mercoledì, Ottobre 20

Russia, privatizzare: ma come e perché

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L’esigenza di un ‘nuovo modello di sviluppo economico‘ è stata recentemente affermata e ribadita dal premier Dmitrj Medvedev, risfoderando una vocazione riformista, non solo in campo economico, già manifestata durante la sua presidenza interinale, diciamo così, della Federazione russa, ma apparentemente spentasi dopo il ritorno di Putin al vertice del potere.

Benchè le ironie al riguardo non siano mancate,  qualche esternazione consonante dello stesso Putin e un esplicito pronunciamento a favore di riforme strutturali da parte, fra gli altri, del numero uno della Banca nazionale, Elvira Nabjullina, a lui (si dice) molto vicina, hanno lasciato trasparire che qualcosa in quella direzione si stia effettivamente muovendo.

Quali riforme, però, più specificamente? Sull’imperativo per la Russia di diversificare il suo sistema economico, ricostruendo un apparato industriale inadeguato (praticamente inesistente l’industria leggera), risollevando la produzione agricola (anche per ridurre l’ampia dipendenza dall’importazione di alimentari), sviluppando i servizi e le infrastrutture, esiste praticamente l’unanimità.

Il problema è come farlo. Anche sul ricorso ad alcune modalità strumentali esiste, se non un generale consenso, una larga maggioranza favorevole. Non manca per la verità chi sembra guardare al passato mostrando nostalgia per la pianificazione sovietica. Lo fa l’accademico Vladimir Kvint, direttore di un Centro si ricerche strategiche, che invidia la Cina, dove il Partito comunista al potere verifica mese dopo mese l’attuazione di un piano di sviluppo fino al 2076, mentre se ne prepara un altro esteso addirittura su 200 anni.

Kvint però rende contestualmente omaggio a Deng Hsiaoping (e allo stesso Mao Zedong che gli affidò il suo storico compito), artefice del lancio della Cina verso gli exploit degli ultimi decenni, per aver saputo conciliare così efficacemente «i principi dell’economia di mercato con gli ideali del socialismo e del comunismo». Anche il Club Stolypin caldeggia una programmazione strategica centralizzata e sottoposta alla supervisione di un apposito organo, apparentemente simile al vecchio Gosplan, da affiancare al Presidente della Federazione, comunque in funzione di obiettivi più largamente condivisi da chi guarda più al futuro che al passato.

Tra questi campeggia il potenziamento della piccola e media impresa, la cui attuale esilità e marginalità viene generalmente considerata uno dei più gravi difetti dell’economia russa. La sua quota del giro di affari si è ridotta durante il periodo putiniano scendendo dal 26,4% del 2000 al 23,9% del 2014, in conseguente concomitanza con l’accresciuta preponderanza delle grandi imprese e in particolare di quelle statali, di regola meno agili ed efficienti ma in compenso più facilmente controllabili anche politicamente.

Si tratta già per questo motivo di un obiettivo doppiamente delicato. Gli ambienti di indirizzo liberale non esitano a sottolineare l’importanza di una crescita delle piccole e medie imprese anche ai fini di un rafforzamento della classe media, in Russia storicamente debole, arricchitasi negli ultimi tempi ma sempre molto meno prospera delle sue corrispondenti occidentali e tuttora numericamente limitata, secondo certi calcoli, al 13% della popolazione.

Secondo il sopracitato Zhukovskij, questa quota potrebbe addirittura abbassarsi al 5-7% nei prossimi tre anni in assenza di adeguate contromisure, e ciò a danno della funzione di baluardo quanto meno potenziale di un sistema democratico che la classe media svolge in Russia come altrove. Funzione alla quale può tuttavia contrapporsi la diffidenza da parte di un regime che ha già dovuto subire tre-quattro anni fa una vivace contestazione, di piazza e sul web, nella quale la stessa classe in gran parte nuova ha fatto sentire la sua voce e il suo peso.

Il regime è riuscito a respingere la sfida senza troppe difficoltà ma il fenomeno potrebbe altrettanto facilmente riproporsi, specie se la crisi economica continuasse a infuriare, diventando anche sociale. D’altra parte, proprio l’avvio di riforme sufficientemente lungimiranti e coraggiose potrebbe scongiurarlo.

Qualcosa, come già accennato, si sta forse muovendo in tale direzione benchè la questione si presenti delicata anche sotto un altro aspetto. Promuovere lo sviluppo delle piccole e medie imprese significa infatti, in larga misura, espandere il settore privato, quando la privatizzazione, in Russia, è vista molto male a causa del modo maldestro, gravido di durature conseguenze e decisamente impopolare, in cui è stata attuata all’indomani del ribaltone.

Eppure, in materia di riforme proprio sulle privatizzazioni si sta compiendo o profilando un primo passo meritevole di rilievo, anche se con apparente e del resto comprensibile fatica. Una lista di imprese anche grandi da privatizzare almeno in parte è già nelle mani dell’apposita agenzia per la gestione del patrimonio federale, competente a procedere al riguardo.

Il via, sinora, è stato dato solo per un pezzo relativamente grosso come Sovcomflot (marina mercantile), il cui pacchetto azionario dovrebbe essere venduto nel 2016 per 12 miliardi di rubli, pari a 189 milioni di dollari. Una cifra non imponente, alla quale andrebbero aggiunti i proventi della vendita a tappeto di altre partecipazioni statali più o meno piccole per complessivi 4 miliardi di rubli (85 milioni di dollari).

Pochi giorni fa la direttrice dell’agenzia, Olga Dergunova, ha annunciato che, secondo quanto concordato con il primo vice premier Igor Sciuvalov, dovrebbe essere accelerata la collocazione sul mercato delle azioni di tre fra le maggiori società pubbliche quali Rosneft, RusHydro e Aeroflot. La Dergunov ha inoltre precisato che l’operazione verrebbe effettuata, previa autorizzazione presidenziale, a prescindere dalle condizioni offerte sui mercati internazionali, mentre in precedenza si presumeva che le proprietà statali non si potessero alienare a qualsiasi prezzo.

A questo punto è però arrivata una smentita da parte della segreteria di Sciuvalov, che avvertiva di non saperne niente con particolare riguardo alla suddetta precisazione. Un malinteso, dunque, o un passo indietro? Se si è trattato di un ripensamento causato da sopravvenute resistenze, ovvero di un altolà da parte, al limite, del Cremlino, non ci sarebbe da stupirsi data la delicatezza dell’argomento e i più che probabili contrasti quanto meno sui dettagli delle ventilate operazioni.

D’altronde, qualora queste dovessero prima o poi partire, rimarrebbe da chiarire se si tratta di una mossa dettata solo dall’urgenza di fare cassa in una situazione critica oppure di un primo, importante passo delle auspicate riforme strutturali ovvero verso l’introduzione del nuovo modello economico preconizzato da Medvedev.

In entrambi i casi sarebbe altresì importante, infine, appurare se si tratterà o meno di un ennesimo regalo alla cerchia degli oligarchi già beneficati da Boris El’zin e tutt’altro che bistrattati poi (salvo ribellioni) da Putin, oppure anche di un’implicita apertura agli investitori stranieri, al momento, peraltro, piuttosto in fuga da Russia.

 

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