martedì, Settembre 21

Russia: le nuove priorità di Putin La riduzione delle spese militari promette forse anche la correzione di una politica estera troppo costosa oltre che militante

0

Il nuovo zar di tutte le Russie non è un impeccabile democratico, almeno nel senso occidentale del termine. Potrà essere al massimo un democratico “illiberale”, categoria di nuovo conio nella quale si riconoscono alcuni massimi dirigenti dell’Europa orientale già insofferenti, in gioventù, dell’autoritarismo e totalitarismo di marca sovietica, imposti a suo tempo dall’URSS anche al di fuori dei propri confini.
Vladimir Putin non è tuttavia neppure un tiranno assoluto e sfrenato. La sua recente rielezione con una maggioranza schiacciante di consensi può comunque considerarsi il frutto di un’effettiva popolarità con pochi uguali nel mondo attuale, nonostante il carattere scarsamente o per nulla competitivo del test dello scorso marzo, preceduto e accompagnato del resto da una serie di misure precauzionali per renderlo appunto tale.

La popolarità, tuttavia, non è solo confortante e incoraggiante a tutti gli effetti ma ha anche i suoi costi e impone dei doveri, a cominciare da quello di continuare a dimostrare di meritarsela. Poiché si tratta di un quarto successo elettorale, che ha consentito al vincitore di rimanere al vertice del potere, formalmente o di fatto, per 18 anni, non si può negare che la messa alla prova di Putin sia durata più che a sufficienza.
Ma la prova decisiva è pur sempre l’ultima, ovvero quella che nella fattispecie, salvo sorprese, dovrebbe essere l’ultima, e nella quale si tireranno le somme di uno stato di servizio e di un servizio allo Stato e al suo popolo meglio giudicabili, ad ogni buon conto, nei tempi lunghi. Non sorprende perciò che dovunque, e non solo in Russia, sia grande l’attesa per ciò che il “nuovo zar” vorrà o potrà fare nel suo quarto mandato presidenziale, previsto per sei anni anziché quattro come i precedenti.
Si pone insomma anche per Putin il problema del fatidico “che fare” di leniniana memoria e del quale il secondo presidente della Russia post-sovietica appare in verità ben consapevole, non potendo accontentarsi di avere risollevato il Paese dallo sfascio in cui l’aveva lasciato il predecessore, Boris El’zin, ma neanche dei risultati ottenuti in ogni campo in quasi due decenni.
Risultati apprezzabili e apprezzati, in parte anche all’estero, ma soprattutto in patria, come dimostrano i verdetti delle urne, e dove tuttavia i sondaggi d’opinione, inesistenti sotto l’URSS, non nascondono l’insoddisfazione popolare per lo stato di cose in vari settori specie dopo che la recente ed ennesima crisi economica ha messo in evidenza e reso tangibile la precarietà dei risultati stessi.

Le rilevazioni più recenti, dello scorso aprile, sono piuttosto eloquenti. Quella dell’istituto semiufficiale VZIOM ci informa che per il 59% degli interrogati cambiamenti sono necessari nella maggior parte dei settori della vita sociale e per il 30% solo in alcuni di essi, mentre una simile esigenza viene negata da un esiguo 2%.
Secondo l’indagine condotta dall’indipendente Centro Levada (che il governo vede di malocchio) il 47% elogia Putin per avere restituito alla Russia il ruolo di grande e rispettabile potenza e il 38% per avere stabilizzato la situazione nel Caucaso settentrionale russo, a maggioranza islamica e spesso turbolento. Sul primo punto non è d’accordo l’11%, mentre tutti gli altri veri o presunti meriti del presidente federale in campo interno o esterno riscuotono riconoscimenti inferiori al 30%.
Quanto ai demeriti di Putin, vengono sottolineati in particolare la carente equità della distribuzione dei redditi a favore dei meno abbienti (45%), la mancata restituzione a questi ultimi di quanto perduto a causa delle riforme attuate durante l’agonia e subito dopo il decesso dell’URSS (39%) e l’aumento delle retribuzioni, pensioni, borse di studio, ecc. (32%).
Per quanto riguarda un tema cruciale come l’ultima e più grave crisi economica, il 27% dei cittadini rimprovera a Putin di non aver saputo scongiurarla né arrestare il calo della produzione, mentre solo circa la metà degli interrogati (il 14%) gli attribuisce un merito opposto. Da rilevare che in generale i russi, come avveniva per lo più al tempo degli zar veri, tendono anche oggi a porre l’accento sulle colpe o responsabilità dei collaboratori del capo supremo piuttosto che di quest’ultimo, o quanto meno ad aspettarsi da lui più che dagli altri la capacità di porre rimedio agli errori od omissioni loro o del gruppo dirigente nel suo complesso.

