venerdì, Aprile 16

Russia, Putin reprime ma forse ci ripensa

0
1 2


Il decisionismo putiniano ha superato, finora brillantemente dal punto di vista non solo del presidente russo e di nove decimi dei suoi concittadini, le prove esterne. I successi in politica estera non erano certamente facili da conseguire. Le prove interne che lo attendono, tuttavia, rischiano di rivelarsi ancora più difficili e possono esserlo in modo particolare per un regime come quello russo, situato a metà strada tra democrazia e autoritarismo, tra Stato di diritto e predominio dell’arbitrio.

Lo dimostrò la prova fallita, venticinque anni fa, dal regime sovietico che Michail Gorbaciov tentava di democratizzare sul piano politico e liberalizzare su quello economico. Dove il sistema democratico non è abbastanza credibilmente tale, ovvero sufficientemente solido e collaudato, i cambi di rotta sono più ardui e i fallimenti spesso più rovinosi che altrove. Anche se, va ricordato, a quello che affondò l’URSS diede un contributo determinante una multinazionalità che nella Russia post-sovietica permane in misura molto ridotta o addirittura trascurabile.

Anche Vladimir Putin deve confrontarsi con una duplice sfida. Quella lanciata al suo regime spurio da una grave crisi economica si trova al centro della scena e la sua gravità è tanto maggiore in quanto potrebbe mettere a repentaglio anche i successi in politica estera. Ma le sue ricadute più ovvie interessano il fronte politico interno, nonostante l’oceanico consenso popolare di cui gode il ‘nuovo zar’ (a sensibile differenza, peraltro, di quasi tutti i suoi massimi collaboratori e più ancora dei quadri politico-amministrativi in generale) e l’apparente assenza di credibili offerte alternative nel Paese.

Con ogni probabilità dal malessere economico il Paese non potrà guarire senza riforme o comunque scelte di fondo di grande impegno e anche politicamente delicate, riguardo alle quali il decisionismo putiniano appare alquanto titubante. Segni di indecisione o incertezza traspaiono però anche sul terreno politico in senso stretto, benchè qui si debbano fare i conti, appunto, con sfide per ora più potenziali che reali ma comunque non irragionevolmente temute.

Fino a ieri, quasi in senso letterale, il vertice del regime era sembrato proteso a premunirsi contro ogni pericolo almeno teoricamente immaginabile. La brutta impressione che aveva suscitato un anno fa, non solo all’estero, la nuova, brutale eliminazione fisica di un oppositore di punta come l’ex vice premier Boris Nemtsov, ucciso proditoriamente da sicari nei pressi del Cremlino, non aveva trattenuto quest’ultimo dal moltiplicare nei mesi successivi le misure repressive, le minacce e gli impliciti ammonimenti nei confronti degli avversari dichiarati.

Già allora si era subito capito che le cose sarebbero andate non diversamente dal più clamoroso quanto sinistro caso analogo precedente, l’assassinio della giornalista Anna Politkovskaja, attribuito da una giustizia compiacente a responsabili di comodo probabilmente predisposti alla bisogna: ceceni fedeli a Ramzan Kadyrov, luogotenente di Putin nella provincia nord-caucasica di cultura e religione islamica già indomitamente ribelle alla Russia post-comunista come lo era stata ancor prima all’URSS e ai conquistatori zaristi.

Figlio del condottiero dell’ennesima ribellione, stroncata forse stavolta definitivamente solo da Putin nel modo più spietato, il giovane Ramzan si era posto al servizio del vincitore archiviando il plurisecolare indipendentismo locale e governando la provincia col pugno di ferro in cambio di lauti finanziamenti da parte di Mosca e un’autonomia pressocchè illimitata dal potere centrale, impensabile in qualsiasi altra componente della Federazione russa.

Nei servizi da rendere o comunque resi di fatto al Cremlino rientrava evidentemente anche lo svolgimento di un ruolo di spauracchio e al limite di esecutore sommario nei confronti degli oppositori russi in generale ovvero di soffocatore delle voci troppo critiche verso il potere centrale. Tra queste spiccava appunto quella della Politkovskaja, rea d’altronde di pubbliche denunce proprio dell’apparente (o trasparente) complicità tra Mosca e Groznyj, il capoluogo della Cecenia.

Nemtsov, invece, si era esposto da ultimo preparando un dossier sull’intervento militare russo in Ucraina negato o minimizzato dal Cremlino quanto indigesto per l’opinione pubblica nazionale. Anche il suo assassinio è stato prontamente (e del resto credibilmente) imputato ad un gruppo di ceceni e recentemente liquidato senza alcuna preoccupazione giudiziaria di risalire ai veri mandanti, che però questa volta si sono praticamente autodenunciati.

L’incontenibile Kadyrov, infatti, non si è accontentato di tuonare contro gli oppositori in generale, bollati come ‘sciacalli’, servi dell’Occidente e ‘nemici del popolo’ da rigettare in manicomio come i dissidenti al tempo dell’URSS.  Ha altresì pubblicamente elogiato in quanto ‘autentico patriota russo’ un membro del suddetto gruppo già suo stretto collaboratore e ha infine diffuso un video contenente le immagini di due leader dell’opposizione, l’ex premier Michail Kasjanov e Vladimir Kara-Murza, inquadrati da un mirino. Se voleva essere una minaccia, la conferma non è mancata, perché il primo è stato aggredito in un ristorante mentre il secondo è a malapena sopravvissuto ad un tentato avvelenamento.

Il ras ceceno, peraltro, ha probabilmente ecceduto in zelo, oppure in presunzione, chissà se stimolata dalla concorrenza del jihadismo rampante in campo islamico e islamista. Sta di fatto che sono poi emersi anche dissapori con il Cremlino sia per le diverse reazioni alla nuova strage di Parigi, che ha visto Mosca solidarizzare ostentatamente con la Francia mentre Kadyrov se l’è presa con gli infedeli, sia a causa di incidenti locali con conseguente suo ordine dichiarato di sparare sulle polizie di altre regioni russe in caso di loro intrusione in Cecenia.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->