giovedì, Aprile 22

Russia, se l’oro nero cambiasse colore

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L’eventualità da molti auspicata che il grano rimpiazzi il petrolio come prodotto dominatore del mercato mondiale non è una novità di questi ultimi giorni o settimane. In Italia, ad esempio, ne aveva già parlato ‘La Stampa’ online nella scorsa primavera. Ora la prospettiva, benchè ovviamente non collocabile a breve termine, sta prendendo sempre più quota sotto la spinta di sviluppi di segno opposto riguardanti sia l’oro nero, sia quello giallo non metallico.

Entrambi risentono in particolare dell’irresistibile apprezzamento del dollaro rispetto alle altre monete, che contribuisce a penalizzare il primo e premiare il secondo. Ma si tratta appunto solo di un contributo, per quanto attualmente di grande risalto. Agiscono in quella direzione anche vari altri fattori, che anzi a loro volta concorrono a spiegare la stessa escalation, pur sempre relativa, della moneta USA.

L’eventualità e la prospettiva di un cambiamento di scena -così imprevedibile fino a poco tempo fa- interessano fra gli altri, e fors’anche più di qualsiasi altro, la Russia. L’unica grande potenza, cioè, la cui economia dipende in misura determinante dal petrolio (e in subordine dal gas naturale) e proprio per questo, soprattutto, è ripiombata in una grave crisi difficilmente risolvibile a breve scadenza. Al tempo stesso, la Federazione guidata da Vladimir Putin è il Paese che vanta i maggiori titoli per incamminarsi verso una storica svolta. Anche prima che la Russia si separasse dal resto dell’Unione Sovietica, si doveva in larga parte ad essa una dotazione senza uguali al mondo di risorse naturali. All’URSS, si ricordava spesso, mancava soltanto la gomma.

Lo stesso valeva naturalmente per il pre-esistente impero zarista, che prima di crollare nel fatidico 1917 aveva appena avviato un vigoroso sviluppo industriale col sostegno del capitale straniero, soprattutto britannico e francese, investito preferibilmente nelle materie prime oltre che nel settore bancario. In compenso la Russia pre-comunista esportava ovunque enormi quantità di grano, forte di un potenziale agricolo tale che, si sostiene non a caso oggi, se il resto del pianeta venisse colpito da una micidiale siccità il paese sarebbe in grado di salvare dalla fame tutti gli altri.

Sotto il regime comunista il quadro si capovolse. La priorità venne conferita all’industrializzazione a tappeto e l’agricoltura, quasi interamente collettivizzata, fu ridotta a Cenerentola di un sistema economico pur votato all’autosufficienza. La quale, tuttavia, non fu mai raggiunta (neppure quando all’URSS si aggiunse un vasto ‘campo socialista’) proprio a causa della cronica inadeguatezza del settore agricolo, particolarmente deficitario sul versante cerealicolo ma con inevitabili ricadute anche su altri.

Ancora alla fine degli anni ’80 l’URSS doveva importare grano per 46 milioni di tonnellate da Paesi non proprio amici come il Canada, l’Argentina e gli stessi Stati Uniti, con conseguente dipendenza dall’avversario capitalista e a discredito del portabandiera del ‘socialismo reale’.

In piena ‘guerra fredda’ si ironizzava spesso e volentieri sulla superpotenza rossa capace di grandi imprese spaziali, ma non di assicurare il pane ai suoi cittadini. Sbagliando, per la verità, perché a Mosca e dintorni il pane certo non mancava, ma si continuava semmai a sprecarlo come accadeva un tempo anche in Occidente. Mancava invece, e parecchio, il granoturco indispensabile per i foraggi e per l’allevamento, malgrado i maldestri tentativi di Nikita Chrusciov, ma anche dei suoi successori, di promuovere la produzione della preziosa kukuruza.

Anche oggi il mais, benchè non scarseggi, rimane una componente secondaria della produzione cerealicola complessiva della Russia di Putin, cui contribuisce solo per circa un decimo. Continua invece a dominarvi il frumento con più della metà di un totale che, comunque, è in costante aumento al di là delle oscillazioni dovute al fattore climatico. La scena, in effetti, ha subito un nuovo e spettacolare cambiamento. Nel 2015 la Russia ha battuto un record produttivo nazionale e quest’anno, a quanto sembra, si appresta a diventare il primo esportatore mondiale di frumento (si prevedono 23,5 milioni di tonnellate) scavalcando USA e Canada, penalizzati dal dollaro forte.

