lunedì, Giugno 27

Russia, privatizzare o nazionalizzare? Liberisti e statalisti ai ferri corti e almeno in campo economico Putin stenta a sfoderare il suo ammirato decisionismo

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Un’altra apparente conferma del trend prevalente è venuta dalla recentissima cessione alla VTB, seconda banca nazionale controllata dallo Stato, di una quota di quasi il 30% di Magnit, seconda grande catena di supermercati diffusa specialmente in provincia. Il suo fondatore e virtuale padrone, Sergej Galizkij, plurimiliardario in dollari, ha optato per la vendita (conservando solo una quota personale del 3%) a causa di un calo dei profitti a vantaggio della concorrenza ma soprattutto della denunciata difficoltà che le imprese private incontrano sul terreno finanziario dominato direttamente o indirettamente dallo Stato.

Un imprenditore serio non deve mai lamentarsi né chiedere qualcosa al governo: quello che gli serve è solo la proprietà privata, ha detto Galizkij in un’intervista, aggiungendo però che l’amore per la patria deve fare i conti con la ‘completezza o incompletezza della libertà’. La grande distribuzione costituiva finora un’eccezione nel panorama russo avendo visto una sensibile contrazione anziché un’espansione del settore pubblico. Ci si domanda ora se il caso Magnit rimarrà isolato oppure inaugurerà anche qui un’inversione di tendenza.

Chi non ha dubbi ovvero sa bene come muoversi in proposito è la seconda forza politica del Paese, subordinata quanto si voglia alla prima ma pur sempre rilevante anche perché più legata ad un passato non lontano che sotto alcuni aspetti resta ben vivo non solo nel ricordo più o meno nostalgico.

Si tratta del PCFR, il partito comunista erede del PCUS defunto nel 1991, o meglio di un gruppo di suoi deputati che nei giorni scorsi ha presentato alla Duma una proposta di nazionalizzazione a tappeto: delle terre coltivabili e delle foreste, dei giacimenti minerari e delle risorse idriche nonché delle maggiori imprese strategicamente importanti con in testa quelle operanti nei settori energetico, dei trasporti e comunicazioni e dell’industria pesante, ma anche delle principali banche.

Le ragioni invocate per giustificarla sono molteplici: fronteggiare meglio i pericoli di licenziamenti massicci e di fallimenti di imprese strategiche o di loro caduta sotto controllo straniero, riparare ad errori e infrazioni commessi durante le privatizzazioni, rafforzare la sicurezza e la sovranità nazionali, oltre naturalmente a consolidare il sistema economico e rilanciare la crescita.

Non si sa per la verità in che misura la proposta rispecchi un orientamento comune di tutto il partito. Le nazionalizzazioni rientrano da sempre nel suo programma politico e costituivano un punto chiave del piano anticrisi presentato in occasione delle elezioni legislative del 2016. Il vecchio leader del PCFR, Gennadij Zjuganov, è ancora in sella ma si parla di una sua prossima sostituzione, mentre chi lo ha già rimpiazzato nella veste di rituale candidato alla presidenza federale, Pavel Grudinin, sostiene invece che la privatizzazione delle maggiori imprese sia condizione indispensabile per la futura prosperità.

Lo stesso Zjuganov, del resto, aveva sottoscritto di recente l’esigenza ineludibile di privatizzare per far quadrare i conti pubblici e scongiurare l’emorragia di valuta forte. Raramente, però, se non mai, era andato contro corrente, mentre il suo più giovane compagno di lotta, che al PCFR non è neppure iscritto pur dirigendo una grande azienda agricola di origine sovietica e intitolata a Lenin, sembra piuttosto intenzionato a modernizzare il partito e a correggerne le abitudini e la rotta.  E qualche effetto collaterale potrebbe produrre anche a questo proposito l’imminente elezione presidenziale.

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