Prevalgono dunque l’approvazione della politica estera e la disapprovazione, o il malcontento, per quella interna. Dove i sondaggi, peraltro, fanno sì registrare le lamentele in materia di legalità e ordine pubblico (rafforzati sufficientemente per il 18% e non adeguatamente per il 23%) oltre che economico-sociale, ma ignorano pudicamente il tema dei diritti umani e civili e delle libertà individuali e politiche.
Di fatto, però, i legami tra politica estera e politica interna sono naturalmente molto stretti, specie e per più motivi in un Paese come la Russia. Di ciò i massimi responsabili di entrambe, con in testa il Number One, si mostrano proprio nelle attuali circostanze ben consapevoli, anche se non possiamo sapere se e in quale misura siano soddisfatti del proprio operato e dei risultati ottenuti al di là di quanto proclamano o traspare in qualche modo in pubblico.
L’interrogativo è d’obbligo soprattutto per la politica estera, non a caso oggetto di valutazioni alquanto disparate in Occidente anche a prescindere dai giudizi politico-morali sui comportamenti della Russia di Putin in campo internazionale. Anche chi li condanna senza riserve spesso, e anzi per lo più, riconosce che il Cremlino si muove con destrezza ed efficacia persino ammirevoli pur perseguendo finalità inaccettabili, magari al solo scopo di incitare la propria parte ad imitarlo reagendo con maggiore fermezza e durezza.

E’ una visione delle cose forse maggioritaria, cui tuttavia si contrappone, specie a livello di esperti, quella di chi sostiene che Putin ha sbagliato i suoi calcoli contando su un Occidente “troppo distratto, diviso o indifferente” per respingere una forte pressione russa, cosicchè la “tattica aggressiva” del Cremlino si sarebbe rivelata controproducente, come ha scritto recentemente l’”Economist”.
Ne convengono del resto anche osservatori moscoviti non allineati secondo i quali Mosca ha riconquistato la Crimea e tiene in ostaggio il Donbass ma ha perso il resto dell’Ucraina e rischia di perdere altresì la Transnistria (provincia secessionista della Moldavia), mentre nella zona d’influenza russa comincia ad agitarsi la già fedele Armenia. Quanto poi alla Siria, la marcia trionfale russa si starebbe tramutando in una vittoria di Pirro a causa di inattesi soprassalti da parte occidentale e di altri contraccolpi regionali. Il tutto sullo sfondo di sanzioni economiche perduranti o addirittura in aumento e tutt’altro che prive di apprezzabile incidenza.

