mercoledì, Settembre 22

Russia – Turchia: una prova di forza I conflitti in Siria al centro di un più ampio e multiforme confronto tra due potenze che sembravano finora di diverso rango

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Non è chiaro se la Russia odierna, ufficialmente e in generale, aspiri a recuperare la qualifica e il ruolo di superpotenza già ricoperto dall’Unione sovietica sua genitrice. Probabilmente no, per quel tanto che il termine può oggi significare, con superpotenze in declino oppure emergenti e comunque una certa tendenza della relativa categoria, come di quella immediatamente sottostante, ad inflazionarsi e quindi a perdere appunto di significato.

Più probabile che a Mosca ci si tenga al rango di grande potenza a raggio planetario, dal momento che vi si era reagito con indignazione ad una sortita di Barack Obama che aveva osato declassare il Paese a potenza soltanto regionale. Capace di farsi valere, cioè, e meritevole di considerazione e rispetto, soltanto in aree adiacenti ai propri confini o non troppo lontane da essi.

Anche qui, naturalmente, si dovrebbe appurare che cosa esattamente possa comportare la differenza, dato che a Mosca, ad esempio, si rivendicano, non senza buone ragioni, diritti e interessi vitali, e comunque sacrosanti, in Ucraina. I quali, invece, sono contestati non solo verbalmente contestati dall’ex presidente americano e da molti altri negli USA come altrove.

Al di là delle etichette e delle classificazioni, fortunatamente, è sempre possibile guardare alla sostanza delle cose, come suggeriva un personaggio del celebre film di Sergej Eisenstein con protagonista Ivan il terribile. Quel dignitario, cioè, che interrogato da un collega sulle incerte chances del principe della Moscovia di farsi riconoscere come primo zar di Russia rispose laconicamente: se sarà forte, lo riconosceranno.

Col suo intervento armato in Siria nel settembre 2015 la Russia di Vladimir Putin, il “nuovo zar”, compiva un gesto imperioso le cui vere finalità potevano anche essere relativamente limitate ma poteva altresì annunciare, al limite, il proposito di ricandidarsi, ricordando i tentativi falliti dell’URSS, a contendere agli Stati Uniti l’egemonia in una regione chiave per gli equilibri politici planetari come il Medio Oriente. Un proposito, o un vero e proprio disegno, coltivabile solo da una superpotenza o da una grande potenza in grado di gareggiare proficuamente con qualunque altra.

Con quel gesto la Russia postcomunista ha indubbiamente dimostrato di essere forte, sia militarmente sia per capacità e risolutezza ad usare le armi per conseguire un certo obiettivo, nonché infine per l’appoggio del quale i governanti russi hanno goduto al riguardo, almeno finora, da parte dell’opinione pubblica interna. Appoggio che tuttavia, anche fermi restando gli altri due requisiti, potrebbe rivelarsi non garantito a tempo illimitato.

A due anni e mezzo di distanza, d’altronde, non appare sicuramente raggiunto neppure l’obiettivo minimo dell’intervento: il salvataggio del regime siriano di Bashar Assad dall’attacco dei suoi numerosi nemici interni ed esterni. Quello che sembrava il più temibile, l’ ISIS, è stato sconfitto (benchè non proprio definitivamente, forse, né dovunque), ma altri non mollano e, soprattutto, sia tra i vincitori sul campo sia tra i loro protettori esterni non solo non brilla l’armonia ma incombe il rischio di nuove collisioni ancora più gravi e destabilizzanti di quelle che sembravano pressochè esaurite.

Al centro di questo nuovo scenario spicca la Turchia, che al conflitto siriano aveva, sino a ieri, più che altro assistito, sia pure con estrema attenzione e parecchia preoccupazione; pronta ad intervenire se necessario, dal suo punto di vista, in qualsiasi momento.

A preoccuparla maggiormente, se non esclusivamente, era il timore che gli sviluppi del conflitto favorissero, come in effetti è avvenuto, la causa dei curdi, presenti con forti minoranze in una larga parte del Medio Oriente oltre che nella stessa Turchia, per lo più impegnati in rivendicazioni autonomistiche o indipendentistiche e principali artefici sul campo della vittoriosa riscossa contro le milizie del califfato.

Allarmante per Ankara era già stato in precedenza l’intervento russo in Siria, accolto in modo tale da far temere addirittura uno scontro armato tra due Paesi storicamente nemici e tanto più potenzialmente tali perdurando l’inclusione della Turchia nell’Alleanza atlantica e dopo la recente riconquista russa della Crimea. Dell’ultima ridotta, cioè, dell’Impero ottomano nella terra degli zar e tuttora abitata anche da tatari suoi nostalgici e più insofferenti del ritorno russo (con conseguente repressione a proprio danno) che non dell’appartenenza per alcuni decenni all’Ucraina, sovietica e postsovietica.

Lo scontro non c’è stato a causa del fallito colpo di Stato ad Ankara contro il governo di Recep Tayyip Erdogan, che ha provocato una seria crisi nei rapporti tra la Turchia e i suoi alleati occidentali con in testa gli USA, accusati di concreto sostegno ai golpisti, nonché, per contraccolpo, un vistoso avvicinamento tra Ankara e Mosca con inerente prospettiva di un vero e proprio rovesciamento delle alleanze, tanto tipico quanto suscettibile di pesanti ripercussioni sull’assetto internazionale.

Si tratta però, alla luce di quanto sta ulteriormente accadendo, di una prospettiva non così semplice da mettere esattamente a fuoco. Spingendo i rapporti con l’Occidente fin sull’orlo della rottura, Erdogan e i suoi collaboratori dimostrano innanzitutto di non considerare indispensabile la garanzia della sicurezza esterna del proprio Paese rappresentata dal legame politico-militare con la NATO ed eventualmente con i soli Stati Uniti. Nei quali, da vari mesi, vedono semmai una minaccia per la sicurezza interna del loro regime.

Dietro le quinte, a quanto pare, Ankara e Washington stanno cercando di scongiurare una rottura che potrebbe tuttavia avvenire anche a breve termine se, ad esempio, da parte turca si tenesse duro sull’acquisto dalla Russia dei missili antiaerei S-400, ufficialmente bollato da parte americana come del tutto incompatibile con gli impegni atlantici dell’alleato eurasiatico.

Ma anche se la rottura con lo schieramento occidentale ci sarà ciò non significherà automaticamente che la Turchia passerà armi e bagagli dalla parte opposta. Non certo, comunque, come alleato minore o socio di minoranza della Russia in qualche nuovo raggruppamento. Alleanze e amicizie fanno comodo a tutti, ma non comportano necessariamente l’accettazione di posizioni subalterne. Nel proprio caso la Turchia di Erdogan lo ha dimostrato in entrambe le direzioni durante quello che viene per lo più percepito dall’esterno come un semplice e classico cambiamento di campo, pur non ancora completato e suggellato.

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