mercoledì, Ottobre 20

Russia, l'Ossezia dopo la Crimea? field_506ffbaa4a8d4

0
1 2


Mosca può contare sulla fedeltà dell’Armenia, non tanto per amore quanto perché la piccola terra dell’Arca necessita di un robusto appoggio per sottrarsi alla morsa tra il vecchio nemico turco e quello più recente, l’Azerbaigian, al quale aveva strappato con le armi la provincia del Nagornyj Karabach, tuttora oggetto di un’aspra e interminabile contesa che minaccia spesso di riesplodere in pieno.

Hanno contribuito a impedirlo, sinora, soprattutto i buoni uffici e le multiformi pressioni russe, insufficienti ad assicurare una soluzione pacifica, ma efficaci nel ridimensionare le velleità dell’Azerbaigian, ricco di petrolio e gas e rafforzatosi militarmente, di spezzare i legami con Mosca, alla quale il regime autoritario di Baku si è comunque riavvicinato.

La pecora nera rimane invece la Georgia. La sua inevitabile sconfitta nella breve guerra con la Russia del 2008 aveva suggellato la perdita della provincia secessionista dell’Ossezia meridionale, erettasi poi a repubblica indipendente ma di fatto sotto protettorato russo, e in condizioni di totale dipendenza da Mosca. Analoghe, cioè, a quelle in cui si trovano attualmente le due repubbliche filorusse del Donbass. Più ancora delle quali, tuttavia, i fantocci locali così come i loro protettori moscoviti possono vantare buoni titoli per giustificare il distacco sia pure forzoso dallo Stato di provenienza.

Gli osseti del sud, antica popolazione di fede islamica, non hanno mai gradito l’assoggettamento alla Georgia cristiana imposto a suo tempo dal georgiano Stalin, con conseguente separazione dai parenti dell’Ossezia settentrionale, repubblica autonoma già nell’URSS e oggi nella Federazione russa post-sovietica. Hanno anzi lottato duramente contro il potere centrale di Tbilisi per porre fine a entrambi, proclamandosi indipendenti (1990) ancor prima della disintegrazione dell’URSS.

Puramente formali suonano perciò le ragioni per le quali in Occidente la Russia è stata accusata di arbitraria sopraffazione nei confronti del debole vicino transcaucasico, tanto più che le responsabilità per il conflitto del 2008 sono attribuibili all’allora presidente georgiano Mikheil Saakashvili in misura almeno pari a quelle russe. La sconfitta militare provocò anche quella politica di questo nemico giurato (e ampiamente ricambiato) della Russia e in particolare di Putin. Non a caso Saakashvili, persa la presidenza, è stato chiamato da Poroscenko a governare la provincia ucraina di Odessa.

L’avvicendamento a Tbilisi ha corrisposto però solo in parte alle aspettative russe.

Pur pronunciandosi a favore di una distensione con Mosca, che in qualche misura c’è stata, i nuovi dirigenti georgiani non si sono infatti rassegnati all’amputazione territoriale, e dopo l’esplosione della crisi ucraina hanno stipulato l’accordo per l’associazione preliminare all’Unione Europea, disertando invece l’Unione eurasiatica guidata dalla Russia.

Il tutto è stato infine coronato nella scorsa estate dall’adesione georgiana alla proroga delle sanzioni occidentali contro Mosca a causa del perdurante conflitto in Ucraina, e da un primo passo concreto di avvicinamento all’Alleanza atlantica segnato dall’apertura presso la capitale di un centro di addestramento delle forze armate nazionali da parte di personale della NATO.

Mosca non ha ovviamente apprezzato, e gli eventuali dubbi al riguardo vengono adesso cancellati da uno sviluppo certo non sensazionale, perché da tempo atteso o attendibile, ma comunque eloquente: la decisione dei dirigenti di Zchinvali, capoluogo dell’Ossezia meridionale, di indire un referendum popolare per una domanda di annessione alla Russia.

Il Presidente della minuscola repubblica (55 mila abitanti stimati, essendo attualmente in corso il primo censimento dell’era post-sovietica), Leonid Tibilov, l’ha annunciata una settimana fa, sollevando reazioni curiosamente alquanto tiepide, se non proprio fredde, da parte dei suoi interlocutori russi.

