martedì, Maggio 18

Russia via dal petrolio: ma quando e come?

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A forza di insistere, la montagna ha finito col partorire il topolino. La Russia cercava da tempo di convincere gli altri grandi produttori di petrolio a produrne di meno per arrestare, in quello che dovrebbe essere l’interesse comune, il rovinoso sprofondamento dei prezzi del greggio. Cercava con le buone e, indirettamente, con le cattive, che probabilmente, come spesso accade, devono essere risultate particolarmente convincenti.

E’ infatti presumibile che Mosca abbia deciso di esibire platealmente la propria potenza militare e prontezza ad usarla non solo per rispondere ad una sgradita invadenza occidentale nella propria sfera di influenza e soprattutto in Ucraina. E neppure solo per difendere una preziosa base navale in Siria e per ristabilire una presenza e un ruolo nel Medio Oriente, perduti molti decenni fa dalla superpotente Unione Sovietica e degni oggi quanto meno di una potenza con ambizioni non strettamente regionali.

Lo ha verosimilmente fatto anche per guadagnarsi più voce in capitolo su una problematica energetica vitale per la Russia, oggi come oggi, come per pochi altri Paesi grandi o piccoli, e che oggi ha notoriamente preso una piega per essa disastrosa. Divenuta automaticamente più autorevole ed anzi più temibile, questa voce doveva essere peraltro rivolta nella fattispecie a Paesi e Governi schierati nel conflitto siriano e più in generale contro Mosca e i suoli alleati e protetti, al di là della dubbia condivisione della priorità conferita alla lotta contro l’ISIS.

Con essi, Mosca aveva coltivato i rapporti di dialogo ed affari già prima dell’intervento militare, e il suo interesse era stato ricambiato dagli interlocutori arabi, con il regno saudita in testa, certo anche in considerazione dell’apparente disimpegno o ridimensionamento dell’impegno americano nella regione. Senza contare, poi, che gli stessi Stati Uniti erano e restano almeno per un verso, vittima del deprezzamento dell’’oro nero’ provocato dall’OPEC, l’organizzazione mondiale dei produttori cui nè Russia nè USA appartengono, a tutto danno anche della giovane produzione americana con il sistema del fracking.

Tutto ciò si è fatto sentire, probabilmente, più delle specifiche lamentele di Mosca per una disparità di comportamenti che l’hanno sì vista incrementare sempre più anch’essa l’estrazione di greggio al punto da toccare nel 2015 un record assoluto, in aggiunta al primo posto nel mondo, però dopo un quinquennio nel quale la produzione russa era aumentata solo del 6,8% contro il 19% dell’Arabia saudita, per non parlare degli USA (61,5%) o del Canada (37,5%).

Dirette o implicite, le pressioni politiche su Riad e le altre capitali arabe non potevano tuttavia fruttare risultati pieni, non essendo ancora chiaro se Washington sia davvero avviata ad abbandonare definitivamente il Medio Oriente alla sua sorte anziché continuare a spalleggiare lo schieramento sunnita contro quello sciita, come sta facendo adesso sia pure non in base ad una scelta strategica bensì sotto la spinta di circostanze sempre mutevoli.

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