martedì, Agosto 3

Russia: Putin sulle orme di Gorbaciov? Lo sviluppo delle imprese medie e piccole potrebbe cambiare il volto dell’economia russa e renderla più moderna ed efficiente

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Ricorre tra pochi giorni il centenario della rivoluzione russa del 1917, la seconda, quella bolscevica. Salvo sorprese, Vladimir Putin si guarderà bene dal celebrarlo, anche solo in tono minore, per vari motivi. L’attuale presidente della Federazione russa, principale erede dell’Unione Sovietica nata grazie al ‘grande ottobre’, la rimpiange (e ci tiene a precisarlo) solo in quanto indiscussa superpotenza mondiale in continuità con un grande impero, destinato a frantumarsi ventisei anni fa.

Dell’URSS Putin ricorda con ammirazione solo il suo secondo nonchè più duraturo e qualificante capo supremo Stalin, in quanto creatore della potenza militare sovietica e artefice della gloriosa vittoria sulla Germania nazista. Non parliamo poi di Michail Gorbaciov, dell’URSS sia pure involontario affossatore dopo essersi distinto come il suo più audace ma alla fine sfortunato riformatore. Putin, oggi, cerca forse qualche modello cui ispirarsi tra personaggi dell’era zarista, alla quale ama ricollegare il proprio regime sotto vari aspetti e che nonostante l’arretratezza e il prevalente spirito reazionario mise in luce, negli ultimi decenni, anche qualche riformatore di rispettabile levatura.

Inevitabilmente, però, alcune fra le più recenti sortite del ‘nuovo zar’ richiamano alla memoria soprattutto il precedente gorbacioviano, benchè manchino attualmente le premesse oggettive per una nuova perestrojka ossia per ulteriori svolte altrettanto epocali. Nella Russia odierna il sistema sovietico, tipicamente totalitario sotto il profilo politico e collettivizzato nonché pianificato sotto quello economico, ha lasciato il posto ad un ordinamento formalmente democratico ma corretto da pratiche autoritarie e ad un’economia liberalizzata ma ancora contraddistinta da una predominante presenza statale e da uno stretto controllo politico. Un ibrido, insomma, che potrebbe modificarsi in un senso o in quello opposto non su due piedi, certo, ma senza radicali stravolgimenti. Che del resto, date le passate esperienze, nessuno in Russia e altrove sembra auspicare e perseguire.

Putin non si limita ad aggiungere la propria voce al coro della Russia ufficiale che proclama la fine della recessione e preannuncia una ripresa della crescita produttiva a ritmi accelerati. Condivide anch’egli il generale ottimismo ma si mostra consapevole che, per non essere ben presto smentiti dalla realtà, urge concentrare gli sforzi innovativi in più direzioni, riassumibili nell’obiettivo di rendere l’economia nazionale più moderna e flessibile, più capace di adeguarsi ai mutamenti in corso nel mondo, come ha dichiarato nello scorso settembre parlando all’Eastern Economic Forum di Vladivostok.

Di qui gli ordini che Putin sta impartendo per promuovere lo sviluppo della produzione tecnologicamente avanzata, precisando che la sua quota attuale del 16% sul Pil totale deve salire al 30% entro il 2025, pur senza contare il settore militare che al Cremlino, naturalmente, sta sempre molto a cuore. Oppure, scendendo più in dettaglio, per conferire ad esempio un’alta priorità alla cibernetica.  In un recente incontro con studenti è giunto ad affermare che «chi diventerà leader in questo settore sarà padrone del mondo», guardando presumibilmente all’amica Cina che in proposito si sta muovendo molto più rapidamente della Russia.

Il perseguimento di simili obiettivi solleva però il problema degli strumenti da usare allo scopo. Anche per questo motivo, allora, richiama soprattutto l’attenzione un’altra esigenza che Putin aveva già sottolineato in precedenza e sulla quale è tornato la scorsa settimana con particolare enfasi e concretezza: il potenziamento della piccola e media impresa, uno dei cavalli di battaglia della corrente liberale e liberista ben presente, per quanto finora non soverchiante, nell’ampia cerchia dei collaboratori del presidente federale. Il quale ha affrontato il tema in un incontro a Soci con uomini d’affari tedeschi, rappresentanti di un Paese con il quale, malgrado le difficoltà politiche, le relazioni economiche restano di primaria importanza e semmai, grazie ad un più che mai vivo interesse comune, tendono ad intensificarsi ulteriormente.

