mercoledì, Settembre 29

Russia, la roulette delle sanzioni L’Occidente le minaccia e il Paese si prepara a replicare ma si spera che non servano

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Putin Poroshenko

La schiarita tra Mosca e Kiev c’è stata, anche se potrebbe durare lo spazio di un mattino. Si vedrà quali saranno le reazioni del Cremlino al discorso di insediamento di Petro Poroscenko, alquanto inaspettatamente duro nei confronti della Russia dopo la stretta di mano con Vladimir Putin in Normandia e lo scambio di buoni propositi tra i due presidenti. Se il dialogo così avviato non sfumerà sul nascere si avrà già un’indicazione che la schiarita non è stata effimera, balenata se si vuole solo per dare un contentino allo zelo mediatore di Angela Merkel e François Hollande.

Ci si può naturalmente domandare quali siano i reali obiettivi di Poroscenko e su che cosa conti il “re del cioccolato”  per perseguirli con successo. Ma è ovvio che le attese si concentrino soprattutto sul comportamento di chi ha in mano più carte da giocare e più opzioni tra cui scegliere. Cioè Putin, le cui decisioni, inoltre, possono incidere come quelle di pochi altri, per il bene o per il male, sulla situazione mondiale nel suo complesso.

La schiarita nel cielo ucraino è seguita a ruota ad una sorta di ultimatum lanciato da Barack Obama, che aveva ingiunto al suo omologo russo di venire a patti con Poroscenko per non andare incontro a castighi non precisati ma apparentemente più duri di quelli sinora inflitti a Mosca dall’Occidente e in particolare dagli Stati Uniti. Una minaccia, questa, che anche gli alleati europei di Washington hanno mostrato di sottoscrivere almeno in una certa misura.  

Dovrebbe o avrebbe dovuto trattarsi, insomma, del terzo stadio delle sanzioni programmate sin dallo scorso marzo e sinora applicate in rispondenza all’andamento della crisi. Parlare di effetto automatico sarebbe certo fuori luogo, o comunque prematuro. Da parte russa, ufficiale o ufficiosa, le sanzioni sono sempre state non solo condannate ma anche minimizzate e addirittura derise, sostenendo che danneggiano o danneggerebbero soprattutto chi le decreta. Comprese quelle del terzo stadio, destinate a colpire l’apparato economico-finanziario russo o suoi interi settori.

Da parte occidentale non mancano i dubbi di principio, per dire il meno, circa l’utilità delle sanzioni in generale. Secondo un autorevole calcolo, in effetti, su 204 casi registrati tra il 1914 e il 2000 soltanto un terzo di essi si sarebbe risolto con la parte penalizzata costretta ad arrendersi. Il più importante è stato sicuramente la sconfitta dell’Apartheid sudafricana, un caso peraltro più unico che raro a causa innanzitutto dell’isolamento pressocchè totale del Paese interessato. Il più recente è quello dell’Iran, il cui cedimento alle pressioni per la rinuncia alle armi nucleari, però, non può ancora considerarsi definitivamente acquisito.

Sono casi ben diversi da quello della Russia, non più superpotenza ma pur sempre grande potenza ricca di risorse naturali a cominciare dalle più pregiate, e che oggi molti vedono avviata verso un isolamento internazionale del quale, in verità, non si riscontra per il momento alcuna traccia. Se in Europa infatti esiste il pericolo di una ricomparsa della “cortina di ferro”, Mosca si rifà ampiamente in Asia grazie al profilarsi di un nuovo asse con Pechino dopo quello all’insegna della bandiera rossa schiantatosi alla fine degli anni ’60, nonché alla permanenza di buoni rapporti con l’India e al miglioramento di quelli con il Giappone, vecchio alleato degli Stati Uniti.

E’ vero che nello scorso marzo l’Assemblea generale dell’ONU ha condannato l’annessione russa della Crimea con una maggioranza di 100 voti contro 11 e 58 astensioni, tra cui quelle della stessa Cina e di un amico Mosca come il Kazachstan, mentre altri due Stati centrasiatici, Kirghisia e Tagichistan, non hanno partecipato al voto, cosicchè tra le repubbliche ex sovietiche hanno appoggiato pienamente la Russia soltanto l’Armenia e la Bielorussia. Ma nella fattispecie era in gioco una questione di principio cara a quasi tutti come l’inaccettabilità di qualsiasi modifica delle frontiere con atti di forza.

Se di isolamento politico non è quindi il caso di parlare, ancor meno lo è passando sul terreno economico. Valentina Matvienko, presidente del Consiglio della Federazione, camera alta del Parlamento russo, ha ricordato ieri che il suo Paese è pienamente integrato nel sistema economico mondiale oggi così largamente globalizzato. L’ha fatto, tuttavia, per sostenere che ciò impedirebbe  di metterlo con le spalle al muro qualora potenze straniere ci provassero sul serio, allorchè una serie di dati e segnali recenti suggeriscono semmai il contrario.

Tendono infatti a dimostrare che, già indipendentemente da sanzioni più o meno efficacemente mirate, proprio l’alto grado di integrazione espone l’economia russa a gravi contraccolpi di crisi come quella ucraina con il suo succedersi di azioni e reazioni. In altri termini, basta un sensibile peggioramento del clima internazionale per infliggerle danni rilevanti e, presumibilmente, indurre il Cremlino a qualche ripensamento sulla condotta della sua politica estera come quello che molti osservatori hanno creduto di percepire prima ancora dell’ultimatum di Obama e anche dell’investitura di Poroscenko a Kiev.

