martedì, novembre 13

Russia, un voto con conferme e novità L’esito di elezioni amministrative parziali dischiude forse la prospettiva di una maggiore dialettica democratica nel sistema politico postcomunista

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Nella Russia putiniana il rito elettorale non è così sacro da decidere di volta in volta, in assoluta libertà, chi dovrà governare la federazione, le regioni e i comuni. Qualche sorpresa, per lo più minore, ogni tanto si registra, ma di regola i verdetti delle urne sono all’incirca quelli previsti e largamente scontati. Non proprio prefabbricati, va detto, come nella defunta Unione sovietica, dove non esisteva una competizione tra partiti e nemmeno tra singoli candidati in liste uniche, per cui si trattava di un omaggio puramente di parata alla democrazia ancorchè ‘socialista’.

Persino nell’URSS, tuttavia, poteva essere attribuito talvolta qualche significato a sia pure esigui aumenti di marginalissimi voti contrari (che non erano vietati) e di schede bianche, o a variazioni per quanto minime delle percentuali di votanti, benchè le relative cifre ufficiali andassero prese con le molle. Nella Russia attuale le maglie elettorali sono parecchio più larghe e una competizione plurima non manca, benchè limitata, precondizionata e almeno un pò manipolata anche in sede di conteggio.

Proprio alle oscillazioni temporali e alle differenze territoriali della partecipazione al voto, spesso sensibili, viene normalmente attribuito perciò un particolare rilievo. Ciò accade anche in occasione della consultazione di domenica scorsa, svoltasi in 80 degli 85 ‘soggetti’ della federazione, compresa la capitale, mettendo in palio 16 cariche di governatore e la composizione di altrettanti parlamenti regionali, cinque cariche di sindaco, i seggi di alcune assemblee comunali e sette seggi della Duma, camera bassa del Parlamento federale, rimasti scoperti.

Stavolta, però, c’erano buoni motivi per un’attesa anche più ampia, ossia per possibili segnali politicamente più accentuati. Compresi quelli provenienti dalla stessa Mosca, ovviamente al centro dell’attenzione benchè sulla facile riconferma di Sergej Sobjanin, suo sindaco da dieci anni (dopo avere capeggiato lo staff presidenziale) circolino pochi dubbi. Si tratta non solo di uno stretto e fedele collaboratore di Vladimir Putin, al punto da figurare tra i suoi più probabili delfini, ma altresì di un personaggio altamente popolare, e apprezzato anche da ambienti di opposizione, grazie all’efficienza con cui ha governato la gigantesca capitale.

Nel 2013 la sua seconda elezione era stata ostacolata dalla concorrenza di Aleksej Navalnyj, il contestatore più temuto dal Cremlino, capace di riscuotere il 27% dei consensi arrivando ad un soffio dal costringere Sobjanin al ballottaggio. In quell’occasione l’indomito blogger era stato ammesso a competere (cosa che non doveva più ripetersi, a Mosca e in generale) per esibire la democraticità del regime e sostenere indirettamente il prestigio del sindaco uscente.

Adesso le autorità si sono ampiamente cautelate usando il cosiddetto filtro amministrativo grazie al quale Russia unita, il ‘partito del potere0 predominante anche nei 146 consigli distrettuali della capitale, ha potuto escludere dalla competizione 22 dei 27 candidati complessivi, lasciandone così solo quattro, degli oppositori più docili, a sfidare Sobjanin più che altro pro forma.

Quanto a Navalnyj, gli è stato impedito di disturbare in qualsiasi modo mediante la conferma a fine agosto, da parte della Corte suprema, di una condanna a un mese di reclusione per incitamento a proteste di piazza nello scorso gennaio. Alla vigilia del voto, poi, le autorità competenti hanno intimato a Google, che ha dovuto cedere, di astenersi dall’ospitare su YouTube i post incendiari del campione anticorruzione.

