venerdì, dicembre 14

Russia-Turchia, è stato solo un flirt?

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La destabilizzazione dei rapporti internazionali, neanche trent’anni dopo una presunta “fine della storia”, colpisce ancora. Quelli tra Russia e Turchia, due grossi calibri del nostro pianeta, erano stati fra i più tempestosi per un paio di secoli prima di conoscere una relativa quiete dopo la seconda guerra mondiale. Pur schierate in due campi decisamente avversi, come quello cosiddetto socialista e l’Alleanza atlantica, non erano mai venute ai ferri corti e avevano trovato persino il modo di convivere instaurando un minimo di cooperazione.

Le cose avevano cominciato a complicarsi in seguito al crollo dell’URSS, se non altro a causa delle ambizioni di Ankara ad assumere una sorta di guida delle nuove repubbliche indipendenti dell’Asia centrale ex sovietica. Ma c’è voluta la crisi ucraina con conseguente intervento militare di Mosca in Siria per sospingere i due Paesi, l’uno ostile al regime al regime di Damasco e l’altro suo protettore, fin sull’orlo dello scontro armato presso la costa orientale del Mediterraneo.

Il rischio balenò nel novembre 2015, quando la contraerea turca abbattè, forse per errore, un apparecchio russo che forse era penetrato nello spazio aereo turco presso il confine siriano. Il peggio non accadde, ma la tensione tra i due Paesi rimase rovente per mesi. Vi pose fine il colpo di scena iniziato nel giugno 2016, quando Recep Tayyip Erdogan chiese scusa a Vladimir Putin per il mortale incidente per poi inscenare, pur senza abbandonare la NATO, qualcosa di parecchio simile ad un classico rovesciamento delle alleanze. Determinato, in realtà, da motivi estranei al rapporto diretto tra Ankara e Mosca.

Nel frattempo, infatti, il regime di Erdogan aveva dovuto fronteggiare un tentato golpe domestico, stroncato nel giro di poche ore ma seguito da una drastica repressione a tappeto, tale da accentuarne l’involuzione autoritaria. Inevitabilmente denunciata, questa, dagli alleati occidentali, peraltro accusati dal governo turco di simpatia iniziale per i golpisti o addirittura di complicità con essi, a cominciare dall’alleato principale, gli Stati Uniti. Da parte russa, invece, si solidarizzò con il governo stesso.

L’avvicinamento tra Mosca e Ankara, tangibile su vari terreni, si manifestò con particolare rilievo in Siria, dove i turchi cessarono di osteggiare più o meno attivamente Assad aderendo invece alla concentrazione degli sforzi contro l’ISIS, sia pure in un quadro d’insieme sempre molto complesso e spesso confuso anche a causa del ruolo militarmente molto importante dei curdi in generale.

Curdi non solo siriani e iracheni, cioè, ma invariabilmente visti e trattati da Ankara come il nemico principale perché in trasparente lotta, al limite, per l’indipendenza statale da tutti i Paesi mediorientali che li ospitano, oltre che imputati di pervicaci quanto sanguinose attività terroristiche nella stessa Turchia. E però, in compenso, appoggiati e in qualche modo protetti sia dagli Stati Uniti sia dalla Russia, in questo secondo caso fin dai tempi dell’URSS.

Nonostante la complessità e la confusione a livello di operazioni belliche, comunque, la convergenza tra Mosca e Ankara si mostrava costruttiva soprattutto a livello politico-diplomatico. Estesa all’Iran, altro sostenitore di Assad, era riuscita ad avviare colloqui di pace, ardui e laboriosi quanto si voglia, con i nemici del presidente siriano, ISIS naturalmente esclusa, previa stipulazione di accordi di tregua più o meno effettivamente applicati. Il tutto, dando l’impressione di emarginare dalla scena mediorientale gli USA, forse temporaneamente paralizzati dal cambio della guardia alla Casa bianca, e gli altri Paesi occidentali in qualche modo coinvolti in quello scacchiere.

Frattanto, i rapporti e i legami russo-turchi tendevano ad espandersi e arricchirsi anche in vari altri settori. Particolarmente significativo appariva ad esempio, per ragioni non solo economiche, il rilancio del gasdotto Turkish Stream, progettato per convogliare il gas russo anche più a ovest della Turchia, in sostituzione del South Stream osteggiato dall’Unione europea, dopo il congelamento provocato dalla collisione siriana tra i due governi.

Tenuto conto che il relativo annuncio era arrivato in occasione della visita di Putin ad Ankara nello scorso dicembre, ovviamente scontata era divenuta l’attesa di nuovi sviluppi dello stesso segno dalla visita che Erdogan ha compiuto a sua volta a Mosca un paio di settimane fa. Tanto più il clima tra Turchia e Occidente era intanto ulteriormente peggiorato a causa del negato permesso di alcuni Paesi della UE ad alti dirigenti di Ankara di tenere comizi sul loro territorio in vista del referendum per il rafforzamento dei poteri della presidenza turca, con conseguenti reazioni durissime di Erdogan e compagni.

L’attesa, invece, è rimasta sostanzialmente delusa. I due presidenti si sono dichiarati soddisfatti dell’esito del vertice. Putin ha sottolineato i progressi registrati o preannunciati sul piano strettamente bilaterale, come l’allestimento con l’aiuto russo della prima centrale nucleare turca, l’intensificazione delle relazioni finanziarie e turistiche, ecc. Erdogan ha parlato di un «processo di normalizzazione dei rapporti totalmente completato», di fiducia reciproca ripristinata e così via, pur non nascondendo che non c’è ancora accordo proprio su tutto.

