lunedì, Aprile 19

Russia, più amici e più nemici

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Su entrambe le sponde dell’Atlantico c’è allarme per le vecchie e nuove amicizie o almeno simpatie, peraltro non sempre disinteressate, che la Russia post comunista sta ritrovando o acquistando all’interno dell’Unione europea e della NATO proprio mentre i suoi rapporti con l’Occidente in generale si inaspriscono pericolosamente sotto ogni aspetto. Preoccupano tentazioni e giri di valzer di pesci relativamente piccoli come l’Ungheria, la Grecia e Cipro, ma anche certe ambiguità di altri più grossi, come la Francia e la stessa Italia. Il ‘Financial Times’  notava di recente che Matteo Renzi si sta mostrando verso il Cremlino persino più morbido di Silvio Berlusconi, e ciò prima ancora che il nostro premier annunciasse l’imminente visita a Mosca in funzione, dichiarata, della guerra all’ISIS. Si segue con qualche apprensione anche gli “I love Putin” di vari partiti  populisti o “antisistema”, benchè un altro autorevole organo britannico, ‘The Economist’, sia uscito con un pezzo sull’argomento che dall’elenco esclude gli innamorati italiani.

Per il momento, tuttavia, non appaiono imminenti né tanto meno scontate defezioni dal campo euroatlantico di sicuro rilievo, mentre sta assumendo semmai dimensioni e portata crescenti un fenomeno in certo qual modo simmetrico: il deterioramento dei rapporti tra la Russia e l’intero Nordeuropea, ovvero la parte del vecchio continente che si distende intorno al Mar Baltico. Si tratta di uno sviluppo tutt’altro che sorprendente, dopo lo scoppio di una crisi grave e forse persino gravissima come quella ucraina, per quanto concerne un gruppo di Paesi di quest’area accomunati dalla loro appartenenza non certo per libera scelta, fino a poco più di vent’anni fa, all’Unione Sovietica o ad uno schieramento da essa dominato e contraddistinto dalla loro “sovranità limitata”. Le tre cosiddette repubbliche baltiche, cioè, nel primo caso, e la Polonia nel secondo, tutte già accomunate altresì dalla caduta sotto la dominazione zarista tra il 17° e il 18°  secolo, dalla conquista o riconquista dell’indipendenza statale dopo la prima guerra mondiale e dalla sua riperdita, anche formale o di fatto, dopo la seconda.

Nonostante tutte le possibili differenze (etniche e culturali, oltre che storiche) riscontrabili tra questi Paesi e la “piccola Russia”, come a Mosca si chiamava un tempo l’Ucraina, l’intervento militare russo dentro e contro quest’ultima non poteva non suscitare di per sé, nell’area in questione, un automatico, vivissimo allarme. Tanto più vivo, dopo il rimpianto espresso da Vladimir Putin per l’URSS, le altre manifestazioni a Mosca di perduranza dell’eredità sovietica e la proclamazione da parte del Cremlino del diritto e del proposito di ripristinare e far rispettare da tutti il rango nazionale di grande potenza con relativa sfera di influenza. A tutto ciò si aggiungeva, per le tre baltiche e soprattutto per Estonia e Lettonia, l’oggettiva esposizione ad una specifica minaccia a causa della presenza sul loro territorio di cospicue minoranze russe, per di più non trattate proprio con i guanti, paragonabili alle popolazioni russe, russofone o russofile della Crimea e del Donbass, a protezione delle quali il Cremlino ha ritenuto doveroso intervenire con le armi, direttamente o indirettamente ma comunque nel modo più energico, dopo la “rivoluzione di Maidan” a Kiev.

Minaccia che lo stesso Cremlino, d’altronde, ha fatto del suo meglio per rendere credibile, al di là di tutte le accuse a governi e media occidentali di inventarla. Semmai, l’ha fatto soprattutto dopo avere subito le reazioni forse inaspettatamente dure della UE e degli USA. specialmente sotto forma di concrete e pesanti sanzioni. Non sembra comunque che fosse indispensabile per Putin e compagni accanirsi in particolare contro le tre piccole repubbliche, come invece hanno fatto con innumerevoli intrusioni nello spazio aereo, pretestuosi sequestri di persona, manovre militari presso i confini e le coste, una tambureggiante propaganda ostile e altre intimidazioni. Un esempio eloquente riguarda la frontiera  (136 chilometri) che divide la Russia dall’Estonia ed è rimasta a lungo controversa per alcuni tratti. Nel febbraio 2014 i due governi erano riusciti a stipulare un trattato per definirne il tracciato e che richiedeva la ratifica da parte dei rispettivi parlamenti. Quello estone si mostrava pronto ad approvarla, ma nello scorso novembre un esponente della Duma ha avvertito che la ratifica russa non era probabile nel breve periodo a causa del clima politico e della partecipazione estone alle sanzioni, cosicché il governo di Tallinn ha dovuto ripiegare su una legalizzazione unilaterale provvisoria.

