martedì, Giugno 15

Russia, un male greco?

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Più ancora delle fonti ufficiali, i media russi vicini al potere (che sono la grande maggioranza) continuano ad affettare ottimismo circa le prospettive dell’economia nazionale, in grave crisi da parecchi mesi. Non nascondono le cattive notizie ma tendono generalmente ad assicurare ai lettori che il peggio è già alle spalle, che la stabilizzazione e la ripresa sono alle porte, e così via. Lo ripetono ormai da non poco tempo, venendo regolarmente contraddetti da una realtà di segno opposto. I loro sforzi di dipingerla di rosa non sembrano vani, a giudicare dal fatto che i sondaggi danno la popolarità di Vladimir Putin in inarrestabile aumento, forse destinata a fermarsi solo col non lontano approdo alla soglia del cento per cento. L’incongruenza si spiegherebbe, naturalmente, se davvero la maggioranza sinora schiacciante dei russi, pur risentendo delle inevitabili ricadute della crisi e magari senza illudersi troppo circa l’imminenza delle promesse schiarite, apprezzasse sempre più, in compenso, i veri o presunti successi del regime su altri fronti. Fino a quando, in tal caso, si vedrà.

Qualche buona nuova, del resto, non manca. Nell’annata agricola appena chiusa, ad esempio, le esportazioni di grano hanno battuto, salendo a 32 milioni di tonnellate, un record assoluto. Niente male, per la parte più grossa di un paese, la defunta Unione Sovietica, la cui produzione dei campi era cronicamente deficitaria, con conseguenti massicce importazioni di cereali. Ma i dati positivi sono per lo più sopraffatti da quelli negativi, che nei giorni scorsi sono piovuti, sul già bagnato, addirittura a scroscio. Il meno sorprendente, benché anche più scontato e al tempo stesso più significativo, è tutto sommato l’ennesimo calo del PIL, che in giugno ha perso il 4,2% su base annua, dopo il -4,8% di maggio. Non si tratta di un rallentamento della decrescita ma piuttosto della conferma di una recessione che tende semmai ad approfondirsi, poiché nell’intero primo semestre dell’anno la contrazione produttiva è stata del 3,4%, dopo il già allarmante +0,2% del 2014.

Più scioccante deve essere stato il nuovo tonfo del rublo, che per la prima volta dallo scorso marzo è risalito al di sopra di quota 60 per dollaro, perdendo tutto il terreno riconquistato negli ultimi mesi. Nella migliore delle ipotesi, si è avuta la conferma, qui, di una volatilità della moneta nazionale che non ha uguali nel mondo tra quelle di più alto rango. La Banca Centrale si è vista così costretta a sospendere l’acquisto di valuta per rimpinguare i fondi di riserva destinati a fronteggiare situazioni di emergenza. Nel frattempo l’inflazione continua a infierire con punte che arrivano al 15%, parallelamente alla progressiva diminuzione dei redditi reali della popolazione iniziata nello scorso autunno. Calano perciò anche i consumi, scoraggiati altresì da un clima di sfiducia che permane nonostante l’esaurimento della corsa all’incetta di beni durevoli provocata dal primo crollo del rublo. A Mosca si segnala la chiusura, tra dicembre e marzo, di circa 900 ristoranti e bar, pari a un 9% del totale che, sempre nella capitale, a quanto si prevede potrebbe quadruplicarsi.

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