mercoledì, Settembre 22

Russia, una superpotenza o no?

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Cos’è esattamente una superpotenza nel mondo odierno? Chi davvero lo è e quali sono i requisiti per diventarlo, se ci si tiene? La questione è di stretta e crescente attualità anche se può sembrare di lana caprina, ossia di interesse più teorico che reale. In politica i rapporti di forza tra Stati o gruppi di Stati hanno sempre avuto un peso predominante benchè non necessariamente determinante a tutti gli effetti e continueranno ad averlo. Lasciando aperto, però, il problema di come misurare la forza in generale e le singole forze in campo, le diverse propensioni ad usarle nelle diverse circostanze che la realtà presenta e così via approfondendo.

Il problema si pone oggi soprattutto per la Russia di Vladimir Putin (e la personalizzazione non è casuale né di comodo), sempre più oggetto, al riguardo, di un dibattito tanto ampio quanto acceso e intenzionale ma spesso anche semplicemente implicito. E il suo interesse appare tanto più vivo in quanto oggi più che mai, forse, l’informatica, la propaganda e le manipolazioni di ogni genere delle opinioni pubbliche tendono a far prevalere le diverse percezioni della realtà sulle sue basi oggettive.

Fino a ieri, presupponendo che per quasi tutta la metà del secolo scorso le superpotenze mondiali siano state due, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, risultava sostanzialmente pacifico che in seguito al decesso dell’URSS si fossero ridotte ad una sola. Superpotenza, naturalmente, non è sinonimo di onnipotenza. Ciò nonostante, col passare degli anni e l’accumularsi di dati concreti e indicazioni convergenti in un certo senso, ha acquistato credito, tuttavia, l’immagine di un declino della preminenza americana e di un conseguente svuotamento del monopolio USA di un certo rango mondiale.

Ne ha beneficiato soprattutto la Cina, accreditata sin d’ora da molte parti del possesso di tutti i titoli non solo per ascendere allo stesso livello degli Stati Uniti ma addirittura per superarli sia pure in tempi medio-lunghi. A Pechino esiste in proposito un programma ufficiale che prevede il conseguimento dello status di superpotenza nel 2049, ad un secolo esatto di distanza dalla nascita della Repubblica popolare che coronò la “lunga marcia” di Mao Zedong all’insegna della bandiera rossa in versione mandarina.

Lo ha ricordato recentemente Ugo Tramballi, inviato del ‘Sole 24 ore’, il quale non esita ad attribuire sin d’ora alla Cina del boom postmaoista anche la detenzione di un titolo a suo avviso essenziale: la scelta e la pratica di un moderno “imperialismo virtuoso”, basato sull’espansione economica cooperativa con tutti piuttosto che sulla potenza delle armi e sulle imprese militari. Un titolo che non solo Tramballi vede a rischio di abbandono, invece, da parte degli USA di Donald Trump, oggi agli antipodi, con l’ America first, della “turbo-globalizzazione” innestata da Pechino.

In realtà neppure le strategie di Xi Jinping e compagni appaiono così felicemente aggiornate dal momento che la Cina sta praticando una “politica del grosso bastone” verso numerosi vicini che contestano (non senza buone ragioni e anzi forti di una sentenza internazionale favorevole) la sua pretesa di controllare e sfruttare in via esclusiva un mare meridionale che bagna un po’ tutti, rischiando di venire ai ferri corti anche con il vecchio protettore americano dei contendenti.

Pechino sta imitando, insomma, la manomissione della Crimea e l’intervento nell’Est ucraino che Tramballi rimprovera ad una Russia giudicata “obsoleta” perché incapace, nei secoli e fino a tutt’oggi, di usare strumenti diversi dalla forza più o meno bruta per perseguire i propri veri o presunti interessi nazionali. Giusto o no il rimprovero, resta il fatto che la stessa Cina si è armata e continua ad armarsi fino ai denti perché lo ritiene comunque indispensabile, come ogni suo rivale o concorrente, per la propria sicurezza ma anche per il perseguimento di più ampi interessi e più ambiziosi obiettivi.

Non si può tuttavia negare che quello russo si presenti effettivamente come un caso particolare. Il crollo dell’URSS aveva lasciato la sua principale erede in condizioni fortemente degradate sotto ogni aspetto, compreso uno status, nella migliore delle ipotesi, di potenza solamente regionale, nonostante il possesso di un arsenale strategico sovietico praticamente intatto. Qualcuno giunge a sostenere oggi che per ottenere o mantenere il rango di superpotenza basti disporre di almeno 5 mila missili nucleari. Si tratta evidentemente di una sciocchezza; nessuno oserebbe definire la Corea del nord una superpotenza qualora i suoi spregiudicati dirigenti riuscissero a superare quel livello.