Il confine passa vicinissimo a Narva, terza città estone abitata in grande maggioranza da russi. Proprio qui (fors’anche per ricordare tacitamente una sconfitta subita dai russi ad opera degli svedesi di Carlo XII nel 1700, prima del trionfo finale di Pietro il grande a Poltava, in Ucraina), in concomitanza con la festa dell’indipendenza, si è svolta il 25 febbraio una grande parata militare con la partecipazione di reparti di vari altri membri della NATO, presente finora nell’area con piccoli contingenti in corso però di rafforzamento. Per l’occasione, il capo di Stato maggiore estone ha affermato che “se non ci difendiamo da soli nessuno lo farà per noi” e che “noi per primi dobbiamo garantire la nostra sicurezza”. Parole molto orgogliose, in bocca al rappresentante di un Paese con solo 1,3 milioni di abitanti di cui circa un quarto russi. Ma anche poco credibili, nonostante tutti gli sforzi che l’Estonia, come i suoi vicini ed insieme con loro, sta compiendo per armarsi.

Il problema cruciale, per i baltici e non solo per essi, resta quello di quale e quanta protezione si possano aspettare dall’Alleanza atlantica. A rigore non dovrebbero esserci dubbi, che però da parecchie parti si nutrono, circa l’affidabilità dell’articolo 5, il più importante del trattato che l’ha creata, il quale obbliga tutti i firmatari a soccorrere militarmente quello che subisca un’aggressione. Se l’obbligo fosse disatteso l’alleanza perderebbe evidentemente la sua ragion d’essere. I dubbi sono tuttavia alimentati dalla capacità che viene attribuita alla Russia, specie dopo quanto accaduto in Ucraina, di inscenare e gestire “guerre ibride”, ossia operazioni di tipo anche militarmente aggressivo nelle quali però questo loro carattere viene in vario modo occultato o reso poco trasparente prestandosi così a diverse valutazioni da parte di più governi, non tutti ansiosi di scendere in campo senza troppe remore. Nel Consiglio atlantico, va ricordato, le decisioni si prendono all’unanimità e quindi con diritto di veto.

Sono sempre possibili, naturalmente, interventi di singoli alleati a titolo individuale, come lasciano presumere propositi e mosse americane e britanniche riguardo all’Ucraina. Resta poi da capire se da parte russa ci si possano davvero aspettare iniziative belliche più o meno avventate e pericolose o se Mosca si limiterà a mostrare i muscoli in ogni direzione come sta facendo in funzione di obbiettivi ancora oscuri e magari variabili a seconda delle circostanze. I rischi impliciti in situazioni come quella attuale comunque rimangono, e ad ogni buon conto le repubbliche baltiche cercano di premunirsi. Il ministro della Difesa lettone, Rajmonds Vejonis, ha dichiarato alcuni giorni fa di non vedere minacce incombenti ma non esclude che Mosca possa “utilizzare scenari di guerra convenzionale e ibrida”. Il suo omologo estone, Sven Mikser, ha invece assicurato di avere piena fiducia nell’efficacia dell’art. 5, precisando però che “non basta che ci crediamo noi, è molto importante che ci creda anche Putin”. Priva come le altre due di aerei da caccia, l’Estonia si è rafforzata con l’acquisto dall’Olanda di una quarantina di carri armati ultimo modello.

Le contromisure più vistose sono state adottate dalla Lituania, che pure delle tre è quella più seriamente danneggiata dai contraccolpi delle sanzioni  USA e UE, a causa di una quota russa nelle sue esportazioni che supera il 20%, circa il doppio rispetto alle due vicine. Quanto alle importazioni, la dipendenza dai combustibili russi rimane pesante, ma ci si appresta ad annullarla o quasi ricorrendo al gas liquefatto offerto dalla norvegese Statoil a prezzi molto vantaggiosi rispetto a quelli della russa Gazprom; alla sua rigassificazione provvederà un apposito impianto navale fornito dalla Corea del sud. In campo militare il governo di Vilnius si è visto respingere dalla Germania una richiesta urgente di mezzi blindati poiché Berlino è tenuta per legge a non vendere armi in aree di crisi. Ma fornitori alternativi non mancano, e intanto sono stati decisi l’aumento delle spese militari (dallo 0,8% attuale del Pil fino al 2% prescritto dalla NATO) e il ripristino della coscrizione obbligatoria abolita nel 2008 in modo da raddoppiare gli attuali effettivi (12.500 compresi i riservisti) nel giro di un quinquennio. Già dopo la riappropriazione russa della Crimea era stato inoltre diffuso un manuale per preparare i cittadini a fronteggiare un’eventuale invasione. Da ricordare che dopo quella del 1940 e la rioccupazione sovietica nel 1945 i lituani avevano sfidato a lungo l’Armata rossa con una tenace resistenza partigiana.

