lunedì, Settembre 27

Rwanda, elezioni 2017: i pericoli vengono dall’esterno

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L’alternanza politica è l’unica macchia nera del Nuovo Rwanda impedita (per ragioni di sicurezza interna) dalla macchina politico militare del Fronte Patriottico Rwandese dove il Clan dei tutsi ugandesi predomina incontrastato. Su Mpayimana non gravitano dubbi di partecipazione al genocidio o di contatti con il gruppo terroristico ruandese FDLR. Questi meriti non sono però sufficienti per assicurarsi una vittoria. Mpayimana è una figura sconosciuta in Rwanda causa il suo lungo auto esilio. Non ha una struttura politica di supporto e la sua residenza francese fa nutrire sospetti della lunga mano di Parigi sulle elezioni. Difficilmente potrà conquistarsi il posto di primo partito d’opposizione in quando Mpayimana è di fatto un elemento esterno alla vita politica del Paese.

Anche le possibilità di vittoria di Habineza del Green Party sono minime. “Considerando l’influenza capillare del Fronte Patriottico Ruandese sul Rwanda, il Green Party non rappresenterà un grosso problema durante le elezioni. Quello che Frank Habineza può sperare di ottenere è un rafforzamento del supporto popolare che aiuti il Green Party nel suo lungo cammino per essere considerato un partito moderato e credibile sia a livello nazionale che internazionale”, sottolinea il professore di scienze politiche presso l’Università Indipendente di Kigali, Venuste Karambizi. Il processo di credibilità politica è obbligatorio per il Green Party. Nessuno al mondo può accettare di confidare le sorti di questo strategico Paese dell’Africa Orientale ad un sconosciuto, per primi gli stessi ruandesi.

L’unico pericolo politico rappresentato dalle elezioni del prossimo agosto è l’eventuale opposizione dell’Occidente al terzo mandato presidenziale di Kagame. Opposizione che potrebbe concretizzarsi in riduzione del budget di aiuti internazionali rivolto al Rwanda che potrebbe teoricamente creare un deficit commerciale e una svalutazione del Franco Ruandese. Un ipotesi assai fragile secondo vari esperti africani in quanto l’appoggio storicamente garantito di Washington e Londra, abbinato al supporto ideologico e politico di Israele e alle simpatie nutrite verso il FPR dai governi canadese e belga, dovrebbero creare un clima internazionale di formali condanne e critiche rivolte al terzo mandato che nascondono una sua accettazione di fatto.

I veri pericoli che potrebbero seriamente compromettere sviluppo e stabilità del Rwanda sono esclusivamente esterni. Primo fattore di rischio è rappresentato dalla attuale situazione in Congo e Burundi, due Paesi con ottime prospettive di sviluppo ma controllati da due regimi dittatoriali e sanguinari che si sono già posti fuori legge agli occhi delle rispettive popolazioni. I due regimi per mantenere un minimo di appoggio popolare giocano sul terrore tutsi. Entrambi sostengono che Kigali sta attivamente promuovendo un piano imperiale di controllo della Regione dei Grandi Laghi a scapito delle popolazioni bantu e della classe sociale hutu. Il famoso Impero Hima.

Kinshasa e Bujumbura nella loro lotta di contenimento del Rwanda hanno associato il gruppo terroristico ruandese FDLR che in un giro di 5 anni è diventato un attore importante nella regione. Le FDLR garantiscono la difesa delle regioni est del Congo e la difesa militare del regime capitanato dal ex presidente Pierre Nkurunziza in Burundi. Un appoggio che all’est del Congo sta fruttando alle FDLR un  rafforzamento del controllo sulle risorse naturali strategiche e un inizio di colonizzazione.  In Burundi sta fruttando il rafforzamento della partecipazione alla gestione del Paese collegato alla possibilità di aumentare considerevolmente la propria forza militare tramite l’assorbimento della milizia paramilitare Imbonerakure forte di 30.000 uomini. Un assorbimento cementato dalla ideologia HutuPower.