La Russia già esporta grano in un centinaio abbondante di Paesi, per lo più afroasiatici, con in testa Egitto, Turchia e Iran nell’ordine, e con ottime possibilità di acquistare nuovi clienti e quote di mercato sottraendoli ai concorrenti nordamericani e dell’Unione europea. Grazie, ciò, non solo a cambi valutari oggi favorevoli ma anche ad altri fattori compreso quello qualitativo. Il contenuto proteico medio del frumento russo, ad esempio, è sensibilmente migliorato negli ultimi anni superando il suo corrispondente francese.

Ma le prospettive diventano ancor più rosee se si tiene presente che le condizioni in cui opera l’agricoltura russa in generale non sono affatto migliorate, nell’insieme, rispetto all’era sovietica. Gli sforzi compiuti recentemente per risollevarla si sono concentrati sinora sui settori extracerealicoli, maggiormente dipendenti dalle importazioni a loro volta colpite dall’embargo in risposta alle sanzioni occidentali. Non sono mancati quindi i primi ancorchè modesti progressi nel settore ortofrutticolo, mentre quelli ben più vistosi che si registrano nel campo dei cereali stanno avvenendo, si può ben dirlo, a dispetto di uno stato di abbandono che chiama in causa precise responsabilità governative e scelte politiche sinora predominanti.

Solo adesso, ad esempio, si preannuncia l’abolizione dei dazi sull’esportazione del grano, introdotta anni fa per non danneggiare i consumi interni. Si capisce quindi perché il presidente dell’Unione russa dei produttori di grano, Arkadij Zlocevskij, abbia scritto in un recente articolo che “il mercato del grano si è sempre sviluppato malgrado gli interventi del Governo piuttosto che grazie ad essi”.

Tra gli interventi effettuati finora ne figura almeno uno favorevole alla crescita del settore: le sovvenzioni statali alle grandi holding agricole private che hanno rimpiazzato i vecchi sovchoz e kolchoz sovietici, e che forniscono il grosso della produzione granaria, coprono il 15% delle loro entrate, mentre per le aziende medio-piccole non vanno oltre l’1,5%, con buona pace di quanti vorrebbero potenziare il ruolo di queste ultime.

Per il resto, però, l’elenco delle cose da fare è lungo e anche impressionante. Lo stesso Ninistro competente denuncia lo ‘stato deplorevole’ delle infrastrutture che dovrebbero agevolare i raccolti dei cereali e la loro commercializzazione.

Scarseggiano o sono malandati i granai, per cui il loro contenuto marcisce o comunque si deteriora. Sono insufficienti i grandi elevatori, normalmente in mani private e costosi da noleggiare. Ugualmente scadenti sono le attrezzature e l’organizzazione dei trasporti, con conseguenze particolarmente gravi in Siberia e nell’Estremo Oriente. Quest’ultimo dispone di 32 porti marittimi, nessuno dei quali in grado di funzionare come terminal per lo smistamento del grano. Queste ed altre deficienze provocano pesanti perdite di raccolto che ne vanificano almeno in parte gli aumenti e scoraggiano in partenza gli agricoltori dall’espandere la produzione, in un Paese così vasto nel quale la percentuale della terra arabile effettivamente coltivata è bassa.

Da più parti si arriva ad auspicare per le campagne russe, anche per esigenze socio-culturali e al limite politiche, una nuova rivoluzione addirittura all’insegna dello storico motto ‘la terra ai contadini’. Tanto per cominciare, potrebbe bastare un cambiamento di priorità nella politica economia per fronteggiare non con semplici palliativi la crisi economica che infuria.

Tra le varie proposte di alternative all’oro nero come pilastro dell’economia nazionale e della tenuta della sua moneta figura quella di ricollegare il rublo all’oro vero, che avrebbe un apprezzabile effetto a breve ma non a lunga scadenza, dato che la Russia dispone di cospicue ma non inesauribili riserve auree.

Il ricorso all’oro giallo non metallico non comporterebbe un simile problema e comunque sembrerebbe raccomandato da qualche semplice calcolo. Come ha ricordato il Ministro Zlocevskij, la produzione totale del complesso agroindustriale, nella quale campeggia il frumento, è ammontata in valore, nel 2015, a quasi 20 miliardi di dollari: una cifra superiore ai proventi della vendita di armamenti, pure cresciuti senza sosta negli ultimi anni, e pari a poco meno di metà del valore dell’export di gas naturale.

Il confronto col petrolio per ora non regge, ma se la produzione e l’esportazione di grano aumentassero rapidamente il subentro diventerebbe funzionale e conveniente. Non basterebbe certo a risolvere automaticamente tutti i problemi dell’economia russa, ma sì invece per assicurare in modo più affidabile l’afflusso delle risorse finanziarie necessarie per farlo, o comunque cercare di farlo.

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