mercoledì, Ottobre 20

Russia via dal petrolio: ma quando e come?

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Non mancano intanto né le concrete iniziative né i suggerimenti sul che fare per rispondere all’esigenza di segno opposto. Chi crede nell’insostituibilità della produzione materiale continua ad assegnare la priorità delle priorità al potenziamento dell’apparato industriale e in particolare alla ricostruzione di un’industria leggera, oggi pressocchè inesistente, pur senza trascurare lo sviluppo delle infrastrutture e dei servizi, altrettanto carenti.

In testa all’ordine del giorno anche ufficiale figura comunque, e da tempo, l’innovazione, che fra l’altro ha tenuto banco in un quarto seminario sui rapporti tra Russia e Italia svoltosi recentemente a Milano con la partecipazione di dirigenti politici ed economico-finanziari di entrambi i Paesi.

Si è appreso per l’occasione che il contributo dell’innovazione al Pil russo supera (o, se si preferisce, non supera) oggi il 7% ma si prevede di elevarlo al 25% entro il 2020, grazie ad investimenti pubblici saliti da 477 miliardi di rubli nel 2010 a 1500 miliardi nel 2013. Si vanta inoltre la creazione di 120 parchi tecnologici e industriali sparsi in 43 regioni della federazione. Dovrebbero così migliorare sensibilmente la competitività della produzione domestica e ridursi la pesante dipendenza dalle importazioni in numerosi settori.

I risultati complessivi dello sforzo sinora compiuto in questa direzione vengono tuttavia giudicati molto deludenti e comunque largamente insufficienti. Anche i partecipanti italiani al seminario milanese hanno potuto constatare che il fabbisogno russo di alta tecnologia e know how è ancora elevato e che da parte italiana ‘si può dare e fare molto per sopperirvi, come ha affermato il Presidente di Banca Intesa, Antonio Fallico.

Secondo gli esperti, d’altronde, per sottrarsi alla schiavitù del petrolio la Russia dovrebbe salire dal quarto stadio del progresso tecnologico, in cui si trova adesso, al sesto, ossia passare da un’’economia delle risorse’ a quella appunto dell’innovazione. Oggi però soltanto un decimo delle imprese usa la tecnologia più avanzata, e ciò si deve anche alla carenza di quadri adeguatamente qualificati. La quale, a sua volta, risulta provocata dalla preferenza delle imprese stesse per il personale anziano e già esperto e dalla difficoltà per i giovani di trovare lavoro, malgrado l’abbondante domanda, per colpa di un’istruzione superiore generalmente di buon livello e che non assicura però una sufficiente preparazione pratica.

Altre vie d’uscita dal condizionamento energetico vengono additate nello sviluppo dell’agricoltura, altro settore finora gravemente trascurato, e nella promozione del turismo, che per la principale erede dell’URSS, anche a causa dei suoi trascorsi politici, rappresenterebbe una novità assoluta. In entrambi i casi, curiosamente, si invita da qualche parte a seguire l’esempio di Paesi che, in partenza, avevano in comune con la Russia soltanto la ricchezza energetica, ma ne hanno fatto, con risultati sicuramente apprezzabili, un uso ben diverso.

Si tratta ad esempio del piccolo Dubai, che vent’anni fa viveva a carico dell’oro nero per l’83% ma oggi ne dipende solo per il 6% essendo diventato nel frattempo uno dei maggiori poli turistici del mondo. Nel 2015 ha ospitato 20 milioni di visitatori, più o meno come la Russia enormemente più grande e in grado di offrire semmai ai turisti molto di più e di più vario.

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