sabato, Giugno 19

Russia, la nuova stagione di caccia agli oligarchi field_506ffb1d3dbe2

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Vladimir Yevtushenkov russia oligarchi

Più che una notizia sembra un déjà-vu: uno degli uomini più ricchi della Russia è finito agli arresti domiciliari sotto l’accusa di aver riciclato del denaro; sembrerebbe trattarsi di un malcelato attacco – di alto livello – nella battaglia per assicurarsi gli asset delle ricche aziende petrolifere. 

Il passaggio dal Cremlino, nel 2003, era già costato a Mikhail Khodorkovsky la gran parte della sua fortuna e dieci anni di prigione. L’arresto del miliardario Vladimir Yevtushenkov, avvenuto la scorsa settimana, fa pensare alla sorte di Khodorkovsky. La somiglianza risulta ancora più evidente perché i due magnati condividono anche il loro nemico. Si ritiene che sia stato Igor Sechin, socio di lunga data del presidente Vladimir Putin, a far scattare la morsa, che si è poi stretta, su Khodorkovsky e sulla sua società. Yukos è, ad oggi, la più grande e dinamica società petrolifera della Russia. Sechin, alla fine, è andato a guidare la compagnia petrolifera Rosneft, controllata dallo Stato, che ha acquisito Yukos ed è diventata il più grande produttore di petrolio della nazione.

Sembra che le radici della sfortuna di Yevtushenkov siano molto simili. Bashneft, controllata dalla sua holding personale, Sistema, è la compagnia petrolifera russa che oggi cresce con maggiore velocità. Anche se Rosneft ha ufficialmente negato di voler assumere il controllo su Bashneft, gli osservatori economici considerano unanimemente l’attacco contro Yevtushenkov come un tentativo – da parte del Cremlino e di Rosneft – di portargli via il controllo dell’asset. Ma, nonostante le somiglianze, tra i due casi ci sono anche significative differenze. Nel 2003 Khodorkovsky aveva rotto un patto che, anche se non scritto, esisteva tra il Cremlino e gli oligarchi. A patto che non si immischiassero in politica, a questi oligarchi si garantiva la conservazione del ‘bottino’, arraffato in anni e anni di ambigue transazioni avvenute durante la campagna per le privatizzazioni, nella caotica era post-sovietica. Khodorkovsky ha superato la linea rossa, finanziando i partiti dell’opposizione ed esprimendo apertamente le proprie ambizioni politiche. Ha anche infastidito il Cremlino negoziando uno scambio di risorse con alcune major energetiche statunitensi.

L’arresto di Khodorkovsky e la il tracollo della sua azienda hanno segnato un momento cruciale nella storia della Russia post-sovietica, e con l’occasione è stato anche mandato un messaggio agghiacciante ad altri magnati, che ha contribuito a rafforzare il potere granitico di Putin. Yevtushenkov, al contrario, non ha mai uscito dai ranghi e si è sempre dimostrato leale al presidente. Così, gli altri magnati russi ora sanno che l’obbedienza non gli garantisce più la sicurezza. Sembra che sia così a causa del brusco cambiamento del quadro economico. A differenza dei primi anni del 2000, quando l’economia russa cresceva in modo dinamico grazie all’aumento dei prezzi del petrolio, ora è in bilico, sull’orlo della recessione.

Soprattutto, le sanzioni degli Stati Uniti e dell’Unione europea contro la Russia, legate alla crisi ucraina, hanno colpito duramente alcune delle principali banche e imprese energetiche del Paese. Come molte altre aziende russe, Rosneft ha perso l’accesso ai mercati dei capitali USA e UE, e ciò ha impedito al gigante petrolifero di rifinanziare i 45 miliardi dollari di debito derivanti dall’acquisto della filiale russa della BP, TNK-BP, l’anno scorso. Durante l’estate, Sechin aveva già chiesto al governo il denaro per questo salvataggio. Ma nel governo molti si sono mostrati fortemente contrari all’idea, e la richiesta è stata rifiutata.

