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Rwanda 1992: Antonia Locatelli vittima della verità field_506ffbaa4a8d4

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Kampala – Domenica 7 settembre 2014 tre suore italiane, Lucia Pulici, Olga Raschietti, Bernadetta Boggianvengono brutalmente assassinate nelle loro residenze presso la parrocchia di Kamenge, un quartiere di Bujumbura, la capitale del Burundi. Si tratta di un omicidio di Stato, occultato per convenienze politiche internazionali. Le tre suore avevano scoperto i piani del genocidio che verrà attuato un anno dopo, nel settembre 2015. Le informazioni in loro possesso e la loro volontà di renderle note al mondo intero furono la loro condanna a morte. Ventiquattro anni prima un’altra suora italiana, Antonia Locatelli venne uccisa in Rwanda per le stesse ragioni e dagli stessi mandanti: i fautori della HutuPower, la supremazia nazista della razza hutu, ideata nel 1957 dalla congregazione religiosa cattolica dei Padri Bianchi tramite il Manifesto Bahutu. La suora apparteneva alla congregazione Suore ospedaliere di Santa Marta. Arrivata in Rwanda agli inizi degli anni Settanta, per oltre venti anni aveva diretto la scuola sociale di Nyamata, nella infestata dalla malaria e poco popolata regione di Bugesera.

Il 10 marzo 1992, Antonia Locatelli viene uccisa. Vittima di un scontro a fuoco scoppiato durante il coprifuoco imposto dalle autorità causa non specificati ‘disordini sociali’. Francois Karera, vice-prefetto di Kigali, precisò a ‘Radio Rwanda‘ che la suora era stata uccisa da «sconosciuti che hanno sparato colpi d’arma da fuoco contro la missione mentre suor Antonia si trovava fuori dall’edificio». Come nel caso delle tre suore uccise in Burundi, la versione ufficiale fa acqua da tutte le parti. Secondo fonti diplomatiche italiane in Kenya, la religiosa sarebbe stata uccisa dai militari del regime di Juvenal Habyarimana. Informazione non confermata dall’Ambasciata d’Italia a Kampala, Uganda (responsabile anche del Rwanda e Burundi), ma dall’autorevole Comitato per il rispetto dei diritti dell’uomo e per la democrazia in Rwanda, che opera a Bruxelles dal  1990. Suor Antonia era sta uccisa durate il tentativo di proteggere 7000 tutsi che si erano rifugiati nella missione di Nyamata. La denuncia del Comitato di Bruxelles fu confermata dal Ministero degli Affari Esteri italiano che rifiutò, però, di entrare in merito alle responsabilità, affidando il compito al Console Onerario italiano a Kigali, Pierantonio Costa.

L’Arcivescovo di Kigali, Vincent Nsengiyvma si mostrò prudente sulle responsabilità dell’accaduto, limitandosi a dire solo che «le autorità stanno indagando per chiarire le responsabilità e le cause, ma tutti volevano bene a suor Antonia», come riporta un articolo dell’epoca di ‘La Repubblica‘. L’articolo sottolinea che l’uccisione della suora italiana fu l’ultimo anello di una lunga catena di sangue innocente che causò nella regione 450 vittime. Dopo i funerali cadde lo sipario su Antonia Locatelli. I rapporti sulla sua morte redatti dal Console Italiano Costa furono ricevuti dalla Farnesina ma i media non prestarono loro attenzione quindi qualcuno pensò di non pubblicizzarli più del dovuto. Un anno dopo l’attenzione era rivolta al genocidio in corso in questo lontano e sconosciuto Paese africano, il Rwanda. Pierantonio Costa non era un Console onorario filibustiere in Africa che magari fa fortune vendendo armi alle parti belligeranti o riciclando il denaro della mafia. Era un ‘uomo integro’, come dicono in Burkina Faso. Rimase al suo posto durante il genocidio rischiando la sua pelle per salvare 2.000 tutsi inclusi 372 bambini.

Ragioni e mandanti non furono quelli descritti dalla versione ufficiale del Governo. Antonia Locatelli fu uccisa dal regime razial nazista del Presidente Juvenal Habyarimana, per ordine del leader del Clan Akazu, la First Lady Agathe Habyarimana che il 6 aprile fece uccidere suo marito abbattendo l’aereo presidenziale che stava atterrando all’aeroporto internazionale di Kigali, dando inizio al genocidio. L’ordine di assassinare la Locatelli fu diramato in quanto la suora italiana aveva le prove (anche fotografiche) del test generale del genocidio consumatosi nella regione di Bugesera.

La regione era stata popolata, alla fine degli anni sessanta, dai tutsi cacciati dalle loro terre dal regime HutuPower. Negli anni Ottanta una seconda ondata migratoria interna, questa volta da parte di poveri contadini hutu. Nel 1990 l’economia del Paese collassa causa la rapina, attuata dal Clan Akazu, delle risorse nazionali. Il popolo é alla fame, non circola più denaro. La disoccupazione raggiunge il 74% della forza lavorativa giovanile. Nelle campagne compaiono i primi casi di malnutrizione che diverranno decine di migliaia nel giro di un anno. Nel 1991, il Fronte Patriottico Ruandese, guidato dal guerrigliero Paul Kagame, entra in Rwanda dal vicino Uganda iniziando la guerra di liberazione contro il regime Habyarimana. Il primo tentativo di conquista viene fermato, ufficialmente dall’Esercito regolare ruandese, in realtà da tre compagnie di fanteria dell’Esercito francese supportati dall’aviazione militare. I ribelli ruandesi non si arrendono e ritornano nel loro Paese più attrezzati, più preparati e supportati da reparti delle forze speciali ugandesi e consiglieri militari americani inviati dai Presidenti Yoweri Museveni e  George H.W. Bush.

Il Clan Akazu intravvede come unica via di salvezza l’attuazione del genocidio, ma, nel 1992, teme che la crisi provocata dalle sue rapine abbia minato il supporto delle masse hutu alla causa del regime. Senza il coinvolgimento delle masse hutu il genocidio sarebbe stato attuato con ilcontagocce‘ e su un lungo periodo di tempo, come stanno sperimentando ai giorni nostri i gerarchi del regime HutuPower burundese, guidato dal ex Presidente Pierre Nkurunziza. Il Clan Akazu necessitava di unatempesta‘, un olocausto rapido e risolutivo, e individuò nella propaganda radiofonica la principale arma, la quale fu sperimentata proprio nella regione di Bugesera. ‘Radio Rwanda‘, dal gennaio 1992, iniziò a trasmettere false notizie contro i tutsi della regione per creare invidia e odio tra le masse hutu povere e analfabete. Dopo aver sperimentato l’efficacia della propaganda radiofonica nel creare i presupposti del genocidio, il Clan Akazu decide di sperimentare la capacità della Radio di coordinare le azioni genocidarie.

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