Sobjanin, dal canto suo, si è sottratto ad un confronto in TV con i contendenti e ha declinato l’invito dei giornalisti a pronunciarsi sul tema politico più dibattuto e scottante del momento, dichiarando di volersi occupare soltanto di problemi amministrativi. Un ritegno comprensibile, nella circostanza, essendo il tema in questione una perdurante sollevazione popolare contro la riforma, in corso di varo, che aumenta drasticamente l’età pensionabile.

Voluta dal governo e da Russia unita, la riforma ha suscitato un’inedita ostilità da parte degli altri tre partiti rappresentati nel Parlamento federale e soprattutto di quello comunista, che ha proposto un referendum popolare per bloccarla. Come era prevedibile, Putin è intervenuto criticando il progetto di legge appena approvato in prima lettura dalla Duma ma si è poi limitato a proporre una riduzione dell’aumento (fissato in 5 anni per gli uomini, da 60 a 65, e in 8 per le donne, da 55 a 63) di soli 3 anni e per le sole donne.

La migliorìa, a quanto sembra, non è stata sufficiente a soddisfare le categorie direttamente interessate e la gente in generale, e neppure a salvare il “nuovo zar” dalla rabbia popolare normalmente rivolta contro il governo per quella che il leader comunista Gennadij Zhjuganov ha bollato come una “riforma cannibalistica”. Putin, infatti, non ha recuperato i 15-20 punti percentuali perduti in un paio di mesi nel suo tasso personale di gradimento da parte dei concittadini, che pure rimane relativamente elevato.  

Contro la riforma l’anziano condottiero dei ‘nostalgici’ ha esortato a protestare pubblicamente in tutto il Paese, e a quanto risulta dai sondaggi quasi il 40% della popolazione ritiene tuttora giusto farlo, come del resto avviene un po’ dovunque ormai da settimane, non senza appelli a disertare le urne il 9 settembre. Navalnyj, ad ogni buon conto, non aveva mancato di incitare i suoi a scendere in piazza nella capitale, in difesa dell’età pensionabile vigente e contro il regime, proprio nello stesso giorno.

E le manifestazioni ci sono in effetti state, a Mosca e in numerose altre città grandi e piccole, specie siberiane e dell’Estremo oriente, provocando oltre un migliaio di arresti, alcuni pestaggi e altri incidenti vari. Il tutto senza turbare in misura apprezzabile il regolare svolgimento delle operazioni di voto, controllate per quanto possibile da 12 mila osservatori russi e internazionali.

I quali, però, nulla potevano ovviamente contro le misure preventive adottate per condizionare l’espressione della volontà popolare. Come, ad esempio, quelle abituali e multiformi per incentivare la partecipazione al voto e al limite trascinare la gente alle urne, e che peraltro, secondo osservatori indipendenti, dovevano conciliarsi stavolta, non si sa bene in che modo, con espedienti di segno opposto, diretti cioè a scoraggiare od ostacolare la partecipazione dei cittadini spinti a votare contro il regime dalla riforma delle pensioni.

O come, in un caso più specifico ma anche più eloquente sotto vari aspetti, un’altra sentenza della Corte suprema: quella che, il 7 settembre, ha confermato l’esclusione di Parnas, il partito di opposizione più radicale in senso democratico e filo-occidentale, dall’elezione nella regione di Jaroslavl’, l’unica in Russia nella quale esso possedesse una rappresentanza parlamentare.   

Questa parte dell’opposizione, comunemente detta “extrasistema”, stenta oggi a farsi valere ancor più che in passato anche perché deve la sua debolezza e scarsa capacità presa alla propria cronica divisione in minuscoli tronconi. Anch’essa avrebbe comunque diritto a beneficiare di quelle “regole del gioco uguali per tutti” che lo Stato dovrebbe instaurare assicurandone il rispetto, come auspica il 30% della popolazione secondo una recente indagine dell’indipendente Centro Levada. Tenendo presente, ad ogni buon conto, che per il 62% degli interrogati lo Stato dovrebbe piuttosto assicurare a tutti i cittadini un adeguato tenore di vita.