E’ un quadro certo non del tutto distorto della situazione attuale ma che rimane discutibile nel suo complesso anche perché va rapportato ai reali programmi e propositi di partenza di Putin, non così facilmente liquidabili come aggressivi, espansionistici e restaurativi senza tenere conto delle mosse ed atteggiamenti occidentali nei confronti della Russia cui hanno risposto. Programmi e propositi, poi, ovviamente variabili a seconda delle reazioni e dell’evoluzione generale della scena mondiale, per cui ogni interpretazione e qualsiasi bilancio di determinate politiche devono tanto più ritenersi validi solo provvisoriamente.
Appare perciò frettoloso e azzardato, ad esempio, il recente annuncio e pronostico di un personaggio pur autorevole e addentro nelle segrete cose come Vladislav Surkov, a lungo considerato uno dei consiglieri e ideologi più ascoltati da Putin. A suo avviso, sarebbe ormai terminato, come ha scritto sulla rivista “Russia in global affairs”, l’”epico viaggio della Russia verso Occidente”, ossia i ripetuti quanto vani tentativi da essa compiuti per quattro secoli di “diventare parte della civiltà occidentale”.
Paese definito da Surkov “mezzosangue”, in quanto per metà europeo e metà asiatico, costretto a guardare sempre più dentro se stesso e verso oriente anziché dalla parte opposta, la Russia sarebbe addirittura condannata a “cento e più anni di solitudine” (nonostante la grande amicizia attuale con una Cina, sembrerebbe, più temuta che amata) e potrebbe contare su “solo due alleati: l’esercito e la marina”.

E’ indubbiamente vero che i rapporti di Mosca con l’Occidente sono precipitati oggi al livello più basso dopo il collasso dell’URSS, come si denuncia e si lamenta fin troppo da ogni parte, e che, oggi come oggi, soprattutto se non esclusivamente la forza militare consente alla Russia di aspirare fattivamente al rango e al ruolo di grande potenza.
Ciò però non significa che la rottura tra Est e Ovest, mai totale neppure al tempo della “guerra fredda”, sia inevitabile (e tanto meno destinata a culminare in uno scontro armato all’ultimo sangue), mentre l’affidamento alla sola forza militare non può mai essere totale se non altro perché le armi e il loro uso costano e quando l’economia è debole il loro costo può diventare insopportabile.
Sul primo punto, tutta la rocambolesca vicenda che ruota intorno a Donald Trump e al Russiagate sta ad indicare che le relazioni tra Mosca e Washington potrebbero ancora assumere qualsiasi piega, anche impensabile al momento. Nel contempo l’incrinatura, repentina e senza precedenti, dei rapporti economico-commerciali, ma non solo, tra USA e i loro finora alleati europei, potrebbe a sua volta sdrammatizzare quanto meno per contraccolpo il contenzioso (Ucraina in testa) tra lo schieramento atlantico nel suo complesso, ma la UE in particolare, e la principale erede dell’URSS.

Non sorprendono, in un simile contesto, i toni e gli accenti che hanno caratterizzato le celebrazioni a Mosca dell’anniversario della vittoria nel secondo conflitto mondiale, la “grande guerra patriottica”. Non è mancata la rituale parata sulla Piazza rossa con connessa esibizione di nuovi e più potenti strumenti bellici. L’aveva però preceduta il taglio del 20% delle spese militari, il primo da quasi due decenni, con conseguente riduzione del totale a 66 miliardi di dollari, pari ad un decimo delle corrispondenti spese americane.

La Russia è retrocessa così al quarto posto nella relativa graduatoria mondiale, superata dall’Arabia saudita, che come e più della Cina, seconda in classifica, ha invece sensibilmente aumentato le proprie spese per armamenti. Lo stesso hanno fatto gli USA, sempre di gran lunga davanti a tutti gli altri con una quota superiore ad un terzo del totale mondiale: il 35% contro il 13% della Cina.
Il perché di questo passo indietro lo ha spiegato implicitamente Putin nel discorso celebrativo del 9 maggio, criticando solo moderatamente e indirettamente gli USA e assicurando che la sicurezza esterna e la capacità difensiva del Paese sono adeguatamente garantite, per cui è divenuto possibile concentrare impegni e risorse per raggiungere traguardi più ambiziosi di qualsiasi concorrente in altri settori. Quelli, evidentemente, che stanno più a cuore alla grande massa degli elettori di Putin per quanto orgogliosi delle prodezze dei soldati, marinai e aviatori russi.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->