L’obiettivo delle FDLR è quello di rafforzare la loro influenza politica e militare in Burundi e il controllo del territorio all’est del Congo tramite una colonizzazione hutu a scapito delle popolazioni bantu (prima tra tutte l’etnia Nande). Un rafforzamento utilizzato da Kinshasa come merce di scambio per assicurarsi la continuità della difesa territoriale delle province del Kivu al confine con i Paesi nemici:Uganda e Rwanda. La strategia delle FDLR è semplice. La creazione di una HutuLand nell’est del Congo e la partecipazione al potere in Burundi sono gli obiettivi a medio termine che garantirebbero un rafforzamento economico, politico e militare capace di creare i presupposti alla riconquista del Rwanda.

Un piano sostenuto dalla Francia ma ostacolato dalla Comunità Internazionale divisa tra due principali correnti politiche. La prima che individua nei tutsi la sola classe dirigenziale capace di assicurare pace e prosperità economica regionale e gli interessi occidentali nei Grandi Laghi. La seconda che individua come soluzione per assicurare la stabilità e gli affari regionale la creazione di due Stati etnici: Burundi per gli hutu e Rwanda per i tutsi. A livello esterno il governo ruandese minimizza il pericolo militare delle FDLR affermando che gli avvenimenti in Congo e Burundi avranno un impatto minimo sul Rwanda. Dietro le quinte i dirigenti politici e militari del FPR sono estremamente preoccupati dall’avanzata di questo gruppo terroristico e dal rafforzamento delle sue capacità militari. Questa preoccupazione è all’origine di una sistematica e metodica repressione di tutti i movimenti di opposizione sospettati di essere collegati alle FDLR e all’ideologia HutuPower. Una necessità politica di sopravvivenza tesa ad impedire un supporto politico o popolare ai piani di riconquista nutriti dalle FDLR.

Cruciali saranno le future relazioni con Francia e Stati Uniti. Il Fronte Patriottico Ruandese attende con ansia i risultati delle elezioni francesi. Le future relazioni (attualmente assai tese) tra Kigali e Parigi dipendono da quale candidato vincerà le elezioni. Secondo un recente sondaggio elaborato dal quotidiano Opinionway-Orpi Marine Le Pen risulterebbe in testa al primo turno con il 26% dei voti, seguita da Emmanuel Macron (25%) e dal candidato repubblicano Francois Fillon (20%). Sempre secondo il sondaggio Marine Le Pen accederà al secondo turno dove le possibilità di vittoria per Macron aumenteranno grazie alla paura dei cittadini francesi di una destra aggressiva e anti europea alla guida del Paese.

Quale è la politica per l’Africa proposta dal candidato favorito Emmanuel Macron? Prima di tutto occorre sfatare il mito che Macron sia un convinto sostenitore del superamento delle politiche coloniali fino ad ora adottate dalla Francia. Queste politiche coloniali assicurano alla Francia di non collassare economicamente e di mantenere intatta la sua posizione di potenza europea nonostante la precaria e pericolosa situazione economica interna. Nessun Presidente francese può remare contro la Cellula Africana del Eliseo (nota come FranceAfrique) in quanto unica istituzione in grado di difendere gli interessi economici della classe capitalistica francese nel Continente Africano.

In effetti sull’argomento Macron ha formulato posizioni ambigue, riconoscendo i danni creati dalla colonizzazione francese ma esaltando allo stesso momento gli effetti positivi sulle ex colonie africane tra le quali l’emergere di una classe media ancorata a principi di civilizzazione e democrazia. Secondo vari esperti africani, tra cui spiccano quelli algerini, Macron sta proponendo la teoria della ‘colonialismo positivo’, segnale di una continuità della attuale politica estera in Africa.

La posizione di Macron è più sottile rispetto a quella espressa da Francois Fillon. Recentemente ha affermato che la Francia non ha alcuna responsabilità nel aver condiviso la propria cultura con popoli africani, asiatici e nord americani. Per Fillon gli anni della colonizzazione hanno portato ad un scambio culturale molto positivo. Al momento risulta difficile comprendere le posizioni di Marine Le Pen sull’argomento Africa. Secondo il professore Karambizi, Macron non dovrebbe seguire le politiche aggressive contro il Rwanda adottate da Sarkozy e Hollande ma attestarsi su posizioni più moderate che proteggano gli interessi francesi attraverso una politica soft nei confronti di Kigali.

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