lunedì, Maggio 17

Russia, un voto col filtro field_506ffbaa4a8d4

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In Russia si è votato, ieri, e volendo, da un certo punto di vista, si poteva anche farne a meno. Molti russi, anche e soprattutto uomini della strada, domandano perché si faccia tanto rumore per un evento che interessa un po’ solo (forse) agli addetti ai lavori e che quasi certamente, in linea generale, non apporterà nulla di nuovo. Si trattava di elezioni locali, che altrove di regola appassionano meno di quelle nazionali benchè, a rigore, vi siano in gioco questioni e persone più vicine agli elettori e alla vita quotidiana. Stavolta, però, avevano qualche sapore politico in più sia perché il paese sta attraversando un momento particolarmente difficile, e probabilmente tutt’altro che transitorio, proprio per la vita di tutti i giorni della grande maggioranza della popolazione, sia perché costituiscono, si dice, una sorta di prova generale per le elezioni nazionali in programma tra un anno.

La prova sicuramente interessa anche in quanto tale ai governanti. I quali, come si è rilevato per l’occasione all’estero, per l’ennesima volta da quando al Cremlino si è insediato Vladimir Putin si sono cambiate le regole del gioco allo scopo del tutto evidente di ottenere un certo risultato voluto: quello, naturalmente, di assicurare la permanenza al potere, locale e centrale, di uomini e partiti graditi al suo vertice, mantenendo in condizioni di non nuocere quanti maggiormente lo contestano. Tutto ciò può suonare scarsamente democratico o anche solo corretto nei confronti dei governati, ma significa altresì che a salvare almeno una parvenza di democrazia l’attuale regime ci tiene, sia per non scontentare del tutto quanti (per pochi che siano) alla democrazia ci credono sia per offrire di sé un’immagine non del tutto repulsiva ad una parte almeno del mondo esterno.

Lo stesso faceva del resto (e non era certo l’unico al mondo) anche il regime sovietico, dove le elezioni costituivano un rito irrinunciabile e persino obbligatorio per i cittadini benchè la loro sostanza politica fosse palesemente uguale a zero e la pura formalità sottolineasse semmai il carattere prettamente autoritario del sistema vigente. Sulla carta, quello attuale ammette invece una certa dose di competizione e quindi di scelta. Anziché un partito unico come il defunto PCUS in parlamento ne siedono quattro, che danno vita ad un minimo di dialettica politica mentre i partiti cosiddetti (alquanto abusivamente, ma significativamente) “antisistema” sono pesantemente discriminati ma non emarginati al cento per cento.

Tra tutti domina la scena Russia unita, il “partito del potere” capeggiato da Putin e dal premier Dmitrij Medvedev. Non gli fanno ombra, pur non essendo formalmente suoi alleati, il PCFR (Partito comunista della Federazione russa) erede del PCUS, e il sedicente Partito liberal-democratico dell’istrione nazional-populista Vladimir Zhirinovskij, che di tanto in tanto lo criticano su alcune questioni e su altre lo pungolano. Qualcosa di più simile ad un’opposizione, di orientamento liberale, è o piuttosto era Russia giusta, che però ha finito col perdere mordente anche a causa di pressioni e influenze varie da parte governativa. Il tutto, va detto, in un contesto reso più favorevole in questi ultimi anni al “partito del potere” dalla mobilitazione patriottica con cui il regime ha risposto alla crisi ucraina e alla conseguente tensione con l’Occidente, ottenendo consensi popolari senza precedenti un po’ a tutti gli effetti.

Ne ha fatto per contro le spese l’opposizione più radicale, di tendenza più o meno filo-occidentale e comunque di stampo credibilmente liberale e democratico, già  indebolita in partenza dal suo modesto appeal, dalle sue divisioni e dalle rivalità tra i suoi capi, se si vuole dalla loro incapacità di “parlare al popolo”, come molti sostengono, e così via. A renderla pressocchè irrilevante e impotente hanno comunque contribuito una serie di ostacoli  sistematicamente frapposti alla sua attività, le multiformi angherie subite e le vere e proprie intimidazioni culminate nella persecuzione giudiziaria del suo esponente più aggressivo e più temuto, Aleksej Navalnyj, e nell’assassinio tuttora misterioso di uno dei suoi esponenti più prestigiosi, Boris Nemzov.

Ciò non è bastato ad eliminarla completamente e anzi neppure a scoraggiarla, dal momento che è riuscita a trovare una parziale compattezza all’interno di una Coalizione democratica tra cinque diversi gruppi comprendenti il PARNAS (Partito per la libertà del popolo), capeggiato dall’ex premier Michail Kasjanov e da Ilja Jascin, già stretto collaboratore di Nemzov, nonché il Partito progressista di Navalnyj. Anche questa ed altre componenti dell’opposizione “antisistema” hanno dovuto però subire ulteriori intralci e sbarramenti preelettorali da parte di un regime uscito indenne dalla contestazione di piazza del 2011-2012 ma rimesso evidentemente in allarme, ora, dalle possibili ripercussioni politico-sociali dell’ennesima crisi economica.

L’elenco è lungo. Include il “filtro” delle candidature regionali affidato alle assemblee municipali normalmente dominate da Russia unita, le condanne giudiziarie di comodo che impediscono a personaggi con qualche carisma di candidarsi (come nel caso di Navalnyj, che intendeva sfidare persino Putin nelle prossime presidenziali), il rigetto spesso pretestuoso di singole candidature o liste elettorali da parte degli organi competenti, pestaggi inflitti ad attivisti  impegnati in campagna elettorale, imposizione di tetti ai fondi spese a disposizione dei candidati, molto variabili da regione a regione ma per lo più così bassi da avvantaggiare i partiti più ricchi (Russia unita e PCFR).     

Coalizione democratica aveva perciò scelto di limitarsi a gareggiare in tre regioni su 42 degli 83 “soggetti della federazione” complessivi nei quali si è votato (in 21 di esse per le cariche di governatore, in 11 per il rinnovo delle assemblee regionali e nel rimanente per i consigli municipali), per la precisione quelle di Novosibirsk, Kaluga e Kostroma. Una sua lista aveva però ottenuto la “registrazione” solo in quest’ultima (e per di più solo dopo un ricorso all’Ufficio elettorale centrale), dove le probabilità di successo anche per il suo candidato più importante, Jascin, erano minime. In tutto, erano stati ammessi soltanto altri 11 candidati liberali presentatisi come indipendenti. Le esclusioni avevano colpito anche formazioni di segno opposto come gli ultranazionalisti di Rodina (patria), devoti a Putin ma concorrenti di Russia unita, mentre avevano risparmiato alcune liste di disturbo per altri partiti.

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