martedì, Settembre 28

Russia, privatizzare: ma come e perché

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Questa volta non ci sono più dubbi: la Russia è in piena recessione e non ne uscirà tanto presto. Aveva ragione Aleksej Kudrin, già Ministro delle Finanze e oggi alla testa di un Comitato di iniziativa civica, da tempo critico della politica economica (e non solo) del Governo di Mosca. Nella scorsa primavera l’ex collaboratore più importante di Vladimir Putin profetizzava per quest’anno un calo del Pil intorno al 4%, mentre il ministero per lo Sviluppo economico prevedeva solo un -2.8%.

Il risultato effettivo del terzo trimestre del 2015 è stato un po’ migliore di quello del secondo (-4,1% dopo il -4,6%) e anche di quello previsto dagli analisti e dal Governo. Ma pur sempre tale da indurre lo stesso Governo a preventivare, per l’intero anno, un calo del 3,9%, persino leggermente superiore alla previsione comunque fosca della Banca mondiale (-3,8%).

Ciò nonostante, esso pronostica, non si sa su quale base, una ripresa sia pure modesta nel 2016 (+0,7%), forse incoraggiato da un’analoga previsione della Banca mondiale che però l’aveva già praticamente capovolta, puntando su uno 0,6% col segno meno. E avvertendo, anzi, che, se anche nel prossimo anno il prezzo del petrolio rimanesse inchiodato intorno ai 50 dollari al barile, di crescita non ci sarebbe neanche l’ombra ma la recessione continuerebbe e addirittura (con un prevedibile -4,7%) si accentuerebbe.

È una prospettiva che trova ampi consensi tra gli economisti russi anche più o meno indipendenti. Non parliamo neppure di chi, come Vladislav Zhukovskij, giovane esponente del club Stolypin (il premier zarista che promosse un multiforme sviluppo della Russia dopo la rivoluzione del 1905), sostiene polemicamente che, se rimanessero al loro posto gli attuali responsabili della politica economica, per salvare il Paese dal naufragio servirebbe una risalita del petrolio a 120 dollari, che adesso langue poco sopra i 40.

Lo scetticismo circa la probabilità che l’oro nero torni in tempi brevi a quotazioni meno penalizzanti è largamente diffusa, anche senza condividere necessariamente la visione, ad esempio, di Igor’ Nikolaev, direttore di un Istituto di analisi strategica, secondo il quale si sarebbe già entrati in un lungo periodo di prezzi mondiali bassi simile agli anni ’90, quando per un decennio non superarono i 15 dollari contribuendo a mettere in ginocchio la Russia post-sovietica.

Gli stessi ministeri russi interessati ammettono comunque che per il prossimo futuro difficilmente si potrà contare su livelli più elevati di 50-60 dollari, mentre rimane piuttosto isolata, e del resto poco consolante, la voce di Igor’ Secin, boss di Rosneft, massima produttrice nazionale di greggio, il quale assicura, presumibilmente ex officio, che tra 15-20 anni il vento cambierà e si potrà godere a piacimento del barile a 160 dollari.

Al di là di ogni ottimismo o pessimismo, insomma, più che altro si brancola nel buio con tutti gli inconvenienti del caso. Per il 2015 è in funzione un piano anticrisi sul quale sono piovute molte critiche, ma che secondo il Governo sarebbe stato attuato, con esiti dichiarati soddisfacenti, al 60%. Per il 2016 ne è stato approntato un altro da applicare se sarà necessario, e l’eventuale necessità, manco a dirlo, sarà determinata dalle quotazioni del petrolio sul mercato globale.

Nel frattempo il Fondo di riserva (oro e valuta estera, in gran parte) destinato a fronteggiare emergenze si è depauperato di quasi un quarto nel corso del 2014 scendendo a un livello (385 miliardi di dollari) vicino a quello toccato nella grave crisi del 2008-2009. Nello scorso ottobre ha perso, in un solo mese, 5,4 miliardi, e secondo il Ministro delle Finanze Anton Siluanov si ritroverà dimezzato alla fine dell’anno in assenza di rincari dell’oro nero, mentre nel 2016 potrebbe finire completamente prosciugato.

Comprensibile, quindi, che proprio all’inaffidabilità della produzione ed esportazione energetica in quanto pilastro, sinora, del sistema economico-finanziario nazionale si debba almeno in parte la formazione di un consenso ormai ampio sulla necessità di cambiare rotta quanto prima anche ai fini di una programmazione non più aleatoria.

E cambiare rotta significa, per la grande maggioranza, avviare quelle riforme di struttura considerate del resto indispensabili, da più parti, da ben prima che esplodesse l’attuale crisi. L’economia, come sottolineato da Nikolaev, aveva cessato di crescere già a metà del 2014, quando il petrolio non aveva ancora cominciato a deprezzarsi e le sanzioni occidentali per il conflitto ucraino dovevano ancora arrivare. Il tutto, mentre l’economia mondiale non era a sua volta in crisi come nel 2008, bensì in ripresa più o meno marcata.

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