sabato, Ottobre 23

Russia via dal petrolio: ma quando e come?

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Può darsi che gli scettici circa gli effetti del congelamento finiscano col venire smentiti e che i suoi ulteriori seguiti si rivelino più efficaci del previsto. Così come, del resto, potrebbero avere comunque ragione quanti confidano in una non lontana e immancabile risalita delle quotazioni del greggio, indipendentemente dall’incisività o meno di misure come quella fin qui esaminata.

In realtà, i pronostici riguardo all’andamento dei prezzi, a Mosca e nel mondo in generale, sono i più disparati, analogamente, e non a caso, a quanto accade per la fine o la prosecuzione della recessione in Russia nell’anno in corso. Esiste per contro un ampio consenso sul fatto che le suddette misure non costituiscano una panacea per ricorrenti sofferenze causate, nel caso russo, dalla vulnerabilità di un intero sistema troppo dipendente dalla dovizia di fonti di energia, a loro volta, e per loro natura, esposte a tutti i possibili capricci dei mercati mondiali e ad influenze anche politiche non sempre prevedibili e arginabili.

Proprio quella dovizia, agli occhi ormai di molti, avrebbe agito a lungo come un narcotico, impedendo di potenziare, diversificare e ammodernare un apparato produttivo e finanziario rapidamente cresciuto, senza dubbio, sotto la guida di Vladimir Putin consentendo una cospicua accumulazione di ricchezza. La quale tuttavia, giustamente impiegata per lo più per innalzare sensibilmente il tenore di vita della popolazione, non è stata invece utilizzata come sarebbe stato necessario anche per cautelarsi contro la suddetta vulnerabilità.

Ma c’è anche chi si spinge più in là. Un personaggio eminente come German Gref, già Ministro dell’Economia e attuale Presidente di Sberbank, maggiore banca russa, sostiene che l’era del petrolio è ormai finita. Gli fa eco Igor’ Agamirsjan, direttore di un Fondo statale per lo sviluppo, secondo il quale si avvicina la fine non solo dell’economia imperniata sull’oro nero, vittima predestinata delle nuove tecnologie e delle fonti alternative di energia, ma anche un’intera ‘economia tradizionale’ fondata sulla produzione materiale, alla quale subentreranno come motori dello sviluppo la ricerca e l’ingegneristica, il design e il marketing.

Agamirsjan profetizza un’epocale perestrojka che avrà luogo a partire all’incirca dal 2050, preceduta però dall’avvìo di alcuni processi non indolori già tra 10-15 anni, che provocheranno crisi a ripetizione delle quali, a suo avviso, la caduta dei prezzi del petrolio segna solo l’inizio.

Sin d’ora, quindi, si dovrebbe correre ai ripari affrontando il problema alla radice piuttosto che nei suoi aspetti contingenti per quanto pressanti e persino drammatici, anche se a breve e media scadenza si dovrà inevitabilmente contare sempre ed ancora sui pur declinanti proventi dallo sfruttamento dei combustibili fossili sia per far quadrare i conti sia per dotare il sistema economico di nuove basi alternative al petrolio, soprattutto, e al gas naturale.

Non sorprende perciò che malgrado la consapevolezza ormai prevalente che urga cambiare strada si metta in programma un incremento dell’estrazione di petrolio dai giacimenti offshore della zona artica, assai più costosa che altrove. Già cresciuta fino a fornire il 15% della produzione totale, essa dovrebbe raggiungere i 35 milioni di tonnellate entro il 2035.

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