venerdì, Ottobre 22

Russia via dal petrolio: ma quando e come?

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Lo stesso naturalmente vale, invertiti i termini, per Mosca, la quale deve comunque accontentarsi, almeno per il momento, del topolino partorito dalla montagna mediorientale in tema di petrolio. Nessuno nega qualsiasi importanza alla recente intesa tra Russia, Arabia Saudita, Qatar e Venezuela per un congelamento temporaneo delle rispettive produzioni di greggio a condizione che vi aderisca anche l’Iran, appena ridisceso in lizza sul mercato mondiale grazie alla revoca delle sanzioni internazionali a suo carico.

Il Governo di Teheran ha in effetti aderito (seguito a ruota dagli Emirati arabi) in linea di principio rinviando l’adeguamento di fatto a dopo il ritorno della propria produzione ai precedenti livelli. Una riserva sensata, che ha incontrato la comprensione dei quattro promotori per quanto danneggiati dalla rilanciata concorrenza di un grosso calibro del settore. Un mezzo successo dell’iniziativa, dunque, se non altro come segnale di una buona volontà di correre concordemente ai ripari che finora era mancata.

Ma solo mezzo, appunto, nella migliore delle ipotesi, perché come ha subito rilevato la maggioranza degli osservatori, per risollevare le quotazioni dell’oro nero non basta certo il congelamento, ma sarebbe necessaria una congrua riduzione della produzione. Alla quale, d’altronde, non appare ben disposta la stessa Russia per quanto la riguarda poichè il grosso dell’estrazione domestica avviene a costi compresi tra 5 e 15 dollari al barile e rimane quindi conveniente anche con prezzi di smercio parecchio inferiori ai livelli attuali.

Nonostante la perdita di futuri introiti utili ad ammortizzare precedenti investimenti e a coprire in parte i crescenti buchi del bilancio pubblico, conveniente è anche il congelamento in quanto la sua condivisione con altri, soprattutto, può forse bloccare (benchè qualcuno dubiti anche di questo) l’ulteriore caduta dei prezzi, che per la Russia sarebbe decisamente rovinosa.

Meno rovinosa, certo, rispetto ad economie ancor più deboli come quelle del Venezuela o della Nigeria, ma sicuramente meno sopportabile al confronto con l’Arabia saudita (o la Norvegia), che nello scorso autunno disponeva di fondi di riserva, cui attingere in situazioni di emergenza, intorno agli 800 miliardi di dollari, mentre quelli russi si erano già ridotti a 144 miliardi. Con la conseguenza, secondo i calcoli di Igor’ Jushkov, uno dei massimi esperti russi in materia energetica, che Riad potrebbe tranquillamente sopportare l’impatto dei prezzi bassi per 15-20 anni mentre le riserve di Mosca rischierebbero di esaurirsi in un paio di anni.

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