giovedì, Agosto 5

Russia e la Rivoluzione d’ottobre, un centenario in sordina Putin detesta le rivoluzioni pur esaltando la storia russa in generale e il grosso dei russi è con lui. Fino a quando?

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A celebrare più o meno degnamente il centenario della rivoluzione d’ottobre, che cade in realtà il 7 novembre, perché il calendario gregoriano cioè il nostro, non aveva ancora sostituito quello giuliano nella retrograda terra degli zar, provvederà soltanto, a Mosca e dintorni, il partito comunista della federazione russa, erede di quello sovietico, il PCUS, sciolto d’autorità nel 1991. In parlamento esso occupa tuttora il secondo posto dietro Russia unita, il partito capeggiato di fatto da Vladimir Putin, e con qualche distinzione e riserva sostiene anch’esso il presidente federale. Resta però l’unico apertamente nostalgico del vecchio regime, benchè, anche qui, non proprio al cento per cento.

Alla solitaria commemorazione, consistente in una sfilata e un ricevimento di gala in un albergo periferico della capitale, non parteciperà in ogni caso lo stesso Putin, che dall’evento più dirompente ed epocale del 1917 ha sempre preso nettamente le distanze a dispetto di una tendenza, non solo sua, ad esaltare l’intera storia russa nel suo complesso. Sulla rivoluzione bolscevica in quanto tale si è espresso in più occasioni con chiarezza e anche con franchezza, senza nascondere il peso della problematica attuale sul suo giudizio.

Lo ha fatto ancora pochi giorni prima della ricorrenza di quella che, in realtà, non fu, a rigore, una rivoluzione bensì un colpo di Stato attuato da Lenin e compagni anche contro e a danno di altri (socialisti rivoluzionari, menscevichi ecc.) che la rivoluzione vera, e del resto in buona parte spontanea, l’avevano fatta nel fatta insieme ai bolscevichi nel febbraio 1917, rovesciando il regime zarista con l’appoggio e anzi per iniziativa di ampie masse popolari, stanche dello sfruttamento e della guerra con gli ‘imperi centrali’ che la Russia stava perdendo. Proprio questo antefatto merita semmai il paragone con la rivoluzione francese, tanto caro ai capi bolscevichi che pure agivano in nome del proletariato anziché della borghesia vittoriosa a Parigi nel 1789.

Molto meglio del processo coronato nel fatidico ottobre sarebbe stata, secondo la più recente esternazione di Putin, un’evoluzione graduale che avrebbe risparmiato alla Russia «la rovina di uno Stato e la spietata distruzione di milioni di vite umane». Quest’ultima, per la verità, ebbe luogo soprattutto più tardi, sotto il potere dispotico di Stalin, ma Putin accusa lo stesso Lenin di tradimento per avere scatenato, prima della morte prematura, una guerra civile, e poi posto una ‘bomba a orologeria’ sotto il nuovo Stato appena fondato tracciandone i confini interni secondo linee etniche.

Si crearono così, sempre secondo il ‘nuovo zar’, le premesse per la frantumazione nel 1991 dell’impero prima zarista e poi sovietico, notoriamente da lui definita la ‘maggiore catastrofe geopolitica’ del ventesimo secolo proprio per questo specifico motivo, come ha dovuto precisare in seguito per non essere accusato o sospettato a sua volta di indiscriminata nostalgia per il “primo Stato socialista del mondo”.

Questo per quanto riguarda l’inizio della storia più recente della Russia e del mondo intero, se si vuole riprendere la visione di quel pensatore nippo-americano divenuto famoso per avere annunciato, forse un po’ troppo frettolosamente, la ‘fine della storia’ in generale all’indomani del collasso dell’URSS dopo l’archiviazione della ‘guerra fredda’ tra Est e Ovest. C’è però un altro motivo dell’antipatia di Putin per il Grande ottobre che lo chiama invece in causa guardando decisamente al presente e al futuro.

In un incontro con i giornalisti russi svoltosi a San Pietroburgo nell’aprile del 2016, il presidente della Federazione li esortò a lavorare ‘onestamente e apertamente’ per contribuire ad evitare che la metropoli fondata da Pietro il grande, detta anche la ‘città delle tre rivoluzioni’ (quella fallita del 1905 e le due del 1917), che è poi la città natale di Putin nonché quella in cui si è formato politicamente, non debba più ospitare né assistere ad una quarta rivoluzione. Cioè ad un’esplosione di violenza istintiva o fomentata e programmata che, come ha dichiarato in più occasioni, va sempre scongiurata e condannata.

Il tutto riferendosi o alludendo alle varie ‘rivoluzioni rosa’ o ‘arancione’ avvenute in questi ultimi anni in Ucraina e in Georgia, nel Nordafrica e in Medio Oriente, per lo più dietro istigazione o col favore e l’aiuto di governi occidentali nonché in violazione dei diritti e a detrimento degli interessi della Russia e della stabilità internazionale. Ma soprattutto, probabilmente, col pensiero rivolto agli stessi russi, in particolare giovani, che continuano a scendere periodicamente in piazza per contestare il regime, le sue politiche e le sue carenze, anche qui non senza lamentate intromissioni occidentali. Giovani, o meno giovani, sui quali il ricordo del 1917 può esercitare, a prescindere da qualsiasi ideologia, suggestioni perniciose dal punto di vista di Putin.

Le cose si complicano ulteriormente, agli occhi del ‘nuovo zar’, passando al problema del dopo, che da quello del ‘grande ottobre’, e viceversa, non può essere naturalmente disgiunto. Qui Putin compie uno sforzo quasi erculeo, ma non del tutto vano, di distinzione riguardo al bilancio della Russia di Stalin, soprattutto, e dei suoi successori. Quando esalta i meriti eccezionali del baffuto ‘padre dei popoli’ per la vittoriosa resistenza all’aggressione nazista non ignora le pecche e gli orrori dello stalinismo. Li considera però controbilanciati dai successi di un’’edificazione del socialismo’ criticabile come tale quanto si voglia da ogni punto di vista ma che comunque fruttò alla Russia come alle altre repubbliche federate, e per lo più ancora più arretrate, crescita economica ed elevazione del tenore di vita, maggiore giustizia sociale e forte sviluppo culturale. Per non parlare, inutile dirlo, dell’elevazione dell’URSS a superpotenza mondiale quanto meno sotto il profilo militare.

Alquanto arditamente, Putin include nella lista dei successi anche la promozione in terra sovietica e dintorni dei diritti umani, che potrebbe suonare persino umoristica se non fosse riallacciabile alla tesi ufficiale nel defunto regime secondo la quale il principale e fondamentale diritto umano è la libertà dalla fame e dall’insoddisfazione dei bisogni più elementari. Il riallacciamento apparirà scontato nella sua orripilanza ai contestatori interni dell’attuale regime russo ma collima sia con la caratterizzazione di quest’ultimo in quanto democrazia di tipo diverso da quella occidentale, sia con il merito precipuo generalmente attribuito alla gestione putiniana di avere risollevato il Paese dalle macerie dell’economia sovietica.

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