Può anche darsi, in effetti, che alla decisione non siano estranee una certa dialettica o problematica interna, le difficoltà economiche di una terra povera e arretrata aggravate dalla crisi russa, e che Mosca fatica più di prima ad aiutare a fronteggiare, le rivalità personali o tra partiti che a Zchinvali sono numerosi.

Proprio Tibilov, negli anni scorsi, aveva mostrato una preferenza per il mantenimento dell’indipendenza, contrariamente al suo principale avversario il cui partito, propugnando invece un’annessione sicuramente popolare, aveva raccolto il 43% dei voti nelle elezioni dello scorso anno.

La formalizzazione dello stato di fatto era stata comunque procrastinata, certo con il consenso russo se non per scelta proprio di Mosca, anche dopo la firma nello scorso marzo di un Trattato di alleanza e integrazione che rafforzava i legami bilaterali, ma non conteneva più l’accenno all’opzione referendaria prevista nella versione iniziale.

Evidentemente, quanto è successo nel frattempo ha indotto i dirigenti russi a cambiare programma sia pure cercando di accreditare l’immagine di una libera scelta di Zchinvali. Da ricordare, in proposito, che l’annessione della Crimea, contestata soprattutto dai governi occidentali, era parsa un po’ troppo sbrigativa anche ai maggiori amici della Russia, Cina compresa.

Gli intuibili motivi della svolta potranno trovare tra breve ulteriori precisazioni. A metà novembre, secondo quanto annunciato venerdì scorso, si incontreranno nuovamente a Praga il Vice Ministro degli Esteri russo Grigorij Karasin e il rappresentante speciale del premier georgiano per le relazioni con la Russia Zurab Abashidze. I due personaggi mantengono aperto il dialogo tra Tbilisi e Mosca con periodici appuntamenti nella capitale ceca ormai da quasi tre anni, dopo il parziale disgelo.

Gli argomenti da trattare saranno parecchi, di sicuro anche in materia economica e con particolare riguardo alle esportazioni georgiane di vino, che nel 2014 erano tornate a concentrarsi (per circa tre due terzi del totale) sul tradizionale mercato russo dopo la fine di un embargo durato sette anni. Nel corso del 2015 esse hanno però subito una sensibile riduzione a causa della recessione russa, della quale la Georgia risente anche in altri settori.

Sul piano più prettamente politico potrebbe porsi il problema dell’uso da parte russa dello spazio aereo georgiano per i collegamenti non solo logistici con la spedizione in Siria, problema attualissimo quanto delicato dati i rapporti che Tbilisi coltiva con la NATO.

Ma l’attesa maggiore circonda, dopo l’annuncio di Leonid Tibilov, le eventuali novità riguardanti il più vecchio nodo delle relazioni bilaterali, che Mosca non sembra avere un visibile interesse, al di fuori del fronte interno (dove riconquiste ed espansioni territoriali sembrano giovare molto alla popolarità del regime o quanto meno di Putin), a suggellare definitivamente l’acquisizione di quanto strappato alla Georgia.

Al contrario, il Cremlino potrebbe optare piuttosto per qualche concessione in materia, anche se non è facile immaginare quale, a un Paese strategicamente importante, che a sua volta sfuggirebbe definitivamente a qualsiasi controllo e influenza russi se si vedesse sospinto a rafforzare decisamente i legami con UE e NATO. Una prospettiva, questa, per ora puramente teorica e che d’altronde si presenterebbe alquanto complicata.

Non si tratterebbe infatti di usare la ventilata annessione come moneta di scambio solo nel caso dell’Ossezia meridionale ma anche in quello dell’Abchasia, l’altra ex provincia autonoma georgiana protagonista di una storia largamente simile.

Simile, ma non uguale. Mentre gli osseti sono nettamente predominanti in casa loro, la secessione dell’Abchasia è stata promossa da una piccola quanto agguerrita minoranza etnica capace, sia pure con l’appoggio russo, di sconfiggere l’esercito di Tbilisi dopo un lungo e sanguinoso conflitto, seguito dall’esodo di 250 mila georgiani. Una vicenda molto dolorosa, quindi, per la parte soccombente, tanto più che è costata la perdita di un bel tratto di costa del Mar Nero, con il capoluogo, Suchumi, a poca distanza dalla russa Soci.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->