mercoledì, Settembre 29

Russia, Putin reprime ma forse ci ripensa

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Nel frattempo, comunque, la linea ufficiale nei riguardi dell’opposizione, di istituti e persone sospettati come ‘agenti stranieri’ e di esuli o emigrati a vario titolo in Occidente è sembrata indurirsi e preludere a ulteriori giri di vite. Ad esempio, con le accuse di omicidio (nel lontano 1998) e tentati omicidi lanciate contro Michail Chodorkovskij, il magnate del petrolio graziato da Putin nel 2013 ma inviato in esilio dopo l’espropriazione e dieci anni di carcere, e le misure persecutorie subite da un gruppo di opposizione attivo in patria e da lui finanziato.

Nello scorso settembre, inoltre, ogni possibile precauzione era stata adottata per evitare che l’opposizione ‘extrasistema’ ottenesse qualche successo nelle elezioni locali. Era stato pesantemente penalizzato soprattutto il raggruppamento RPR-Parnas capeggiato da Kasjanov e dal supercontestatore Aleksej Navalnyj. A quest’ultimo, che intendeva sfidare anche Putin per la presidenza federale, era stata inflitta nel 2013 una condanna per presunta truffa (giudicata iniqua ed abusiva nei giorni scorsi dalla Corte europea per i diritti umani) seguita da una seconda analoga per impedirgli di concorrere per l’elezione a sindaco di Mosca.

Il gioco era facilmente riuscito, e semmai un certo malcontento popolare aveva trovato modo di manifestarsi premiando in qualche caso, a spese dell’impopolare ‘Russia unita’ di Putin e del premier Dmitrij Medvedev, i candidati dell’opposizione ‘interna al sistema’ e in particolare il Partito comunista, ossia un’opposizione che può considerarsi realmente tale al massimo per la presenza nella Duma, la camera bassa del parlamento federale, di un paio di deputati del partito ‘Russia giusta’.

Si è giunti così ad una sorta di resa dei conti in occasione del primo anniversario, il 27 febbraio, dell’uccisione di Nemtsov, un appuntamento al quale i suoi compagni ed eredi si sono presentati lanciando serrate e documentate accuse contro Kadyrov, al quale, bollato come un pericolo per la Russia, ha addebitato tra l’altro la creazione di un califfato in Cecenia con la cieca e ingiustificabile tolleranza di Mosca.

Il giorno stesso si è svolta nella capitale una marcia di commemorazione e protesta per la denegata giustizia, che come di regola in simili casi ha visto una partecipazione di poche migliaia di persone, secondo la polizia, e invece di 25 mila secondo fonti neutrali e molte di più secondo gli organizzatori, che se ne aspettavano 50 mila. Avvenuta col permesso condizionato delle autorità, la manifestazione è stata turbata solo marginalmente da alcune provocazioni da parte di gruppi ceceni.

Era lecito comunque prevedere che la tolleranza del regime sarebbe rimasta improntata ad un’immutata ostilità verso l’opposizione più o meno ragionevolmente temuta, dato il contesto interno e internazionale e tenuto conto dei toni generalmente usati per l’occasione da politici e commentatori più o meno rigorosamente allineati.

Un deputato filo-governativo, Aleksandr Tarnavskij, ad esempio, rispondendo ad un lettore del settimanale ‘Argumenty i fakty’ sorpreso per l’accanimento di Kadyrov contro l’opposizione, ha pronunciato riguardo a quest’ultima parole sprezzanti analoghe a quelle usate da Putin nei confronti della Politkovskaja appena assassinata. Ha detto, cioè, che Kadyrov, da politico esperto, dovrebbe capire che gli oppositori, un gruppo sparuto con così scarso seguito popolare, non merita tanta attenzione e pubblicità.

Dal canto suo, il presidente della Duma, Sergej Naryshkin, ha parlato di uno ‘spiacevole conflitto’ tra il leader ceceno e i suoi avversari liberali invitando salomonicamente le due parti contendenti a seguire l’esempio del parlamento e aprire un ‘onorevole dialogo’ tra di loro. Passando sopra, sembrerebbe implicito, a qualche incidente di percorso, magari increscioso ma da non drammatizzare.

Tanta maggiore sorpresa ha perciò suscitato la notizia, all’indomani della manifestazione moscovita, che Kadyrov intende dimettersi anziché riproporsi per il rinnovo del suo mandato presidenziale che scade nel prossimo aprile, perché il suo ‘tempo è trascorso’, come ha spiegato alla TV, e la guida della Cecenia deve passare ad altre mani «in modo che il mio nome non sia usato contro il mio popolo».

Poiché tutto sembra indicare che il proposito annunciato da un personaggio comunque ingombrante come Kadyrov junior sia il frutto di pressioni superiori piuttosto che di un improvviso ripensamento personale, rimane da vedere se il Cremlino abbia anche stabilito che nei confronti dell’opposizione sia opportuno adottare un indirizzo più apprezzabile sia all’interno che all’estero, naturalmente sullo sfondo di una crisi economica che non demorde e si fa sentire a molteplici effetti.

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