sabato, Maggio 8

Russia tra guerra, terrorismo e protesta

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Tre di queste repubbliche sono più o meno fedeli a Mosca mentre due, l’Uzbekistan e il Turkmenistan, non nascondono la loro insofferenza per l’antica egemonia russa. E’ una divisione compatibile con la comune gelosia di una giovane indipendenza e che si incrocia con un maggiore o minore attaccamento alla religione e alla cultura islamiche. Al quale, finora, si accoppia un generale e fermo rigetto dell’islamismo militante di ispirazione per lo più esterna, che potrebbe tuttavia trovare nella regione un terreno più favorevole se il suo scontro con la Russia schierata in un certo modo si accentuasse e si estendesse dovunque.

Si tratta poi della stessa regione nella quale, come nell’Azerbaigian più vicino all’Europa, rivaleggiava in una certa misura con la Russia la Turchia sunnita di Recep Tayyip Erdogan per esercitarvi una sorta di patronato quanto meno morale oltre che economico, pur dovendo fare i conti anch’essa, in questo secondo caso, con un’imperiosa penetrazione cinese. La rivalità potrebbe riaccendersi e farsi sentire a vari effetti se i rapporti tra Mosca e Ankara tornassero tesi o addirittura conflittuali. Ricordando, tra l’altro, che prima della forse effimera schiarita la Turchia fu accusata da più parti di qualche concreta complicità con il califfato.

L’intervento russo in Siria, dunque, non sembra destinato a proseguire come una comoda e gratificante passeggiata militare anche se non sfociasse in uno scontro frontale con gli Stati Uniti. Già col solo trascorrere del tempo e il prolungarsi di un impegno oneroso sotto ogni aspetto aumentano i suoi costi economici, tutt’altro che lievi per un Paese strutturalmente debole e vulnerabile, e ai quali si aggiungono adesso quelli umani, ancora contenuti sul campo di battaglia ma potenzialmente ingenti e particolarmente dolorosi dentro casa sotto i colpi del terrorismo.

Si delinea così un quadro prospettico che richiama per qualche analogia il precedente dell’Afghanistan, un conflitto certo più cruento anche per l’Armata rossa di quanto non lo sia finora quello siriano per la Russia postcomunista ma che trascinandosi per anni senza esiti apprezzabili concorse a minare il sostegno popolare al regime sovietico e ad acuire l’esigenza di riformarlo.

Vi provvide Michail Gorbaciov con la sua perestrojka, uno dei primi passi verso la quale fu proprio la chiusura di quella ‘piaga sanguinante’, e che non bastò tuttavia a salvare l’URSS dal tracollo perché (pur contando anche gli errori commessi dai riformatori) gli impegni soprattutto esterni che quella ‘superpotenza sottosviluppata’ aveva assunto erano troppo superiori alle sue capacità e risorse e l’avevano perciò stremata.

La Russia odierna è meno oberata da impegni, finora, essendo sprovvista tra l’altro di un ‘campo socialista’, formato da Paesi solo ufficialmente ‘fratelli’ da mantenere faticosamente sotto controllo. In compenso però ha minori risorse da utilizzare, non possedendo in particolare un apparato industriale degno di un Paese avanzato, e soprattutto, a differenza dell’URSS che per quanto arretrata era largamente autosufficiente sotto ogni aspetto, è tuttora altamente dipendente dal mondo esterno, con quello occidentale in testa, sul piano finanziario, tecnologico, dei beni di consumo ecc.

Ora a Mosca si sta correndo ai ripari, è vero, ma esiste una robusta corrente di pensiero, rilevante anche agli effetti politici, secondo la quale la corsa a rimedi non puramente contingenti è incompatibile con quella agli armamenti e con una politica estera eccessivamente ambiziosa e impegnativa. Putin non sembra del tutto sordo a simili ragioni, ma tarda a compiere scelte strategiche, anche solo in tema di riforme economiche, che ne tengano conto in qualche misura.

Intanto il prezzo di una crisi non ancora superata rimane pesante per una larga parte della popolazione e, come viene sottolineato in questi giorni, per la maggior parte della Russia periferica, se è vero che in 62 delle 85 regioni (o province) del Paese la decrescita prosegue e un quarto di esse potrebbe trovarsi tra breve sull’orlo del default. Non stupisce perciò più di tanto che il Cremlino si mostri preoccupato sin d’ora per l’esito delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo, malgrado la popolarità sempre travolgente di Putin, anche se qualcuno fa notare che le relative percentuali accreditate dai sondaggi non tengono normalmente conto di quanti evitano di rispondere alle domande.

La preoccupazione, al Cremlino e dintorni, non si spinge verosimilmente fino al punto da organizzare deliberatamente la strage di San Pietroburgo per poter meglio giustificare la repressione del dissenso e della protesta, come qualcun altro insinua che possa essere accaduto. In gara di fantapolitica, del resto, con altri ancora secondo i quali terrorismo e manifestazioni di piazza potrebbero avere la stessa matrice. La repressione comunque c’è, anche preventiva, e sembra destinata ad intensificarsi, a spese sia di chi lancia bombe tra la folla sia di chi denuncia la corruzione e l’affarismo dilaganti ad ogni livello, scegliendo un bersaglio più comodo di altri, certo, ma per nulla immaginario, e però mirando implicitamente anche agli altri.

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