lunedì, Maggio 10

Russia-Usa, Trump sulle orme di Reagan?

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I casi sono due, anzi tre. Se i primi cento giorni fatidici di Donald Trump alla Casa bianca assomiglieranno tutti a quelli già trascorsi sono tre le ipotesi, con conseguenti previsioni per il futuro, che si potranno formulare in base alle indicazioni sinora emerse, almeno per quanto riguarda la nuova politica estera americana e in particolare i rapporti tra Stati Uniti e Russia: uno dei temi più intriganti, come si sa, della campagna elettorale e delle esternazioni del successore di Barack Obama dopo l’investitura popolare.

La prima ipotesi è che il tycoon newyorchese non abbia idee molto chiare su cosa intenda fare, ovvero si riservasse in partenza di chiarirsele strada facendo all’insegna del più classico pragmatismo anglosassone. Con l’aiuto, eventualmente, di collaboratori più preparati di lui in materia e probabilmente scelti per motivi di fiducia personale più che di consonanza di orientamenti e propositi. Alcuni di loro, del resto, sono già stati cambiati per cause varie pochi giorni dopo la nomina anche nel settore in questione.

La seconda ipotesi è che idee e intenti siano invece chiari, nonostante e al di là delle apparenze, ma il neo presidente e la sua pur instabile cerchia li applichino in modo, diciamo così, creativo, ossia inscenando mosse, assaggi e magari finte da schermidori, miranti a scoprire le controparti o a confondere le idee e intenti loro. Un gioco non privo di rischi, ma che per il momento sembra mettere Vladimir Putin e compagni in comprensibile imbarazzo, che li può costringere a sospendere o rivedere i loro programmi.

La scelta tra le due ipotesi è libera, sempre che non vi si preferisca una terza, la più piccante e ardita anche se confortata da inediti elementi di fatto emersi, salvo smentita, in questi ultimi mesi. Non tanto, cioè, le denunciate interferenze russe nel processo elettorale USA che avrebbero agevolato se non proprio determinato la vittoria di Trump, quanto i molteplici contatti e frequentazioni di gente della sua cerchia con vari ambienti moscoviti Cremlino compreso, che possono indurre a sospettare qualche concertazione preventiva anche delle schermaglie o sceneggiate cui si assiste ormai da parecchie settimane.

Pur senza disdegnare troppo la fantapolitica, però, conviene piuttosto attenersi ai dati oggettivi per ricavarne un’indicazione minimamente plausibile e utile. Le contraddizioni riscontrabili nell’effettivo dispiegamento della conclamata apertura di Trump nei confronti della Russia sono sorprendenti e comunque palesi.  Per un loro scioglimento, riguardo in particolare alla crisi ucraina con annessi e connessi e al ruolo dell’alleanza atlantica in generale, non resta che attendere i prossimi sviluppi.

Ma l’attenzione viene richiamata adesso da un paio di atti concreti della nuova Amministrazione USA i quali, a differenza dei pronunciamenti verbali di questo o quel suo esponente, più che destare perplessità e dubbi, comportano implicazioni difficilmente controvertibili e tali da smentire alla radice la suddetta apertura. Ciò avviene sul terreno incandescente di una corsa generale agli armamenti cui partecipano senza apparenti remore tutte le maggiori potenze, comprese naturalmente le due già principali protagoniste della ‘guerra fredda’ tra Est e Ovest.

Durante la quale, va ricordato, entrambe le superpotenze di allora dimostrarono un residuo senso di responsabilità che consentì la conclusione di numerosi accordi sia per prevenire attacchi a sorpresa o casuali malintesi sia per tenere sotto controllo, frenare o limitare una gara così gravida di pericoli oltre che costosissima. Oggi, a quanto pare, non è più così, nonostante appelli accorati come quello lanciato dall’ultimo presidente sovietico, il vecchio Michail Gorbaciov, in un recente articolo sul settimanale ‘Time‘ intitolato «Tutto lascia credere che il mondo si stia preparando per la guerra».

I ‘preparativi’, che si spera ovviamente non siano davvero tali e si tratti piuttosto di precauzioni per quanto incaute, sono rimproverabili alla Russia come agli USA, oltre che alla Cina e a tanti altri ancora. Ora spicca però il fatto che nel giro di pochi giorni Washington abbia optato per un ulteriore aumento delle proprie spese militari (nella misura del 10% e per un ammontare di 19 miliardi di dollari), per le quali gli Stati Uniti già primeggiano di gran lunga nel mondo, e una virtuale denuncia dello storico trattato del 1987, stipulato da Gorbaciov con Ronald Reagan, che troncò un’esplosiva escalation bilaterale in campo missilistico-nucleare.

Nel primo caso i maggiori stanziamenti sono destinati ad incrementare le forze convenzionali americane, e da qualche parte (lo fa ad esempio l’’Economist‘) se ne minimizza l’entità e se ne contesta la necessità, sostenendo che i relativi fondi sarebbero più utili per finanziare il potenziamento dell’arsenale nucleare USA preannunciato da Trump in dichiarata e rilanciata concorrenza con la Russia.

