martedì, Settembre 21

Russia – Siria: l’ incontro tra Putin e Assad «Per quanto riguarda il nostro lavoro congiunto per la lotta ai terroristi nel territorio siriano, l'operazione è vicina alla fine» ha detto il Presidente russo

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«Fino alla vittoria totale sul terrorismo è chiaro che la strada sia ancora lunga. Ma per quanto riguarda il nostro lavoro congiunto per la lotta ai terroristi nel territorio siriano, l’operazione è vicina alla fine» . Queste le parole di soddisfazione di Vladimir Putin nel corso dell’ inaspettato incontro a Sochi con il Presidente siriano Bashar al’Assad.

Nel corso del summit, il Presidente russo ha auspicato che quanto prima abbia inizio la seconda fase della risoluzione della crisi siriana: quella di carattere politico. Questa, secondo Putin, dovrebbe essere facilitata dalla disponibilità di Assad a lavorare con quanti vogliono ripristinare la stabilità in Siria. In questo senso, l’ interlocutore siriano ha evidenziato che Damasco è ben propensa verso «coloro che sono realmente interessati a una soluzione politica in Siria, con i quali siamo pronti al dialogo».

Dialogo,dunque, il mantra. Anche quello con l’ opposizione è stato un altro dei meriti che Putin ha riconosciuto al suo alleato. D’altro canto, Assad ha osservato che «grazie all’esercito russo, la Siria è stata salvata come stato» e le azioni dell’ aviazione russa hanno contribuito a mettere in campo una strategia «basata sul rispetto della Carta delle Nazioni Unite, la sovranità e l’indipendenza dello Stato».

«Enormi successi» – ha puntualizzato il Presidente siriano – «sono stati raggiunti sia sul campo di battaglia che a livello. Molte aree in Siria sono state liberate dai terroristi e i civili che erano stati costretti a lasciare quelle zone sono stati in grado di tornare».

L’ incontro con Assad ha preceduto vertice a tre di domani con Recep Tayip Erdogan e Hassan Rohani.  In queste ore, Putin telefonerà al Presidente americano Donald Trump per discutere  la questione sia dal punto di vista politico che da quello militare, magari ampliando le zone di sicurezza per civili. Ma il vero tema tra Washington e Mosca riguarda il futuro della Siria e di Assad. La Russia si è detta pronta ad evitare qualsiasi ‘interferenza esterna’ al processo politico siriano e sostiene che Assad debba rimanere al potere fino alla scadenza del mandato nel 2021.

Contrapposti gli Stati Uniti e molti alleati arabo-sunniti. Non sono passati più di sei mesi, infatti, dal lancio americano dei 59 missili Tomahwack contro la base da cui sarebbero partiti i velivoli di Damasco per un feroce attacco chimico e, sebbene tanto la Casa Bianca quanto la Segreteria di Stato abbiano sempre rimandato al mittente le accuse di voler metter fine all’ egemonia di Assad, l’ insofferenza verso un alleato dell’ Iran rimane ed è condivisa con Arabia Saudita e Israele, il cui Primo Ministro ha più volte sostenuto che «dove viene sconfitto l’ISIS, entra l’ Iran». Dell’ attacco chimico, peraltro, grazie al veto opposto dalla Russia alle Nazioni Unite, probabilmente non si riuscirà a punire il responsabile dato che venerdì scorso l’ ennesima opposizione di Mosca ha prodotto lo scioglimento della commissione d’inchiesta ad hoc su quei crimini.

«Le influenze esterne dovrebbero essere limitate a sostenere il processo che dovrebbe essere guidato dai siriani stessi», ha detto Assad. Il Cremlino, in questo senso, da tempo afferma la necessità di una di un Congresso dei popoli della Siria, che dia voce a tutte le componenti etnico- religiose del Paese, magari nell’ ottica di un’ organizzazione federale dello Stato che tenga conto anche della minoranza curda.

Dal canto suo Erdogan, da tempo, vorrebbe una maggiore zona di influenza nel Nord-Ovest siriano, dove le truppe di Ankara sono già presenti nella provincia di Idlib, nel tentativo di limitare l’ allargamento curdo nell’ area. Proprio ieri, in corrispondenza di Idlib, secondo Skynews Arabia,  forze curdo-siriane hanno attaccato un posto di blocco militare turco. Fino a questo momento  stati frequenti i bombardamenti di artiglieria e aerei turchi contro postazioni curde.

Il problema ora è cosa rimane sul terreno, dopo la sconfitta dello Stato Islamico. «Gli atti diabolici del gruppo terroristico sono finiti, le conseguenze rimarranno, ma le fondamenta e le basi sono state annientate» ha detto il Presidente iraniano Rohani. Stato Islamico che, secondo il generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds, sarebbe stato sconfitto «dopo aver stuprato donne, ucciso uomini, donne e bambini, distrutto moschee, ospedali, scuole e istituzioni», causando danni per 500 miliardi di dollari.
«Nei primi mesi l’organizzazione Daesh è stata in grado di ingannare molti paesi e molti musulmani usando il nome dello Stato islamico in Iraq e in Siria. Migliaia di musulmani sono stati vittime dei bombardamenti e degli attacchi dell’organizzazione terroristica legata agli Stati Uniti e ai piani dei suoi leader». Accusa che certamente complica degli equilibrati colloqui sul futuro della regione, soprattutto dopo la decertificazione del JCPOA e dopo l’ ultima crisi libanese che ha aumentato la tensione tra Iran e Arabia Saudita.

Il vice presidente della Commissione Difesa del Consiglio della Federazione russa, Franz Klintsevich, ha affermato: «Come prevedono gli accordi precedentemente firmati, le basi militari del Russia sul territorio della Siria rimarranno e proprio questo intendeva il presidente Assad, quando ha parlato di garanzie di non interferenza e di stabilita’ nel paese». La Russia si sta dunque preparando a mantenere una sua roccaforte in Siria. Il problema sarà vedere se quanto auspicato da Mosca per la Siria convincerà gli altri attori e quale sarà il compromesso e la spartizione finale dei ‘vincitori’ della lotta allo Stato Islamico.

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