Mentre la rivolta di Maidan e lo spodestamento di Viktor Janukovic non avevano provocato scosse in campo finanziario, le ripercussioni a Mosca della sollevazione filorussa in Crimea e della sua annessione con relativa contestazione occidentale sono state immediate e pesanti. La Borsa è crollata e il rublo ha accelerato la sua già prolungata discesa, sotto la spinta di una fuga di capitali domestici, già cronica ma divenuta massiccia con l’aggiunta di quelli stranieri in questi ultimi mesi: 51 miliardi di dollari secondo la Banca centrale russa e addirittura 161 miliardi secondo la BCE di Francoforte.

Colpi duri hanno subito, continuando a soffrirne, le altre maggiori banche a cominciare dalla numero uno, la Sberbank, il cui amministratore delegato (ed ex ministro) German Gref ha dichiarato nei giorni scorsi che “gli effetti provocati dalla crisi ucraina sono stati significativi, non per le sanzioni in sé ma per il deterioramento della situazione sui mercati finanziari”. La funzione creditizia, in particolare, è stata pregiudicata dalla mancanza di liquidità e dalla conseguente impennata dei tassi d’interesse.

Il sistema bancario in generale risente d’altronde, quest’anno, del progressivo rallentamento della crescita sfociato ormai in una sostanziale stagnazione, e ciò proprio quando le nuove sfide sul piano internazionale rendono più che mai urgente un rilancio che richiede a sua volta la trasformazione e l’ammodernamento di un apparato produttivo troppo sbilanciato dal predominio del settore energetico.

Dalle esportazioni di petrolio e gas, destinate in gran parte al resto del vecchio continente, si ricava una cifra pari a circa l’80% del bilancio nazionale. I membri dell’Unione europea stanno studiando il modo di premunirsi contro un’eventuale deriva irrefrenabile dei rapporti con la Russia, o comunque svincolarsi da una eccessiva dipendenza da un solo fornitore, rivolgendosi in maggiore misura altrove per coprire il proprio fabbisogno energetico.

La dipendenza è tuttavia, oggi come oggi, anche inversa, e perciò Mosca punta a sua volta ad alleggerirla se non annullarla, premunendosi a sua volta contro l’eventuale perdita o contrazione del mercato europeo mediante la ricerca di nuovi clienti. Di qui l’accordo appena stipulato con Pechino per la fornitura al colosso cinese di gas naturale durante un trentennio a partire dal 2018. Uno spettacolare successo, senza dubbio, di valore anche politico, conseguito dopo lunghi anni di laboriose trattative, in particolare sui prezzi ancora segreti del combustibile.

Un successo, tuttavia, ridimensionato innanzitutto dall’incertezza anche circa l’indispensabile ulteriore accordo per la costruzione di un nuovo gasdotto lungo 2 mila chilometri che colleghi i giacimenti siberiani (ancora vergini) al territorio cinese, non si sa quando e a spese di chi ma con un costo stimato di 55 miliardi di dollari. Un successo, inoltre, quanto meno relativizzato dai timori, tutt’altro che assenti a Mosca, di un’eccessiva dipendenza da una potenza in piena espansione come la Cina e nettamente superiore alla Russia sotto ogni aspetto con la sola eccezione dell’armamento nucleare.

Ma non basta. Konstantin Simonov, politologo e dirigente accademico russo, ricorda un’altra dipendenza già tangibile e priva di alternative immediatamente disponibili: quella dall’Occidente per il 30% delle attrezzature necessarie per l’intero comparto nazionale del petrolio e del gas. Simonov sostiene che si dovrebbe approfittare delle attuali circostanze, cioè dell’incombente minaccia di sanzioni, per dotarsi di un apparato industriale capace di soddisfare tutte le esigenze vitali del Paese pur senza sconfinare nell’autarchia.

Sull’arretratezza tecnologica e strutturale dell’economia nazionale richiama autorevolmente l’attenzione anche Andrej Belousov, ex ministro dello Sviluppo economico, per negare però che la Russia possa permettersi di raccogliere la sfida occidentale rispondendo alle sanzioni più temibili con adeguate ritorsioni. A suo avviso le stesse minacce occidentali non sono davvero credibili per un fatto di concreti interessi e comunque sarebbe preferibile che Mosca reagisse nella sede appropriata, cioè l’Organizzazione per il commercio internazionale (WTO), il cui statuto vieta il ricorso a sanzioni e ne prevede l’impugnabilità presso gli organi competenti.

Poiché Belousov è attualmente un collaboratore diretto di Putin si potrebbe pensare che la sua posizione, enunciata in una recente intervista, rifletta quanto meno una linea semiufficiale. In quella sopra citata della Matvienko, però, si trova una smentita delle voci secondo cui sarebbe già pronta una lista di misure ritorsive con cui replicare alle minacciate sanzioni occidentali, ma anche l’avvertimento che qualora USA e UE passassero dalle parole ai fatti Mosca non mancherebbe di rispondere a tono.

Nessuno si augura, naturalmente, che le vere intenzioni del Cremlino, come del resto quelle dei governi occidentali, ammesso che ne abbiano di comuni, vengano messe quanto prima alla prova dagli sviluppi della crisi ucraina. Se lo fossero, vorrebbe dire che quest’ultima è destinata a rimanere aperta ancora per chissà quanto tempo e con quali esiti tra quelli che si usano definire, pudicamente, imprevedibili.

 

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