domenica, Aprile 11

Rwanda-Belgio: una simbiosi politica ed economica

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Il Rwanda da anni si è conquistato il titolo di uno tra i Paesi africani più affidabili e convenienti per gli investimenti degli imprenditori internazionali. Una mirata politica di efficienza nell’amministrazione pubblica rende veloci le pratiche di registrazione di una compagnia straniera. La mano d’opera è altamente specializzata, il sistema fiscale favorevole e quello giuridico imparziale. La corruzione ridotta ai minimi termini e la stabilità politica del Paese sono le classiche ciliegine sulla torta. La politica di attrarre gli investimenti stranieri non è stata applicata con un atteggiamento servile e accondiscendente. Al contrario, si sono applicati criteri di equità per creare un rapporto ugualitario dove l’investitore ha dei vantaggi ma non dei privilegi e deve sottostare alle leggi (anche in campo fiscale) come tutti i cittadini ruandesi. Le pratiche di registrazione di un’azienda sono velocissime (di media una settimana), ma i requisiti richiesti sono precisi e ferrei con il chiaro obiettivo di verificare la solidità finanziaria e la serietà dell’investitore.

Non si ammettono eccezioni. Se l’investitore non ha sufficiente esperienza e non offre le dovute garanzie finanziarie la pratica viene respinta. Questo permette di scremare gli avventurieri occidentali o asiatici di cui purtroppo l’Uganda è piena. Le agevolazioni fiscali non esentano l’investitore dai suoi oneri fiscali, che sono diminuiti durante il periodo di insediamento (cinque anni) ma non cancellati. Le esenzioni doganali sono state riformate lo scorso maggio equiparandole alle regole della East African Comunity, nettamente più severe. Gli investitori non hanno più esenzioni rispetto al numero di personale ruandese impiegato, ma rispetto agli investimenti fatti che, ora, devono raggiungere un minimo di 50 milioni di dollari per essere eleggibili di regimi fiscali privilegiati. L’evasione fiscale è considerato un grave crimine: dopo il recupero delle tasse non pagate solitamente segue la revoca della licenza e l’espulsione dal Paese. La tutela dei lavoratori e gli obblighi di coprire l’assistenza sociale e pensionistica sono altrettanto doveri dell’imprenditore da non prendere alla leggera. Ogni investitore che si azzarda ad utilizzare lavoro nero viene immediatamente espulso.

Il sistema giuridico non è una macchina per spennare gli investitori, come spesso succede in Congo e in Burundi: assolve in pieno il compito di giudice secondo gli standard internazionali anche in controverse che riguardano commesse con enti statali. Il Governo ruandese ha attuato anche un accurato equilibrio degli investitori. Non si è legato a quelli tradizionali (i Paesi occidentali), né ha cercato di creare forti legami con i Paesi emergenti quali Russia e Cina. Nessun Paese ha ottenuto un canale preferenziale e sono incoraggiati gli investimenti provenienti dalla diaspora ruandese all’estero. Gli unici grandi esclusi sono gli investitori francesi a causa del ruolo giocato dai loro Governi nel sostegno trentennale del regime razzial-nazista di Juvenal Habyrimana e nell’organizzazione e realizzazione del genocidio. Una compartecipazione a questo orrendo crimine contro l’umanità, le cui testimonianze avvallate da retrospettive storiche sono recentemente affiorate sulla stampa francese, mettendo in dubbio l’immagine del Governo francese nonostante gli attacchi terroristici.

Il Paese che ha compreso maggiormente le potenzialità del Rwanda, creando una simbiosi politica ed economica, è il Belgio. Una decisione vincente sul piano economico facilitata dall’approfondita conoscenza della sua ex colonia africana e dalla assenza di colpe durante il genocidio. Se il Belgio è responsabile della divisione artificiale tra hutu e tutsi e della nascita della politica di supremazia razziale HutuPower, il Paese europeo  ha avuto il tempo di comprendere gli errori storici commessi e le tragiche conseguenze. Durante gli ultimi dieci anni del regime di Habyrimana fu la Francia, e non il Belgio, a sostenere l’HutuPower fino ad assecondarlo nell’olocausto.

Durante il genocidio il contingente belga dei Caschi Blu dell’ONU pagò un alto prezzo di sangue nel tentativo di difendere la popolazione inerme. Un tributo di sangue che culminò con il massacro di dieci soldati belgi che tentarono di difendere il Primo Ministro hutu moderato Madame Uwilingiyimana. Alcuni studiosi africani si spingono oltre all’analisi di un ripensamento della politica estera belga sul Rwanda, affermando che dagli inizi degli anni Novanta la politica Belga attua un discreto sostegno del Fronte Patriottico Rwandese grazie allo stratega Louis Michel. Un sostegno che non cade nell’errore di appoggiare una classe sociale (quella dei tutsi): l’appoggio belga è offerto a un sistema amministrativo efficiente e moderno, capace di assopire, se non di eliminare, le tensioni etniche su cui il precedente regime basava il suo potere.

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