Non c’è dubbio che l’armamento nucleare assicuri, anche indipendentemente dalle dimensioni del relativo arsenale, un grado di potenza non solo militare superiore a quello di chi ne è privo. La force de frappe francese, benchè minimale come il suo corrispondente britannico in confronto alle dotazioni americana ed ex sovietica, conferisce al detentore una capacità cosiddetta deterrente, o più in generale uno “scudo”, parecchio maggiore di ciò di cui dispone, ad esempio, la Germania. Non per nulla sono numerosi i Paesi riusciti a varcare la fatidica soglia, o tuttora aspiranti a farlo, a dispetto dell’ormai vecchio trattato di non proliferazione nucleare (e grazie talvolta a probabili complicità più o meno occulte dei privilegiati).

D’altra parte, dopo le apocalittiche esplosioni di Hiroshima e Nagasaki i più temuti strumenti di distruzione di massa non sono stati più usati, fortunatamente. E malgrado la corsa praticamente ininterrotta ad armamenti sempre più potenti e sofisticati non si sono più registrati neppure scontri aperti e ad oltranza tra i Paesi che ne possiedono. In altri termini, l’effetto MAD, ossia il timore della ‘mutua distruzione assicurata’, ha finora funzionato come prevedevano gli ottimisti, anche se per vari motivi sarebbe augurabile il ricorso ad espedienti alternativi per scongiurare il peggio.

Non sono tuttavia cessati, e si sono semmai moltiplicati, prima e dopo la fine della “guerra fredda” tra Est e Ovest, i conflitti anche aspri e duraturi, ma con l’impiego di strumenti bellici solo “convenzionali”, in ogni parte del mondo. Mettendo spesso a dura prova le potenze maggiori loro promotrici o comunque coinvolte, e non di rado concludendosi o trascinandosi con esiti per esse sostanzialmente negativi. Di qui una diffusa esigenza di mantenere e rafforzare apparati militari anche convenzionali avvertita in Russia, dopo l’avvento di Putin al Cremlino, non meno e semmai più che altrove, a causa del marcato indebolimento subito in quel settore in seguito al “ribaltone” del 1991 e del riaffacciarsi di contrasti e tensioni con l’Occidente.    

Risale al novembre 2004 un annuncio del ritorno della superpotenza russa, con relativo invito a non scambiarlo per un bluff, quanto meno nel titolo di un articolo su “La Stampa” a firma di Giulietto Chiesa. Uno che di cose russe se ne intende e che per l’odierna Russia simpatizza malgrado la sua diversità dall’URSS di Michail Gorbaciov, per la perestrojka del quale lo stesso giornalista nonché corrispondente da Mosca aveva assiduamente tifato. E bluff in effetti non è stato, anche se nell’articolo si poneva l’accento sulla messa in cantiere da parte di Putin di nuovi sistemi di armi strategiche nucleari che, addirittura, «le altre potenze non hanno e non potranno avere», e tali perciò, secondo Chiesa, da provocare una «sostanziale modificazione degli equilibri strategici».

Non è facile dire se e in quale misura un simile programma sia stato effettivamente attuato e con quali precise conseguenze, appunto, sugli equilibri strategici planetari. Il punto specifico appare, in realtà, di interesse tutto sommato secondario, mentre è certo che il rafforzamento militare della Russia è proceduto con impegno prioritario per tutto il primo quindicennio del nuovo millennio e con risultati, alla lunga, particolarmente tangibili e incisivi proprio nel settore degli armamenti convenzionali, dopo le prove poco brillanti fornite dall’ex Armata rossa in Cecenia e, ancora nel 2008, nel breve conflitto con la Georgia.

La prova del fuoco si è avuta con le operazioni “ibride” e comunque efficaci a spese dell’Ucraina nel 2014 e soprattutto con il successivo e imperioso intervento in Siria, rivelatore forse per tutti di capacità belliche insospettate oltre che di una contestuale accortezza politica. Operazioni, questa come quelle, i cui esiti più duraturi potranno essere registrati solo col trascorrere del tempo, tenendo conto che in politica nulla è definitivo. Intanto, però, sono state sufficienti a dimostrare, agli occhi di molti, che la Russia abbia davvero riacquistato quel rango e quel ruolo internazionale che sembrava avere perduto e che, sempre secondo molti, le compete quasi di diritto.