Le reazioni anche politicamente più significative alla crisi ucraina provengono invece dai Paesi meno piccoli e più ricchi dell’area baltica, quelli del Nordeuropea in prevalenza scandinavo. Dalla Norvegia, innanzitutto, anche se si tratta da decenni di una delle colonne dell’Alleanza atlantica, uno dei membri più convinti ed impegnati della NATO che non a caso nei giorni scorsi ha riscosso elogi oltremodo calorosi dal segretario di Stato americano John Kerry: “partner straordinario”, ‘biggest country in heart’. Unico Paese atlantico a confinare direttamente con l’URSS nell’estremo nord durante la guerra fredda e perciò spesso ai ferri corti con Mosca, essa deve fronteggiare oggi una rimilitarizzazione della porzione russa di un’area particolarmente delicata e disputata tra numerosi Stati come quella artica. In aggiunta agli insistenti sorvoli anche più a sud da parte di bombardieri pesanti russi ed altre apparenti provocazioni, ciò induce il governo di Oslo a denunciare un crescente comportamento aggressivo di Mosca nei propri confronti, verosimilmente ricollegabile peraltro alla dichiarata e piena disponibilità norvegese ad addestrare soldati ucraini. Tra le misure adottate o previste per rispondere alla sfida figurano una ristrutturazione delle forze armate nazionali per metterle in grado di reagire rapidamente a qualsiasi attacco, lo sviluppo della cooperazione militare con le tre repubbliche baltiche e un recente accordo con l’Australia per la produzione in comune di missili offensivi aria-mare con cui armare 52 (nel caso della Norvegia) caccia F-35A.

Ci sono infine i due pesci in un certo senso più grossi, ciascuno a suo modo ma con un preminente connotato comune. Svezia e Finlandia figuravano finora tra i pochi Paesi europei neutrali per eccellenza e tradizione. La prima da tre secoli (dopo le bastonate di cui sopra per mano del più grande zar russo), la seconda per ragionevole scelta dopo la seconda guerra mondiale, che l’aveva vista impartire una sorprendente lezione bellica all’URSS prima di soccombere, ma con onore, di fronte al colosso staliniano, e di tentare una mal calcolata riscossa sotto le ali della potente ma non onnipotente Germania nazista. Questa particolare collocazione internazionale, non irrimediabilmente intaccata dall’adesione di entrambe all’Unione europea (e nel caso della Finlandia anche all’Eurozona), rischia adesso di venir meno per responsabilità, se non si vuole parlare di colpa, della Russia, che ne aveva finora beneficiato in vario modo come già l’URSS. Mosca, sulla scia della crisi ucraina, le ha trattate solo un po’ meglio degli altri nordeuropei spaventandole con le incursioni di aerei e sommergibili, l’attività spionistiche e le manovre militari presso i confini.

Il risultato è che i governi di Stoccolma e Helsinki hanno annunciato una diecina di giorni fa la stipulazione di un accordo bilaterale di cooperazione militare in tempo sia di pace che di guerra, con finalità ovviamente difensive. Non si arriva con ciò ad un’alleanza in piena regola ma si compie comunque un primo passo verso l’uscita da un sia pur relativo e parziale isolamento internazionale, ovviamente compensato finora, oltre che dai legami economici, da quelli ideologico-culturali con l’Occidente. Il secondo e più impegnativo passo potrebbe essere l’adesione all’Alleanza atlantica, del resto già prefigurato da un accordo con la NATO dello scorso anno che consente di ospitarne le truppe nei territori dei due Paesi in determinati casi. Ma si tratterebbe ugualmente di una svolta di rilievo storico per la quale, forse, nessuno dei due è ancora del tutto pronto. Il popolo svedese, stando ai sondaggi, vi è già favorevole, a differenza di quello finnico. Ad ogni buon conto, il presidente finlandese Sauli Niinistö ha assicurato che se del caso la scelta sarà demandata ad un referendum popolare come già quella di aderire o no alla UE. Scelta che, senza dubbio, sarà largamente influenzata se non determinata dai futuri comportamenti della Russia, chissà quanto propensa ad accontentarsi della devozione di Marine Le Pen, Matteo Salvini e altri ammiratori assortiti.

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