mercoledì, dicembre 19

‘Russiagate’ o ‘Israelgate’? Le indagini dell'Fbi stanno facendo luce su una realtà ben diversa da quella presentata dai media statunitensi

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Grande clamore ha suscitato la decisione del generale Michael T. Flynn di collaborare con la quadra dell’Fbi guidata dal procuratore speciale Robert Mueller e incaricata di far luce sulle presunte collusioni della cerchia ristretta del presidente e dello stesso Donald Trump con la Russia. Eppure, dalle indagini sta emergendo una realtà molto più contorta rispetto a quella dipinta dai sostenitori del cosiddetto ‘Russiagate’.

Nel 2014, Flynn rassegnò le dimissioni da direttore della Defense Intelligence Agency (Dia) per protestare contro la decisione di Barack Obama di sostenere le reti jihadiste che si opponevano al regime di Bashar al-Assad nonostante la sua intelligence avesse avvertito il presidente «del possibile emergere di uno Stato islamico tra Iraq e Siria». Successivamente, Flynn fu reclutato da Trump in quanto ritenuto un elemento chiave per permettere al tycoon newyorkese di conquistare la Casa Bianca. Allo stesso tempo, però, il generale era a capo di una società di consulenza che si occupava di fare lobby sul Congresso per conto di svariati clienti stranieri, come la Turchia e l’emittente ‘Russia Today’, che da anni si trova sotto il fuoco mediatico (e non solo) statunitense poiché accusata di fungere da strumento di propaganda del Cremlino. Ragion per cui molti, negli apparati di potere Usa, rimasero fortemente colpiti dalla partecipazione di Flynn (dietro compenso di 40.000 dollari) alla cena di gala organizzata a Mosca per celebrare l’anniversario dell’ormai stranoto canale televisivo.

Così, quando il vittorioso Trump rese nota l’intenzione di nominare Flynn come proprio Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il generale fu sottoposto a un interrogatorio da parte delle autorità incaricate di valutare la sua idoneità a ricoprire un ruolo tanto delicato. Alcuni apparati economici e svariati uomini politici sia democratici che repubblicani non gradivano affatto le sue passate frequentazioni e decisero quindi di lanciare una campagna mediatica per indurre Trump a scaricarlo e affidare l’incarico di Consigliere per la Sicurezza Nazionale a un personaggio ‘meno compromesso’. Il presidente cedette dopo meno di un mese, licenziando in tronco Flynn e rimpiazzandolo con il generale Herbert R. McMaster, particolarmente gradito all’establishment di entrambi i principali partiti politici.

Ciononostante, le indagini sul conto di Trump e della sua cerchia ristretta nell’ambito del ‘Russiagate’ sono andate avanti, e proprio nei giorni scorsi Flynn è stato costretto ad ammettere di aver omesso di rivelare agli investigatori dell’Fbi i contatti diplomatici che aveva avuto con l’ambasciatore russo Sergeij Kyslyak. La cosa è piuttosto strana, visto che non esiste alcuna legge in grado di vietare contatti diplomatici tra ambasciatori stranieri e membri dell’amministrazione entrante e dal momento che, stando a quanto rivelato dagli inquirenti, Flynn sarebbe stato spinto nell’angolo da alcune sue telefonate intercettate in cui si parlava degli incontri diplomatici. Che un generale in pensione con lunghi trascorsi nell’intelligence militare non immaginasse di avere il telefono sotto controllo è alquanto improbabile. Fatto sta che Flynn ha deciso di riconoscersi colpevole di aver mentito ai federali, nella consapevolezza che la sua collaborazione con il procuratore speciale che si occupa di indagare sul ‘Russiagate’ gli avrebbe garantito uno sconto di pena, che per chi si macchia di un reato simile può arrivare fino a 5 anni di carcere.

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