Non si parla sempre di una superpotenza di ritorno, anche perché la Russia ufficiale o ufficiosa tende piuttosto a schermirsi al riguardo, salutando di preferenza il tramonto di quella americana e con esso del concetto stesso di superpotenza, a beneficio della parità per principio tra più primattori planetari, di un più democratico multipolarismo e di più equilibrati rapporti di potenza. Persino lo “Sputnik”, superorgano della propaganda online all’estero, ha scelto nei giorni scorsi di annunciare indirettamente la grande novità citando una rivista americana, “The National Interest’, la quale rende noto che gli USA non rappresentano più una superpotenza perchè Russia e Cina sono ormai in grado di sfidarli militarmente, citando a propria volta le dichiarazioni di Vincent Stuart, nientemeno che un generale dei marines.

Tutto ciò non toglie, peraltro, che in terra russa non si mostri alcuna remora a pavoneggiarsi per la ritrovata potenza militare e i successi conseguiti usandola concretamente o minacciandone l’uso. Non passa giorno o quasi senza che i media annuncino compiaciuti la messa a punto di una nuova arma altamente sofisticata ed efficace. E perfino su qualche testata residualmente critica nei confronti del regime, come ad esempio il settimanale ‘Argumenty i fakty’, può capitare di leggere titoli quali «la nostra vera ricchezza non sono le fonti di energia ma i nostri soldati».    

Si ama insomma a esibire i muscoli, alimentando così nel Paese non più “socialista” un clima di tipo da tempo desueto in Occidente e che a qualcuno ricorderà ancora quello caratteristico dell’Italia fascista, altrettanto fiera di più o meno esaltanti prodezze belliche, compiute o promesse. La suddetta menzione delle risorse energetiche, oggi fonte in Russia di delusioni e preoccupazione più che di vanto, viene tuttavia a proposito dovendo prendere in considerazione l’altra faccia della medaglia.

Il rafforzamento e l’esaltazione della potenza militare non trovano solo una giustificazione, alquanto scontata, nella denunciata ostilità straniera, ossia occidentale e semmai con l’aggiunta dell’estremismo islamico, che il Paese deve fronteggiare. Costituiscono altresì l’unica risorsa cui il regime di Putin può attualmente attingere sia per cercare di risolvere i problemi esterni sia per sostenere con la mobilitazione patriottica un consenso popolare tuttora elevato ma messo a dura prova da una grave crisi economica, con relativi risvolti sociali, che nella migliore delle ipotesi sta faticosamente transitando dalla recessione alla stagnazione.

Che si tratti di una risorsa adeguata allo scopo resta da dimostrare. La ritrovata potenza militare non sarà di per sé un bluff, ma potrebbe esserlo la sua finalizzazione. Già l’URSS, benchè più solida militarmente ed economicamente dell’odierna Russia, uscì virtualmente sconfitta dall’invasione dell’Afghanistan e poi anche dalla lunga sfida complessiva con l’Occidente a causa delle sue carenze economiche e fors’anche di quelle politiche. I regimi non inappuntabilmente democratici faticano normalmente più degli altri a correggere errori e a cambiare rotta quando necessario per venire a capo di situazioni critiche.

A quanti in Occidente si allarmano per la ricomparsa della superpotenza russa, oltre a registrarla, se ne contrappongono almeno altrettanti che dubitano dell’evento o addirittura lo negano. Per restare in Italia, basti citare Federica Mogherini, responsabile di quel tanto che esiste della politica estera dell’Unione europea (e che potrebbe però crescere in seguito ai recenti sussulti nei rapporti interatlantici) e mai distintasi per avversione nei confronti della Russia o per una sua sottovalutazione.

La vice presidente della Commissione di Bruxelles, che insiste piuttosto per mantenere aperto il dialogo con Mosca, ha sostenuto pubblicamente nei giorni scorsi che è ben difficile definire superpotenza un Paese per quanto grande la cui economia, oltre che in recidiva crisi, è di dimensioni inferiori a quelle di ogni singolo membro maggiore della UE, Italia inclusa. Lo scetticismo della Mogherini è più che condiviso da numerosi politici e osservatori, compresi anche alcuni russi.

E non è neppure sicuro, in fondo, che a Mosca, a livello responsabile, l’apprezzamento per l’abilità con cui il “nuovo zar” ha utilizzato finora le sole vere risorse di cui dispone oggi come oggi, controbilanci durevolmente il timore dei rischi cui espone il suo Paese o quanto meno il suo potere.

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