In effetti un simile proposito trova conferma nello stesso secondo caso, tanto più vistoso in quanto prelude alla cancellazione di un grande successo negoziale che spianò la strada alla chiusura della guerra fredda e portò alla successiva distruzione di circa 3 mila missili nucleari a medio raggio e a base terrestre, i famosi euromissili sovietici ed atlantici dislocati a suo tempo anche in Italia.

La mossa americana è stata motivata come reazione pressocchè istantanea ad una violazione russa del vecchio trattato che sarebbe stata perpetrata dispiegando in Europa un nuovo missile ‘da crociera’ già testato tre anni fa sollevando le rimostranze del Pentagono. Mosca respinge l’addebito ma sta di fatto che poteva avere un interesse a ridurre la superiorità americana nel settore grazie ad un’ampia dotazione di missili a medio raggio a base navale ed aerea non vietati dal trattato.

La tendenziale conferma più eloquente dell’attuale proposito USA di rilanciare la corsa agli armamenti su tutta la linea, sia pure in sfida alla Cina forse ancor più che alla Russia, era comunque già venuta dagli sviluppi in materia di missili ‘strategici’, ossia a raggio intercontinentale. Nel loro lungo colloquio telefonico del 28 gennaio Putin aveva proposto a Trump una proroga di cinque anni del relativo trattato New start, per la riduzione dei rispettivi arsenali, che scadrà nel 2021.

A quanto risulta, il nuovo inquilino della Casa bianca ha praticamente risposto picche, producendosi in una tirata contro il trattato in questione bollato, insieme ad altri analoghi sottoscritti dal predecessore, come gravemente nocivo agli interessi nazionali e incompatibile (Trump l’aveva già dichiarato in una precedente intervista) con la propria missione di rimettere l’America on top of the pack, davanti a tutti.

Ce n’è abbastanza, a questo punto, a meno che non si assista anche qui a ripensamenti e passi indietro che sarebbero stupefacenti, per domandarsi se dietro ai sorrisi che da oltre atlantico si rivolgono alla Russia e al suo capo non si nascondano disegni di tutt’altra ispirazione. Una corsa agli armamenti ulteriormente accelerata costituirebbe una sfida probabilmente insostenibile per un Paese che forse sta già riprendendosi dall’ennesima crisi economica ma rischia stabilmente di ripiombarvi alla prima ricaduta dei prezzi del petrolio.

L’economia russa, come viene spesso ricordato in questi giorni, ha un bisogno vitale di crescere, in qualità come in quantità, essendo attualmente di dimensioni inferiori a quella dell’Italia ovvero a malapena equivalente a quella della Spagna. E ne ha naturalmente estremo bisogno per poter gareggiare in fatto di armamenti con gli Stati Uniti (e con la stessa Cina) mentre, all’inverso, si tratta di una gara che ha impedito sinora e continuerà ad impedire un’adeguata corsa ai ripari per scongiurare le ricadute in crisi.

E’ quanto pensa e non cessa di avvertire, ad esempio, l’ex ministro delle Finanze Aleksej Kudrin, già artefice di un miracolo economico russo che a suo avviso, però, non potrà mai più ripetersi se non si correggerà una politica estera troppo militante e perciò, appunto, troppo costosa. Putin, benchè non del tutto sordo ai moniti dell’ex collaboratore, la pensa ancora diversamente, a quanto sembra, e forse non può farne a meno.  Finora, infatti, i successi politico-militari al di là dei confini contribuiscono largamente ad assicurare la tenuta del regime e la stessa popolarità del ‘nuovo zar’.

Fino a quando, però, basteranno a controbilanciare i sacrifici materiali imposti al grosso della popolazione? Putin conta verosimilmente sulla revoca delle sanzioni occidentali ventilata da Trump e reclamata da molte parti in Europa. Sanzioni che, in realtà, si ritiene abbiano concorso assai meno del deprezzamento del petrolio a sbilanciare i conti russi. A Mosca, anzi, si crede o si mostra di credere che si siano addirittura rivelate utili (per ciò che riguarda almeno una parte del relativo problema) incentivando il necessario rafforzamento dell’apparato produttivo nazionale.

La loro revoca per iniziativa proprio americana, ossia dei principali promotori del castigo per l’annessione della Crimea e  l’appoggio russo ai ribelli ucraini, sarebbe comunque oltremodo gradita a Mosca sotto tutti gli altri aspetti. Resta tuttavia il dubbio che Trump possa rimangiarsi la mezza promessa, mentre Putin e compagni si trovano difronte ad una prospettiva ben più inquietante: quella che il suo omologo americano segua, deliberatamente o oggettivamente, l’esempio di Reagan, che costrinse il Cremlino ‘rosso’ alla resa agitando la minaccia delle ‘guerre stellari’, ovvero di uno ‘scudo spaziale’, alla quale un’URSS economicamente declinante non si sentì in grado di rispondere.

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