mercoledì, Dicembre 1

Russia verso la democrazia? field_506ffb1d3dbe2

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putin

 

Zbigniew Brzezinski, uno dei vincitori della guerra fredda, non è ottimista solo perché profetizza, in compagnia piuttosto ridotta, un’evoluzione positiva dei rapporti tra Stati Uniti e Russia. Lo è anche perché azzarda un duplice pronostico ancora più audace: l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea e l’avvento in Russia di una vera democrazia. Per la precisione, sostiene che il primo evento si verificherà a scadenza relativamente breve mentre per il secondo bisognerà avere un po’ più di pazienza. Fermo restando comunque, nella sua visione, uno stretto legame tra i due.

Secondo il vecchio ex consigliere della Casa Bianca, infatti, tutto dipende dalla dinamica dei rapporti interstatali nell’Oriente europeo. L’Ucraina, a suo avviso, è prevalentemente e irresistibilmente attratta dall’Europa centro-occidentale più o meno integrata soprattutto perché l’indipendenza statale, una volta conquistata, diventa irrinunciabile. Oggi essa è minacciata soprattutto dal disegno neo-imperialistico della Russia di Vladimir Putin, proteso a riunificare lo spazio già sovietico (e prima ancora zarista) sotto l’egemonia di Mosca.

Un disegno, sempre secondo Brzezinski, destinato a fallire a causa delle insuperabili resistenze di tutti gli altri interessati, e il fallimento contribuirà a provocare la caduta di Putin o comunque il cambiamento del tipo di regime da lui instaurato. Uno scenario credibile? I dubbi sono di rigore, nonostante l’autorevolezza e i meriti guadagnati sul campo da chi lo prospetta. Non mancano tuttavia gli estremi per attribuirgli una certa plausibilità, pur senza sottoscriverne la logica.

L’Ucraina è un Paese composito, geopoliticamente, storicamente e in qualche misura anche etnicamente, che potrebbe finire con lo spaccarsi se non trovasse la coesione negli interessi economici e nell’aspirazione all’autonomia. La Russia, benchè pulluli di minoranze di ogni tipo e spesso turbolente, è dominata invece da una maggioranza schiacciante e compatta, resa omogenea anche da un saldo orgoglio nazionale quando non nazionalista o persino sciovinista e xenofobo.

Mentre in Ucraina vige oggi un sistema democratico per quanto scalcinato e offuscato da tendenze autoritarie, la Russia sembra avere voltato decisamente le spalle a quel tanto di democrazia, caotica, conflittuale e inefficiente che aveva sperimentato, certo non goduto, sotto la presidenza di Boris Eltsin dopo il crollo del comunismo e il disfacimento dell’URSS.

Sotto la presidenza o comunque la guida di Vladimir Putin la principale erede dell’URSS sembra avere credibilmente ripudiato almeno il totalitarismo di stampo sovietico, la sua pretesa di gestire una comunità nazionale, anzi multinazionale, monolitica sotto ogni aspetto in quanto regolata e controllata complessivamente e capillarmente da un potere centrale onnipotente e incontrastato. L’attuale regime non solo non possiede le basi strutturali del totalitarismo (economia quasi interamente collettivizzata e pianificata, partito unico), ma tollera una libertà di espressione, critica e persino di contestazione sconosciute prima del 1989-91.

Da qualche anno, dopo avere subito una vivace contestazione di piazza e su rete, accompagnata da pressioni e sfide esterne, la sua natura o vocazione  fondamentalmente autoritaria si è tuttavia accentuata. Nel senso non tanto di stroncare o porre vistosi limiti alla suddetta libertà, quanto di impedire che il suo esercizio ostacoli l’attuazione delle politiche ufficiali. Si resta ben lontani, insomma, dal tempo in cui bastava esporsi come ‘dissidenti’ o semplicemente ‘dissenzienti’ (inakomysljascie) per finire nei lager del Gulag, in manicomio o in esilio. Ma ci si deve naturalmente domandare a cosa serva l’espressione relativamente libera del “pensare diverso” e della critica anche sferzante se condannata a rimanere platonica.