Putin potrebbe aver pensato che offrire un aiuto così generoso alla società più ricca della nazione sarebbe stato di cattivo esempio per le altre e avrebbe reso difficile, per il governo, sbarcare il lunario in un momento in cui le sanzioni occidentali iniziano a mordere, sempre più a fondo. Anche se Sechin non ha ottenuto le sovvenzioni statali che voleva, però, si sarebbe assicurato l’aiuto di Putin per risolvere i problemi della sua azienda con altri mezzi. La conquista della prospera Bashneft, per esempio, alleggerirà la pressione sulla sua società.

Yevtushenkov non ha contatti personali con il presidente russo, è dunque una facile preda per Sechin, uno dei principali confidenti di Putin oltre due decenni. Ingegnere chimico di formazione, Yevtushenkov ha fatto affidamento agli strettissimi legami con l’ex sindaco di Mosca, Yuri Luzhkov, per costruire il suo impero economico, che ora include il più grande operatore di telefonia mobile del paese e altre 200 imprese. Quando Luzhkov ha perso l’incarico, nel 2010, Yevtushenkov è riuscito a rimanere a galla grazie ai suoi collegamenti con i vertici del governo.

Secondo la rivista Forbes, prima del suo arresto, che ha spazzato via una gran parte della sua fortuna, Yevtushenkov era il 15° uomo più ricco della Russia, con un patrimonio stimato di 6,8 miliardi dollari. Durante l’estate è diventato evidente che Yevtushenkov era finito nei guai quando l’agenzia investigativa statale ha aperto un’indagine sulla privatizzazione di Bashneft, il gioiello del suo impero economico. L’indagine è partita proprio mentre il produttore di petrolio stava preparando un’OPA su Londra, nella speranza di raccogliere qualche miliardo dollari. Più o meno nello stesso momento, i media russi riferivano di come la società di Sechin stesse pensando al possibile acquisto di Bashneft. Quello che è successo dopo è apparso a molti come il tentativo di utilizzare questa indagine penale per una scalata aziendale. Gli esperti concordano sul fatto che l’avvio di tale procedimento nei confronti di Yevtushenkov non sarebbe stato possibile senza l’approvazione diretta di Putin.

Sconvolti per l’arresto, alcuni magnati e anche certi funzionari del governo lo vedono come un duro colpo ai danni del clima degli investimenti in Russia, in una situazione già martoriata dalla crisi ucraina e dalle sanzioni occidentali. E, come apparente riflesso di una battaglia che si svolge al vertice, la società di Yevtushenkov ha annunciato il suo rilascio pochi giorni dopo l’arresto. Ma la notizia – che aveva fatto schizzare in alto le azioni della società – è stata smentita dagli inquirenti meno di mezz’ora più tardi.

La maggior parte degli osservatori si aspettano ora che Yevtushenkov perda il controllo sull’azienda petrolifera in cambio di un pagamento simbolico, o, più probabilmente, di nessun pagamento. Si pensa che non possa tornare libero finché non accetterà di rinunciare a Bashneft. In effetti questo parere è stato espresso da Khodorkovsky, mentre parlava del caso Yevtushenkov nei media russi: bisogna arrendersi, non si può vincere questa battaglia. Il messaggio trasferito ai magnati russi dalla vicenda è chiaro e agghiacciante: nessuno può sentirsi al sicuro. A differenza del passato periodo di prosperità, quando i fedelissimi del Cremlino si potevano attendere un trattamento equo e la protezione dei loro imperi, il cambiamento del clima economico porta nuove regole crudeli.

Mentre l’economia russa si sta contraendo e le risorse statali continuano a ridursi, i soggetti più vicini al Cremlino potrebbero facilmente ottenere la licenza di depredare i loro parenti meno protetti. E il sistema giudiziario della Russia, sempre pronto a soddisfare gli ordini dei politici, si trasformerà nell’arma perfetta per una nuova caccia agli oligarchi.

traduzione di Valeria Noli @valeria_noli

 

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