Il “nuovo sultano” si è così concesso, in realtà, un tipico eufemismo. L’incontro al vertice è stato infatti contornato da segni eloquenti di un mutamento di clima se non addirittura di inversione di rotta. Anche stavolta non è mancato l’incidente mortale, vittima un soldato turco ucciso, il 23 marzo, da un cecchino in una zona di siriana di confine presidiata dall’YPG, la Forza di protezione del popolo curdo, ma con presenza militare anche russa. In precedenza, altri tre militari turchi avevano trovato accidentalmente la morte sotto un raid aereo russo.

Ankara ha ovviamente protestato, ma era il meno che potesse succedere data la situazione sul campo, ossia i comportamenti e gli obiettivi delle diverse parti in causa. Oltre ad osteggiare risolutamente il progetto di spartizione della Siria apparentemente favorito, quanto meno di fatto, dalla Russia, la Turchia cerca di scongiurare, anche con i movimenti delle proprie truppe, il già avanzato consolidamento di un paio di zone curde autonome nel nord-ovest del Paese e la creazione di altre verso est.

Mosca nega di aiutare in tutti i modi i curdi ma esorta Ankara a concentrare l’impegno bellico contro l’ISIS e preme sul governo turco, come ha esplicitamente fatto la settimana scorsa il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, affinchè cessi dall’opporsi alla partecipazione del PYD (il Partito di unione democratica che costituisce il braccio politico dell’YPG) ai negoziati di pace di Ginevra patrocinati dall’ONU. Allineandosi così, anche a questo riguardo, con gli USA.

Non c’è però solo il contenzioso siriano e mediorientale, tenuto conto che il problema curdo si pone anche in Irak. La Russia ha ridotto sinora soltanto in minima parte le sanzioni commerciali, turistiche, ecc. inflitte alla Turchia a causa dell’aereo abbattuto un anno e mezzo fa. Ankara sollecita la revoca totale ma Putin, espressamente interrogato dalla stampa, risponde che ci si arriverà «nel prossimo futuro» esistendo comunque solo difficoltà tecniche.

Ankara non si accontenta e pone un dazio del 130% su frumento e mais importati dalla Russia, del cui grano la Turchia è uno dei massimi acquirenti mondiali, e il ministro russo dell’Agricoltura, Aleksandr Tkaciov, reagisce dichiarando che così si sollevano «dubbi sulla sincerità delle intenzioni di costruire un rapporto durevole», minacciando un bando totale delle esportazioni agricole e avvertendo che il suo Paese è in grado di spostarle altrove senza difficoltà.

C’è infine la questione della Crimea e della sua minoranza tatara, un residuo della dominazione ottomana sulla penisola (e di quella mongola su tutta la Russia) e verso la quale la Turchia tiene a conservare un ruolo protettivo. Il grosso di questi tatari continua ad osteggiare attivamente, malgrado la repressione, l’annessione russa, che tanto più, perciò, Ankara si rifiuta di riconoscere. Lo ha ribadito in una dichiarazione del proprio Ministero degli esteri del 18 marzo, che l’ha bollata come un’inaccettabile violazione del diritto internazionale ovvero della sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina, confermando l’impegno turco a difendere i diritti dei tatari.

Come se non bastasse, alcuni giorni prima Ankara aveva ospitato il Ministro degli esteri ucraino Vladimir Grojsman, accompagnato da uno dei massimi esponenti della minoranza tatara, ora in esilio a Kiev e divenuto membro del parlamento ucraino. Ricevuto per l’occasione da tutti i massimi dirigenti turchi, Grojsman si è felicitato tra l’altro per la sospensione del servizio di traghetto con la Crimea decisa a quanto sembra da Ankara sollevando naturalmente le ire di Mosca, che non si accontenta a sua volta del fatto che la Turchia non abbia mai aderito finora alle sanzioni per l’annessione della penisola inflitte alla Russia dai suoi alleati occidentali.

Proprio durante una visita a Washington, nei giorni scorsi, il Ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu ha assicurato alla stampa che con la Russia va tutto bene e che con essa si continua a lavorare per risolvere i problemi regionali malgrado il contenzioso di Mosca con l’Ucraina e quello analogo con la Georgia.

È da presumere invece che sia nuovamente cambiato parecchio tra Ankara e Mosca anche, se non soprattutto, a causa del nuovo atteggiamento americano verso la Russia benchè non regni ancora la chiarezza sui reali propositi di Donald Trump. E che sia cambiato soprattutto per scelta russa, se è vero ad esempio che in precedenza fosse lecito aspettarsi piuttosto che Mosca potesse abbandonare i curdi alla loro sorte sull’altare del riavvicinamento con la Turchia.

La quale, adesso, cerca forse di giocare ancora la carta russa, per quanto possibile, per ottenere dai Paesi occidentali una maggiore comprensione della priorità nazionale assegnata da Ankara al problema curdo. Con quanto successo, resta da vedere. Secondo alcuni osservatori, l’evidente raffreddamento russo-turco non va sopravvalutato anche in considerazione dei nuove armi di livello strategico che Mosca si appresterebbe a fornire ad Ankara.

Ma la Russia finora ha venduto armi a chiunque per pressanti esigenze economiche, mentre altri osservatori della scena internazionale, anche russi, pongono preferibilmente l’accento sulle “naturali divergenze geopolitiche” tra Ankara e Mosca, sulle radici di una rivalità che sarebbero troppo profonde per non consentire che un accordo militare anche molto importante influisca sensibilmente sui rapporti oggi comunque precari tra i due Paesi.

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