D’altra parte, non si può neppure ignorare che sia il sistema attuale, diciamo semidemocratico, sia il suo principale esponente ed interprete risultano fruire del consenso della maggioranza della popolazione. Potrebbe essere altrimenti in un Paese che non ha mai conosciuto in modo probante sistemi più o meno pienamente democratici di tipo occidentale? Probabilmente no. Ma le risultanze odierne non appaiono molto diverse da quelle del passato, quando malgrado le pecche anche macroscopiche dell’antica autocrazia o del regime comunista gli zar come Stalin o Brezhnev godevano di larga popolarità e sono del resto altamente considerati o addirittura rimpianti tutt’oggi.

E’ comunque eloquente l’esito di una rilevazione demoscopica effettuata nella scorsa estate dal Centro Levada, non sospetto di truccare i dati in un senso o nell’altro. La maggioranza dei russi che hanno risposto ai quesiti continua a preferire un tipo di democrazia conforme alle tradizioni e alle specificità russe, benchè la relativa quota sia scesa di parecchio nel giro di due anni: dal 45% del 2011 al 34% del 2013. Sono invece un po’ aumentate le opposte preferenze per il modello occidentale (dal 24% al 26%) e per quello sovietico (dal 16% al 17%), e così pure il “no” secco alla democrazia come tale (dal 6% all’8%).

Il ‘sì’ sia pure calante al sistema non significa peraltro approvazione di come viene gestito. Non si contano i sondaggi di opinione che mettono a nudo (cosa inconcepibile ai tempi dell’URSS) il malcontento e le proteste per tutta una serie di situazioni negative, errori ed omissioni della classe politica, ecc. Secondo una vecchia consuetudine russa, però, le relative colpe vengono imputate ai quadri dirigenti ad ogni livello, dal Governo e dal Parlamento agli amministratori locali, mentre si tende a risparmiare il capo supremo, dal quale ci si attende piuttosto, con fiducia quanto meno esibita, l’uso della mano forte per aggiustare le cose e il ruolo preminente del quale viene considerato, dai più, indispensabile.

Nel caso specifico la popolarità di Putin, attestata dagli esiti elettorali al di là delle manipolazioni, oltre che dai sondaggi, si può spiegare col merito di avere risollevato il Paese sia all’interno, assicurandogli un minimo di stabilità e ordine e cospicui progressi economici, sia all’esterno, restituendogli un rango internazionale che pareva irrimediabilmente perduto. Oggi le ambizioni del ‘nuovo zar’ sulla scena mondiale sembrano crescere quasi giornalmente, e al grosso dell’opinione pubblica certo non dispiacciono. Devono però fare i conti innanzitutto con il deterioramento delle prospettive economiche e poi anche con altre e non lievi incognite sul piano interno.

Il Putin trasformatosi da freddo funzionario dei servizi segreti a zelatore della morale tradizionale in patria e persino all’estero può contare solo in parte sul consenso popolare. Il Centro Levada aveva riscontrato in estate un appoggio del 76% alla legge contro l’omosessualità e del 55% a quella contro le offese alla religione. Le misure antiaborto e antidivorzio risultavano invece sgradite rispettivamente al 59% e al 70%, benchè rivolte a combattere la grave crisi demografica. I russi, quindi, non sono, a torto o a ragione, indiscriminatamente retrogradi in campo etico.

Altri sondaggi ancora confermavano il diffuso scetticismo circa l’adeguatezza dell’impegno governativo per stroncare una rovinosa e screditante corruzione, l’esasperazione popolare per la quale sembra semmai cresciuta ulteriormente negli ultimi mesi. Putin, inoltre, ha accennato finalmente all’esigenza di costringere gli “oligarchi”, impopolarissimi nel Paese, a rigare dritto in particolare investendo i loro immensi capitali in patria piuttosto che all’estero. In conclusione, se Putin non riuscirà ad ottenere risultati apprezzabili su questi fronti né ad invertire la tendenza in campo economico con benefici tangibili per la popolazione, almeno nel lungo periodo, non basterà presumibilmente l’alleanza con la Chiesa a mantenere alte le sue quotazioni.

E neppure basterà, forse, a tenere a bada le istanze di una società civile che malgrado tutto si sta facendo luce in Russia e difficilmente continuerà ad accontentarsi del meno peggio. I pronostici di Brzezinski potrebbero quindi avverarsi anche prima del prevedibile, e indipendentemente dalla sorte del programma neo-imperiale di Putin.

 

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