giovedì, Ottobre 21

Rwanda, elezioni 2017: i pericoli vengono dall’esterno

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Il secondo fattore cruciale è il rapporto tra Rwanda e Stati Uniti. Fino ad ora Kagame ha goduto del pieno e incondizionato appoggio della Famiglia Clinton finanziatrice della guerra di liberazione degli Anni Novanta e principale partner politico ed economico nel periodo post bellico. Clinton ha anche tollerato se non incoraggiato le due avventure militari nel vicino Congo (1996 e 1998). Con un governo stabilmente orientato verso il libero mercato e il dominio anglofono, un potente esercito regionale e una economia in piena crescita, il Rwanda continua a rimanere nella ristretta cerchia degli alleati di fiducia di Washington assieme a Egitto, Etiopia, Ghana e Uganda. Un privilegio assicurato dal costante afflusso alle industrie americane del coltan congolese, abilmente garantito dal Rwanda.

Tra il 2005 e il 2014 l’appoggio americano è stato influenzato dal tentativo dell’Amministrazione Obama di diminuire lo scontro coloniale con la Francia trovando punti di intesa e interessi comuni per diminuire i costi necessari per il controllo delle risorse energetiche e minerarie dei Grandi Laghi. Questa politica ha portato Washington ad appoggiare assurde dittature in Congo e Burundi basate sulla ingenua convinzione di poter controllare e manipolare i due dittatori: Kabila e Nkurunziza. Una convinzione condivisa anche da Uganda e Rwanda ma dissoltasi come neve al sole causa gli avvenimenti di questi due ultimi due anni. La politica di intesa con l’imperialismo francese ha portato anche il mancato supporto americano alle ribellioni Banyarwanda in Congo: Nkunda nel 2009 e M23 nel 2012.

Se la ribellione del M23 è stata caratterizzata da una carenza di proposte politiche, quella del Colonnello Laurent Nkunda del 2009 era caratterizzata da una forte e lungimirante visione politica tesa a normalizzare il Congo e ad inserirlo come attore principale nel processo regionale di integrazione socio economica. La decisione di bloccare la ribellione di Nkunda ha privato ai cittadini congolesi un diverso presente e ha fragilizzato la posizione di Paul Kagame dinnanzi alle etnie regionali tutsi (comunemente denominate Banyarwanda) che mormorano ad un tradimento. Lo stesso M23 (forza militare tutt’ora intatta) mantiene con Kigali rapporti di conflittualità latente, preferendo appoggiarsi sul ex padrino di Kagame, il presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni.

Al momento non è ancora chiara la politica che l’amministrazione Trump adotterà per la regione dei Grandi Laghi e il Rwanda. Sarà assicurata la politica di intesa imperiale adottata da Obama o questa verrà sostituita da una politica più aggressiva in chiave anti francese? Dalla vittoria di Trump, gli Stati Uniti in Africa sono concentrati sul rafforzamento del governo somalo, tramite escalation della presenza militare americana in Somalia e al cambiamento di regime in Sud Sudan, tramite il sostegno di vari gruppi ribelli contro l’ex presidente Salva Kiir illegalmente al potere dal 2015.

Se sul Rwanda l’Amministrazione Trump ha le idee chiare, Kigali rimane il principale alleato regionale, su Congo e Burundi è più complicato comprendere le intenzioni americane. Formalmente Washington desidera un cambiamento di regime in entrambi i Paesi. Considerato che il cambiamento di regime è ottenibile solo tramite operazioni militari causa la debolezza dell’opposizione politica congolese e burundese, la domanda lecita da porsi è: Washington appoggerà la soluzione militare contro Kabila e Nkurunziza? Soluzioni che necessariamente devono puntare anche sull’annientamento totale dei terroristi FDLR.

Il boccone più facile da inghiottire è il Burundi. Una soluzione militare, se ben organizzata, ha grosse possibilità di offrire alle forze di liberazione burundesi una facile e rapida vittoria. Per il Congo la situazione diventa più complicata e non è detto che l’Amministrazione Trump decida di adottare una politica riconciliatoria verso il presidente Kabila proponendo il supporto politico in cambio di una gestione più moderata del Paese e a migliori scambi commerciali richiedendo in cambio una minore pressione della corruzione statale fino ad ora imposta alle multinazionali straniere.

Tutto ruota sugli interessi minerari e petroliferi americani nei Grandi Laghi. Interessi più vivi che mai visto che la prima mossa nella regione di Donald Trump è stata la annunciata intenzione di abrogare o riformare profondamente la legge voluta da Barak Obama contro il traffico di minerali di guerra del Congo: la Dood-Frank Act. Gli Stati Uniti intendono assicurarsi un controllo delle risorse naturali regionali svincolato da motivazioni etiche. Se Kabila riuscirà ad assicurare agli imprenditori americani questo controllo automaticamente diminuiranno le pretese di Washington sulla alternanza democratica in Congo.

Il dittatore Nkurunziza rimane una figura bruciata per la Casa Bianca e un crescente ostacolo per  i piani di egemonia economica americana. Una idea rafforzata dal recente consolidamento delle alleanze tra il regime HutuPower burundese con Russia e Cina. Una soluzione militare appoggiata dalla Casa Bianca e Pentagono in Burundi impostata sulla difesa del Rwanda è più probabile rispetto ad una avventura militare dagli esiti assai incerti nel vicino Congo. L’attuale alleanza Kinshasa – Bujumbura può essere facilmente distrutta se Trump è disponibile ad offrire un discreto ma efficace appoggio americano a Kabila per mantenere il potere in cambio del cessato sostegno al regime burundese che, in questo caso, diventerebbe l’agnello sacrificale della situazione.

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