lunedì, Settembre 27

Russia, l'Ossezia dopo la Crimea? field_506ffbaa4a8d4

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La relativa tranquillità che si registra da qualche mese, con ovvio sollievo e qualche speranza, sul fronte ucraino già infuocato per quasi due anni, viene per lo più spiegato con la concentrazione russa su un nuovo impegno ancora più gravoso sotto ogni aspetto: quello culminato nell’intervento militare in Siria a partire dal 30 settembre, ma evidentemente in preparazione anche politico-diplomatica da parecchio prima. In Ucraina, tanto più vicina a casa con tutti i relativi vantaggi, Mosca poteva d’altronde accontentarsi per il momento della stabilizzazione (se altri non si muoveranno per modificarla) di una situazione comunque favorevole.

Ciò tuttavia non significa che il Cremlino sia costretto alla passività su ogni altro fronte. Al contrario, i risultati ottenuti con l’annessione della Crimea e la sottrazione del Donbass al controllo di Kiev, presumibilmente reversibile solo a caro prezzo per l’Ucraina di Petro Poroscenko come per l’Occidente, devono averlo incoraggiato non solo ad osare in Siria ma anche a muoversi in altre direzioni dove ha conti in sospeso.

Tanto più che ai successi conseguiti in terra ucraina se n’è aggiunto un altro ancora più vistoso ma dello stesso tipo, con la dimostrazione che, messi di fronte a fatti compiuti, gli antagonisti non riescono a reagire efficacemente e senza palesi imbarazzi. Beninteso, non è detto che tutto continui ad andare a gonfie vele, sia perché permane la vulnerabilità russa sul terreno economico e quindi sul fronte interno in generale, sia perché Mosca non deve fare i conti solo con l’Occidente, ora sensatamente più restio a usare la forza anche solo per rispondere ad atti di forza.

È comunque naturale che si cerchi di mettere a frutto dovunque possibile i vantaggi sinora acquisiti, a cominciare dal ‘vicino estero’, cioè in quella fascia di sicurezza o zona di influenza circostante cui Vladimir Putin e compagni ritengono di avere un diritto sacrosanto, e che vede minacciata da un impenitente espansionismo occidentale.

In altri termini, il ragionamento che probabilmente si fa a Mosca è elementare: se le nostre iniziative e ambizioni non incontrano resistenze apprezzabili neppure in un’area cruciale come il Medio Oriente, nella quale non contavamo più nulla da decenni, perché dovremmo esitare a regolare i conti con chi ancora ci sfida sotto casa? È vero che mettere troppa carne al fuoco viene generalmente sconsigliato, ma quando i rischi sono contenuti se non proprio inesistenti metterne almeno un po’ di più si può.

È questo il caso della Transcaucasia, regione particolarmente turbolenta dopo il decesso dell’URSS, e di tradizionale importanza strategica per la presenza di cospicue risorse energetiche, nonché condutture internazionali e intercontinentali di idrocarburi già in funzione o progettate. La Russia di Putin ha già avuto modo di usarvi le maniere forti con successo quanto meno militare, ma è riuscita a reimporre una predominante egemonia regionale anche con strumenti meno drastici oltre che col favore di particolari circostanze.

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