Per l’occasione Putin si è pronunciato in termini che potrebbero essere totalmente sottoscritti da qualsiasi economista occidentale tra i più ascoltati. La nostra cooperazione, ha infatti detto agli interlocutori, «non deve limitarsi solo ai grandi progetti perché anche le piccole e medie imprese sono un fattore importante per lo sviluppo di una moderna economia». Rilevando quindi che, mentre in Germania il contributo del settore supera la metà del Pil, in Russia esso è molto inferiore e solo in sede progettuale si vorrebbe portarlo al 30-40% entro il 2030, contando anche sulla collaborazione con il corrispondente settore tedesco.

Il quale, peraltro, spesso lamenta, come del resto altri occidentali, che il clima per il business in Russia non è dei più incoraggianti benchè non proprio proibitivo come dimostrano non poche esperienze positive. Ma tutto ciò vale per le stesse piccole e medie imprese russe, la cui attività incontra non pochi ostacoli: la debole domanda interna, il peso schiacciante delle grandi società di ogni tipo, gli alti costi del credito e la burocrazia. Senza contare che lo spirito imprenditoriale è meno coltivato e apprezzato che altrove, stando anche ai sondaggi demoscopici che danno la relativa professione tra le meno attraenti. Il che, certo, contribuisce a spiegare il fatto che secondo il dato più recente la quota dei russi in età lavorativa che si cimentano in una propria startup non arriva al 6% annuo.

Si vedrà adesso se e quali effetti potranno avere le diverse misure fiscali e d’altro genere adottate dal governo e quant’altro si vorrà o potrà fare nel prossimo futuro a fini di incentivazione. Il nodo centrale da sciogliere, tuttavia, rimane pur sempre, in ultima analisi, quello di natura politica. In Occidente la molteplicità delle imprese di ridotte dimensioni viene generalmente considerata un basilare fondamento della democrazia, benchè non sempre adeguatamente difesa dall’invadenza del loro contrario. In Russia, invece, nella migliore delle ipotesi, prevale l’apprezzamento per una democrazia ‘guidata’, ossia abbastanza controllata e regolata dall’alto per scongiurare i pericoli dell’anarchia, dell’instabilità e dell’insicurezza.

Ne deriva una tangibile preferenza di vertice per un numero limitato di grandi o addirittura colossali imprese e società varie, politicamente più controllabili dal potere centrale quando non pienamente ligie e legate ad esso. Le quali poi, per un altro verso e per loro stessa natura, limitano di molto la libera concorrenza con tutti i suoi pregi tanto più quando, come spesso avviene, godono di posizioni di monopolio o semimonopolio, di fatto quanto meno tollerate malgrado esista a Mosca e forse in qualche modo operi una Commissione statale antimonopolio.

Si tratta inoltre di imprese e società in gran parte statali, il cui numero e conseguente peso sul Pil è aumentato dal 35% nel 2005 al 70% nel 2015 e, secondo le stime, al 75% attuale. E’ recente il varo di un programma ufficiale di privatizzazioni i cui primi frutti sono parsi in realtà oltremodo modesti, per dire il meno. Hanno per lo più avvantaggiato grossi gruppi già privati i cui proprietari e/o dirigenti appartengono alla cerchia dei maggiori amici e collaboratori di Putin, mentre quelli che lo avversavano o non si mostravano abbastanza docili sono stati perseguitati, espropriati o comunque messi in riga. Tutto ciò induce osservatori autorevoli a parlare di un capitalismo postcomunista russo non di Stato, come poteva definirsi, volendo, quello sovietico, bensì piuttosto feudale. Se saprà davvero diventare qualcosa di più moderno ed efficiente, sotto la benefica spinta di crisi economiche a ripetizione, lo diranno sviluppi che, almeno nelle intenzioni del Cremlino, sembrerebbero già avviati.

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