazionarie laiche e religiosi ancora operanti nei Grandi Laghi: impedire un secondo genocidio nella regione, impedire il sopravento di ideologie di morte e supremazia razziale, combattere il negazionismo del genocidio.

Il Rwanda del 2018 continuerà ad essere guidato dal controverso ma geniale Capo di Stato. Durante il suo terzo mandato Paul Kagame dovrà risolvere le tre minacce alla sicurezza nazionale: Burundi, Congo, FDLR ma sarà chiamato anche a porre rimedi efficaci alle prime evidenti crepe del ‘sistema Rwanda’. Alla popolazione non è ancora stato garantito un salario minimo capace di aumentare il tenore di vita e far decollare in modo adeguato e uniforme i consumi interni. L’occupazione ristagna e i settori sanità ed educazione cominciano a evidenziare una peggioramento qualitativo anche a causa del interessato ma non sempre appropriato intervento dei privati. Queste problematiche sociali devono essere per forza risolte a favore della popolazione in quanto la maggioranza di essa è hutu e i fantasmi del passato sono sempre in attesa di passi falsi del governo di Kigali per dichiarare la dittatura tutsi e la necessità di liberare la maggioranza hutu.

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