Per il momento, tuttavia, delle suddette regole potrebbero beneficiare soprattutto le opposizioni “di sistema”, cavalcando la ribellione popolare contro la riforma delle pensioni, che ha in qualche modo oscurato l’appuntamento elettorale ma sembra avere influito in misura non irrilevante, malgrado tutto, sul suo esito pur largamente scontato. Russia unita, infatti, non ha mancato di dominare ancora una volta il campo, incassando però alcuni colpi imprevisti o almeno segni premonitori di difficoltà verosimilmente destinate a crescere.

Nella capitale Sobjanin ha superato agevolmente la prova ottenendo la riconferma quasi esattamente con gli stessi numeri pronosticati dai sondaggi: circa il 70% dei consensi (lasciando gli avversari a enorme distanza) e il 30% dei votanti rispetto agli iscritti. Una cifra oltremodo modesta, quest’ultima, e tuttavia attesa, appunto, oltre che più o meno in linea con la tendenza nazionale e del resto a malapena inferiore al livello registrato nell’elezione del 2013.

Altrove, invece, e in particolare nella Russia asiatica, il “partito del potere” dovrà affrontare i ballottaggi in quattro contese per posti di governatore contro una sola nella precedente consultazione (2015). Si tratta del Primorskij Kraj, la regione dell’Estremo Oriente con capoluogo Vladivostok, dove il titolare uscente ha distanziato nettamente il concorrente comunista, e della regione centrale di Vladimir dove la rappresentante di Russia unita, che nel 2013 aveva vinto al primo turno col 74% dei voti, stavolta ha superato solo di cinque punti un rivale dell’LDPR, il partito nazionalista e sedicente liberaldemocratico che osteggia la riforma delle pensioni non meno di quello comunista.

In altre due regioni, invece, i governatori uscenti di Russia unita hanno ceduto momentaneamente il passo ai rispettivi contendenti: il comunista in Chakasia, avanti di oltre dodici punti, e il libdem nel distretto di Chabarovsk, in testa di strettissima misura. Può darsi naturalmente che entrambi i battuti vincano poi i ballottaggi, grazie all’assenza delle sopracitate regole e alle vigenti prassi. Però il segnale comunque resterebbe, e tanto più forte in quanto i comunisti hanno strappato a Russia unita anche le assemblee legislative della Chakasia e della regione di Irkutsk.

In compenso, il partito di governo può vantare numerose vittorie già acquisite in altre regioni, con punteggi anche “bulgari” ossia superiori in più di un caso all’80%. Il che spiega come Putin possa essersi detto complessivamente soddisfatto di una giornata così problematica, dichiarando che i ballottaggi rientrano nella normalità elettorale. E ancora più appagato si è mostrato il premier Dmitrij Medvedev, che forse temeva di peggio soprattutto per la sorte di una riforma contestata a sinistra ma sostenuta dalla sua convergenza con gli ambienti più liberaleggianti in materia economico-finanziaria impegnati a guadagnarsi il pieno patrocinio di Putin.

Il “nuovo zar” deve però fare i conti anche con lo schieramento opposto che comprende un partito per sua natura statalista come quello comunista. La ‘Pravda’, suo organo di antica data, si dice delusa dall’esito delle elezioni, contrassegnate a suo avviso da apatia e sfiducia con conseguente perdita per il popolo russo di un’occasione favorevole per influire sui destini della nazione. Non così, invece, Zhjuganov, e tanto meno il suo più giovane vice, Ivan Melnikov, secondo il quale il PCFR consolida la sua posizione di seconda forza politica nazionale e grazie alle elezioni è anzi “emerso un livello qualitativamente nuovo di competizione con Russia unita”.

Se una simile visione troverà conferma negli ulteriori sviluppi non c’è dubbio che il quadro politico della Federazione russa subirà sensibili modifiche ma soprattutto che le difficoltà per Putin di guidarla con successo verso una soluzione dei suoi problemi di fondo, compresi quelli relativi ai suoi rapporti con il mondo esterno, aumenteranno parecchio. Salvo, forse, per quello di un’evoluzione del sistema politico in senso più genuinamente democratico, basato su una dialettica di per sé sempre sana e fertile.

    

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